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Agroalimentare: senza lavoratori stranieri che fine farebbe il nostro made in Italy?

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di NICO CATALANO

Nel nostro Paese, secondo le ultime stime elaborate dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria (INEA) così come emerge anche dai dati forniti dall’INPS, i lavoratori agricoli stranieri comunitari e non, sono oltre 300 mila, un numero enorme di occupati se confrontato al totale di addetti nel settore primario che l’ISTAT ha calcolato in riferimento al 2016 attorno a circa un milione, un fenomeno crescente se si considera che lo stesso INEA  stimava circa 50 mila lavoratori migranti nel lontano 1995 e poco più di 150 mila nel 2006.


La presenza sempre più numerosa di una forza bracciantile proveniente dal Maghreb, dall’ Africa Subsahariana, dall’Albania, Est Europa e India è uno dei processi che hanno caratterizzato la ristrutturazione del settore agricolo italiano negli ultimi trent’anni così come è accaduto in modo analogo nelle agricolture di tutti i paesi dell’occidente opulento, dalla Provenza alla California, alla Andalusia sino alla Sassonia.

Se è veritiero un diffuso impiego di questi lavoratori presso le agricolture marginali ed extramarginali, come in alcune aree del nostro Appennino tradizionalmente vocate alla pastorizia e al latifondo, è altrettanto evidente che la maggior parte di questi braccianti sono occupati nell’agricoltura e negli allevamenti intensivi o nell’agroindustria, in quelle cosidette “aree di polpa agricola” tanto per utilizzare un termine caro all’insigne Economista Agrario Manlio Rossi-Doria.

Tra queste aree altamente produttive, motore del successo dell’ agroalimentare made in Italy ci sono tante realtà del nord della nostra penisola, infatti secondo un recente studio condotto dalla UILA (unione Italiana Lavoratori agroalimentari) in queste zone senza la presenza dei lavoratori migranti, eccellenze riconosciute come tali ed esportate in tutto il mondo, come il Barolo delle Langhe, le mele del Trentino, il Parmigiano Reggiano, la frutticoltura della bassa Veronese e della Romagna rischierebbero di diventare una rarità fino ad estinguersi in breve tempo.

L’elevata incidenza dei lavoratori stranieri nelle regioni del Nord Italia è stimata dall’INPS per il 2016 a circa il 57% del totale degli addetti nel settore primario, infatti solo in Piemonte di circa 32 mila addetti all’agricoltura, oltre 20 mila sono immigrati, con punte elevate in provincia di Cuneo dove i lavoratori non italiani sono ben oltre il 74 %, percentuale questa che in una regione come il Trentino sale addirittura al 81%.

L’ apporto lavorativo degli stranieri, scende nelle regioni centrali, anche se resta intorno al 50%  e la massiccia presenza di questi lavoratori sta provocando ricadute positive per l’intera sociologia rurale di alcune zone e borghi di campagna che appunto stanno ritornando a vivere, come ad esempio nell’agro Pontino, grazie alla presenza dei lavoratori provenienti dal nord dell’India e Pakistan.

Al Sud si registra una presenza inferiore di lavoratori stranieri, dovuta al fatto sia della maggiore concentrazione di braccianti e di conseguenza anche di italiani, infatti su circa un milione di addetti in totale, oltre la metà sono concentrati nel mezzogiorno, ma anche al fatto che a differenza del Nord, nel meridione è maggiormente presente la forma del contratto agricolo stagionale, conseguenza di un’agricoltura meno industriale e più legata fortemente ai cicli colturali delle stagioni e alla particolare flessibilità del lavoro nei campi spesso subordinato a diverse variabili esterne come il clima o l’andamento agronomico di una coltivazione.

Questa caratteristica del lavoro nei campi, assieme alla crisi che sta attraversando il settore, da diversi anni, grazie agli effetti della globalizzazione, in mano a grossi gruppi della distribuzione organizzata che determinano e impongono il prezzo di prodotti e fattori lungo la filiera, costringendo il coltivatore a comprimere i fattori della produzione per non finire sul lastrico, sono la principale causa della presenza del lavoro nero e delle zone grigie, così come di fenomeni quali il diffuso caporalato, inoltre sempre al Sud il dato che risalta è l’alta percentuale di braccianti impiegati per un numero di giornate poco sopra le 101  nell’ arco di un biennio, ossia la soglia che permette loro di ottenere sussidi e benefici previdenziali, con una presenza numerosa di lavoratori stagionali che invece non raggiunge le 51 giornate annue e quindi non percepisce le prestazioni assistenziali, lavoratori stranieri così come tanti Italiani condannati a vivere in condizioni di deprivazione ed esclusione sociale, è quanto avviene nelle terre dei vini pregiati del Salento, del pomodoro di Capitanata, del pomodoro di Pachino, delle ciliegie del sud est barese, dell’uva dell’arco Jonico, delle arance Siciliane e Calabresi.

Un Paese che vanta di essere tra le nazioni più sviluppate al mondo e che vuole guardare al futuro, non può continuare a mettere la testa sotto la sabbia così come gli struzzi o peggio ridurre tutto a spicciola propaganda elettorale, infatti così come gli italiani anche i lavoratori stranieri sono una risorsa per la nostra economia e non merce su cui commettere abusi e pratiche di sfruttamento, la piena tutela, promozione e valorizzazione del nostro “made in Italy”  agroalimentare passa anche da qui, è bene che la politica tutta cominci ad agire di conseguenza e concretamente.