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Flat Tax o Flop Tax

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di NICO CATALANO

In questa scialba campagna elettorale, propedeutica per le elezioni  politiche del 4 Marzo prossimo,

tra i pochi argomenti degni di nota oggetto di dibattito politico, una certa attenzione meritano le proposte in materia di diminuzione della pressione fiscale ed il seguente confronto serrato sul tema, generato dalla proposta di introduzione di una flat tax ossia un’aliquota fiscale unica per tutte le fasce di reddito, da fissarsi nel caso del nostro Paese presumibilmente tra il 15 e 23%.

La misura fiscale proposta, facente parte del programma della coalizione di centro destra, amplificata in questi giorni con toni trionfalistici anche da diversi organi di informazione, sta producendo un clima di aspettative tra gli italiani, sia per quanto riguarda il possibile promesso surplus del reddito disponibile, ma anche per l’impulso che questo paventato aumento consequenziale proprio alla flat tax potrebbe dare alla crescita dell’economia del bel paese, settore che presenta da circa un decennio una fase stagnante,  con un PIL addirittura inferiore di oltre il 7% rispetto ai livelli precedenti al 2008.

Ma le cose non sembrano essere così, infatti secondo diverse analisi economiche la flat tax agendo in direzione di una minore progressività dell’imposizione fiscale, aiutando principalmente  in tal senso soprattutto le fasce di reddito più alto, se da un lato regalerebbe piccoli vantaggi anche alle fasce di reddito medio- basse tramite diffuse deduzioni del reddito imponibile, dall’altro porterebbe alla conseguenza  di un bilancio pubblico sempre più ridotto,  tanto da rendere ancora più difficile per i meno abbienti l’accesso ad un welfare di tipo universalistico, che assicuri a tutti quei diritti fondamentali, sanciti dalla nostra carta Costituzionale come salute, casa  e istruzione;

tale misura economica avrà purtroppo l’effetto di aumentare ancora di più sia le disuguaglianze tra i redditi, ma anche di accentuare la già diffusa esclusione sociale, sicuramente un controsenso questo per l’Italia, nazione in cui secondo i dati pubblicati dall’Istat e riferiti allo scorso anno, circa 30%  delle persone residenti sono a rischio di povertà assoluta, numeri che hanno registrato un netto peggioramento rispetto al 2016 quando tale quota di indigenza era “ferma” al 28,7 % .

Cercare di uscire dalla recessione così come propone il centro destra, introducendo un’ imponibile per tutti alla soglia minima del 23 % di Irpef renderà ancora di più diseguale e ingiusto socialmente il nostro paese di quanto hanno reso in questi anni i cosìdetti governi di centrosinistra a trazione Partito democratico;

infatti questa misura, permetterà al professionista affermato e benestante che dichiara un milione di euro di risparmiarne 200mila l’anno, circa 15 mila euro il risparmio per un medico ospedaliero che si aiuta magari con le prestazioni private e che dichiara circa 100 mila euro, mentre porterà “cenere e carboni” per l’operaio che invece dichiara i ventimila euro l’anno, per il pensionato con l’indennità di vecchiaia o per le partite iva che non superano gli ottomila euro di dichiarazione annuale, per non parlare dei disoccupati, i senzatetto e gli indigenti che non vengono neanche considerati di una minima attenzione.

Inoltre credere che facendo pagare meno, potrebbe indurre tutti a pagheranno le tasse e che quello che sarà risparmiato dalla pressione fiscale sarà investito nell’economia reale, traducendosi in maggiori consumi tanto da portare un aumento del reddito complessivo e del gettito fiscale, risulta del tutto irrealistico, è ampiamente dimostrato il fallimento storico dei “moltiplicatori fiscali” indotti proprio da misure come la flat tax;

difatti con il passare del tempo,  la domanda di beni proveniente dalle fasce di reddito medio-basse, che nelle società Europee, rappresenta gran parte dei consumi potrebbe venir meno quasi del tutto, poiché in un contesto di crisi come quello attuale le famiglie sarebbero costrette ad essere orientate verso un maggior risparmio a scopo precauzionale, fino ad assorbire l’intero ammontare del reddito disponibile, scenario molto veritiero specie se a tutto questo si associa una riduzione di accesso al welfare a causa di maggiori ristrettezze dei conti pubblici, conseguenza proprio della Flat tax la cui applicazione appare destinata solo a modificare in Italia la già non certo rosea distribuzione del reddito e in modo peggiorativo per le fasce più povere della popolazione oltre a penalizzare anche una minima ripresa dei consumi.

Mentre l’economia mondiale sta cercando tra mille difficoltà, di  invertire la rotta rispetto alle teorie ultraliberiste che hanno governato il mondo in questi ultimi venticinque anni, periodo in cui dalla “fine della storia” auspicata da Francis Fukuyama nel suo celebre lavoro, siamo arrivati quasi alla fine del mondo stesso, con le possibilità di sviluppo delle maggiori economie occidentali, messe sempre più a repentaglio per la presenza di un pianeta diseguale e meno sostenibile dal punto di vista ecologico, ambientale e sociale;

anziché percorrere la strada proposta dal Nobel per l’economia Joseph Stiglitz o economisti di fama mondiale come lo statunitense Jeremy Rifkin quindi mettere in discussione, rivedere e  disciplinare l’economia di mercato tramite regole certe e giuste, tali da permettere una crescita economica e sociale attraverso sistemi di tassazione e trasferimenti sempre più progressivi in grado di facilitare il ruolo propulsivo degli investimenti pubblici come motore per la ripresa economica  e sociale, in Italia facciamo esattamente il contrario, riproponendo vecchie e ormai insipide ricette economiche considerate superate persino dagli economisti di scuola liberista.