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Fine legislatura

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di LAVINIA ORLANDO

Come anticipato già da tempo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo aver sentito, come Costituzione richiede, i Presidenti  della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, ha finalmente sciolto le due Camere.

 

Dopo qualche ora, il Consiglio dei Ministri ha deliberato la data delle elezioni politiche, fissandola per il prossimo 4 marzo.

Inutile ripercorrere le tappe di una legislatura, la XVII, partita nel marzo 2013 e caratterizzata da tanti bassi e pochissimi alti: il caos iniziale legato alla non vittoria del Partito Democratico ed all'ingresso numericamente trionfale dei parlamentari del Movimento Cinque Stelle; il tentativo fallito del Segretario democratico dell'epoca, Pierluigi Bersani, incaricato dall'allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, di formare un governo con i Cinque Stelle; la rielezione di Napolitano, primo Presidente della Repubblica della storia italiana ad essere riconfermato nel suo ruolo (a discapito di nomi altrettanto o forse più autorevoli, come quelli di Stefano Rodotà e Romano Prodi), applaudito a furor di popolo dai fan delle larghe intese, di cui lo stesso Napolitano è risultato essere uno dei principali artefici; ed ancora, la nascita di un nuovo governo, inesorabilmente bipartisan, targato Enrico Letta, la decadenza di Silvio Berlusconi dalle cariche parlamentari in seguito alla condanna in via definitiva a 4 anni di reclusione per frode fiscale e l'elezione di Matteo Renzi alla Segreteria del Partito Democratico, con la successiva cacciata di Letta (nonostante l'ormai celebre “Enrico, stai sereno. Nessuno ti vuole fregare il posto!”, pronunciato proprio dal nuovo Segretario), fino alla nascita del nuovo governo capitanato Renzi nel febbraio 2014; dopo le dimissioni di Napolitano e l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ed un piccolo barlume di speranza grazie all'approvazione dell'atteso provvedimento sulle unioni civili e la vittoria del no al referendum costituzionale, le dimissioni di Matteo Renzi hanno condotto all'ennesimo nuovo Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, durante la cui era un solo provvedimento ha spiccato, quello sul testamento biologico. Di rilievo risultano, inoltre, il c.d. “Patto del Nazareno”, stipulato tra Renzi e Berlusconi, contenente un pacchetto di riforme istituzionali (e chissà cos'altro ancora), l'approvazione di una nuova legge elettorale nel 2015, l'Italicum, anche questa, così come la precedente “Porcellum”, smontata dalla Corte Costituzionale, la scissione del Partito Democratico, con la nascita del Movimento Democratici e Progressisti (capitanato da D'alema e Bersani) ed il successo sempre crescente della Lega (non più Nord) “due punto zero” e del suo leader, Matteo Salvini.

Ci sarà modo e tempo, vista la già avviata campagna elettorale, di procedere con ulteriori e più analitici bilanci dei quasi cinque anni passati. Resta comunque l'amaro in bocca per l'ennesima – forse ultima – occasione persa dall'appena sciolto Parlamento.

Si scriveva poco prima dell'ascesa della Lega, trasformatasi in questi anni da forza politica a tutela delle Regioni settentrionali contro il “Sud parassita” e “Roma ladrona” ad uno strenuo difensore dell'italianità contro “sostituzione etnica” ed “accoglienza sfrenata”. Ed è proprio il timore di vedere accrescersi sempre di più il consenso di Salvini, Meloni e simili ad aver impedito l'approvazione di una legge che, ben lungi dal rappresentare una rivoluzione, avrebbe consentito a tanti “italiani di fatto” di essere considerati tali anche “di diritto”, attraverso il riconoscimento del c.d. “ius soli”, di cui tanto si è detto (sovente e volutamente a sproposito). Spicca, in tal senso, il no espresso al riguardo dal Movimento Cinque Stelle, anch'esso evidentemente timoroso delle possibili conseguenze elettorali. Ma non basti questo, tanti altri nodi restano irrisolti, dalle nuove norme sul conflitto d'interessi alla legalizzazione della cannabis, dal taglio dei vitalizi alla legge contro l'omofobia, fino alla proposta di legge contro la propaganda fascista, tutti provvedimenti promessi, a più riprese, talvolta anche in maniera decisa, dagli stessi esponenti Pd, ma sistematicamente emendati o finiti su binari morti.

Alla luce di tutto ciò, ci si chiede come e dove il Consiglio dei Ministri abbia trovato il tempo e la forza di approvare, con decreto, due misure di grande rilievo politico, solo dopo poche ore dallo scioglimento delle Camere: l'impegno militare in Niger e la riforma delle intercettazioni. Con particolare riguardo al primo decreto, è chiaro l'intento contenitivo dei flussi migratori, anche se non si comprende come i soldati italiani potranno limitarsi a svolgere il ruolo “di esportatori di pace”, vista la situazione movimentata che caratterizza lo Stato africano. E, così, dopo la Libia, il governo ha pensato bene di chiudere un'altra delle vie di arrivo dei migranti, poco interessando all'esecutivo la sorte dei migranti medesimi (identicamente a quanto avvenuto in Libia, laddove lo Stato italiano ha prima erogato soldi a quello libico, il quale li ha utilizzati per stipare i migranti in veri e propri campi di concentramento, in totale spregio dei diritti umani, salvo poi ricevere successiva, ma del tutto inutile, reprimenda da parte delle Nazioni Unite).

Il fatto che (nonostante la chiara circostanza per cui, a Camere sciolte, si dovrebbe portare innanzi la sola ordinaria amministrazione) alcuni provvedimenti di rilievo riescano ad andare avanti ed altri di altrettanto, se non maggiore, rilievo si trovino bloccati da tempo immemorabile, fornisce la giusta rappresentazione degli anni di governo appena trascorsi: freno a mano sulle riforme “di sinistra” ed acceleratore sui provvedimenti più conservatori e “di destra” (a parte le due eccezioni sopra citate).