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Meglio Berlusconi che il Movimento Cinque Stelle

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di LAVINIA ORLANDO

C'era un tempo in cui, per la sinistra che ancora tentava di definirsi tale, Forza Italia era il male assoluto ed il suo leader la massima rappresentazione dell'Italia peggiore, ossia di quella parte del Paese che, a forza di spintarelle e sotterfugi contra legem, si dimostrava in grado di sovrastare giustizia sociale e legalità.


Durante quel periodo, ormai molto remoto, mai e poi mai la sinistra avrebbe potuto anche solo immaginare di governare col partito del leader di Mediaset e, se questo fosse avvenuto, i suoi militanti ed elettori avrebbero talmente tanto disprezzato tale scelta da essere capaci di rincorrere i propri dirigenti politici, al fine di fare loro comprendere, anche con modalità accese, l'insensatezza di un'alleanza così trasversale.

Voltando pagina e giungendo al periodo attuale, la situazione si è totalmente ed inspiegabilmente rovesciata. Dopo gli anni del governo tecnico sostenuto dai Democratici e dai Forzisti, dopo i successivi esecutivi che hanno visto il contributo fondamentale di berlusconiani (asseriti pentiti), come, esempio tra tutti, Denis Verdini, uno tra i parlamentari più affezionati alle aule penali, dopo il c.d. Patto del Nazareno, stretto tra Renzi e Berlusconi, sulla cui effettività nessuno ha più da dubitare, l'attuale stallo politico ha condotto molti, a sinistra, a porsi nuovamente una serie di domande circa eventuali future alleanze.

Archiviata – almeno per il momento – una possibile liaison tra Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, vista l'indisponibilità del partito di Salvini a sganciarsi dall'alleato Berlusconi, sulla cui presenza i grillini si sono subito dimostrati – e come dare loro torto – del tutto inflessibili (anche se la situazione è talmente magmatica da non consentire la totale esclusione di mutamenti repentini), si è aperta una strada alternativa, data da un esecutivo targato Cinque Stelle e Pd, non aprioristico ed astratto, ma basato su alcuni punti programmatici concreti, frutto di un necessario lavoro di compromesso tra le istanze delle due forze.

Tale idea è risultata, sin da subito, impraticabile, in primis a detta di Matteo Renzi e della folta schiera di parlamentari che seguono a ruota qualsiasi cosa egli affermi. Nonostante l'ex Premier non sia più il Segretario del Pd da circa due mesi ed al suo posto sia subentrato il reggente Maurizio Martina, Renzi continua a dirigere le sorti del partito, dettando linea, amori e dissapori. Ed ecco che, dopo mesi di silenzio, il già Sindaco di Firenze è tornato sul grande schermo – confondendolo, forse, con un organismo del partito - e, senza attendere la decisione della Direzione, ha chiarito che il Pd non governerà col Movimento fondato da Beppe Grillo.

A ruota, il (letteralmente) povero Martina si è limitato a lamentare la sostanziale ingovernabilità del partito, salvo essere successivamente riconfermato come reggente da una Direzione democratica che non ha fatto altro che ratificare quanto già ampiamente deciso dal vero dominus, Matteo Renzi, ossia un netto diniego all'alleanza con i Cinque Stelle (fermo restando che non è chiaro quanto la pace apparente all'interno del Pd possa durare, anche perché in molti, pur avendo votato la relazione di Martina, continuano a non sopportare la strafottenza dell'ex Segretario).

A sostegno di tale decisione, si adduce quale motivazione ufficiale l'inconciliabilità dei programmi, anche se ufficiosamente – ma neanche così tanto celatamente – le ragioni sono ben altre. Oltre a citare le numerose offese mosse nel corso di questi ultimi anni dai grillini a danno degli esponenti Pd (dimenticando che la politica non può essere legata a questioni personali), pare abbastanza chiaro l'intento di attribuire la colpa dello stallo politico al Movimento Cinque Stelle, dando pienamente ragione a chi sostiene che i politici a tutto pensano tranne che al bene del Paese che dovrebbero governare.

Se si tiene conto della decisione della Direzione, resta chiara la sola disponibilità, espressa dal Pd, di concorrere alla formazione o al sostegno di un esecutivo istituzionale che faccia uscire il Paese dallo stallo. Che questo possa essere il preludio a nuove larghe intese targate “Pd - Forza Italia” sarà solo il tempo a dircelo.

Nel frattempo, sia consentito esprimere una valutazione sulla determinazione del Partito Democratico: ci si chiede come sia possibile che una forza politica che si asserisce di sinistra e che ha ricevuto una profonda sconfitta dalle ultime elezioni possa nuovamente preferire un esecutivo a braccetto con Berlusconi, invece di un accordo programmatico con un partito come i Cinque Stelle che, sia pure con enormi contraddizioni al suo interno, dettate dal fatto di non avere una precisa collocazione valoriale, sarebbe sicuramente un compagno meno imbarazzante rispetto al pregiudicato Silvio Berlusconi.

L'impressione è che la rigidità espressa dai Democratici in questa fase sia solo deleteria, tanto per il Paese, fermo da due mesi, quanto per il medesimo Pd che, lungi dall'incrementare voti, potrebbe, a causa di questa mossa, giungere all'affossamento totale.