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Biblioteca Nazionale: Litterae non dant panem

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di FABRIZIO RESTA

Le carenze di personale negli ultimi anni stanno devastando il patrimonio culturale della Puglia. Dopo i casi di Palazzo Sinesi - Museo Archeologico a Canosa

di Puglia, del Castello Svevo di Trani, del il sito Archeologico di Canne della Battaglia e di Castel del Monte, ora tocca alla biblioteca nazionale Sagarriga Visconti-Volpi di Bari e probabilmente il prossimo sarà l’Archivio di Stato.  Terza biblioteca del sud Italia, inaugurata nel 1863 e diventata statale nel 1958, la Sagarriga Visconti-Volpi conserva un patrimonio librario di oltre 500.000 unità, tra cui alcuni molto antichi, doni di privati e soprattutto, dopo l’Unità d’Italia, delle biblioteche dei conventi soppressi nella provincia, tra cui quelli di Cassano, Gravina e Conversano ma non solo: c’è l’epistolario di Tommaso Fiore. Insomma un fiore all’occhiello per la storia e la cultura, non solo del Sud ma dell’Italia intera.

Le OO.SS. stanno denunciando da tempo questa situazione al limite dell’incredibile. La quota 100, i pensionamenti e la spending rewiew del 2014 (prima della quale i dipendenti erano più di 60) hanno letteralmente decimato il personale. Ora sono in 35 ma dall’anno prossimo saranno 17: nessun nuovo assistente alla vigilanza, nessun nuovo assistente alla fruizione, nessun nuovo bibliotecario. Lo stato d’agitazione proclamato mesi fa (giugno e settembre) e la richiesta alla Direzione Generale di intervenire non sono serviti a nulla. Per mesi la biblioteca nazionale è andata avanti grazie alla generosità dei lavoratori rimasti: ferie rimandate continuamente, in attesa di tempi migliori e doppi turni cose se non ci fosse un domani. La Sagarriga Visconti-Volpi, tra l’altro, non è solo una biblioteca dove si prestano libri, è anche un luogo dove ci sono 500.000 volumi che hanno bisogno di essere catalogati continuamente. Inoltre ci sono i restauratori che si occupano di restauro di pergamene. Servizi non facilmente rimpiazzabili che da gennaio potrebbero non essere più garantiti. A partire dall’anno nuovo infatti, i restauratori vanno quasi tutti in pensione. Ne resta solo uno, assunto all’inizio 2019. In poche parole, tutto il patrimonio di esperienza di queste persone che, senza sfociare nell’autoproclamazione, si è fatto valere anche a livello internazionale (Iraq tanto per fare un esempio) andrà perso; una perdita irrimediabile a cui bisognava porre rimedio prima tramite una politica di assunzioni; richieste che i Sindacati hanno a più riprese fatto senza aver alcun riscontro, sia dal punto di vista istituzionale che dal punto di vista mediatico. Non un articolo, non un servizio, nessun giornalista si è affacciato per capire la situazione.

Questo fino a che la Direttrice non si è resa conto che il problema non era più una questione riguardante se o quanto ridurre l’orario di apertura ma piuttosto la reale capacità di andare avanti; da li l’interesse dei giornali che cominciano a scrivere articoli. Il clamore mediatico ha poi attirato l’attenzione degli intellettuali ma anche della gente comune che ovviamente è preoccupata per la possibilità di non poter usufruire del servizio ma anche perchè in fondo ogni barese è orgoglioso della sua biblioteca nazionale, anche se nella vita di ogni giorno la guarda di sfuggita ma l’importante è che stia li, punto fermo della città e della sua cultura a cui non sono disposti a rinunciare.

Ricapitolando, mesi di proteste sindacali e sollecitazioni al Ministero (più precisamente Ministero dei Beni Culturali, responsabile della Sagarriga Visconti-Volpi) sono state inghiottite dal silenzio mentre è bastata la dichiarazione di resa della Direzione Generale per generare l’interesse dei giornali, della gente e dello Stato. Forse questo è il lato più terribile della situazione: si preferisce vegliare il morto più che curare il malato. Credo che ogni mezzo d’informazione (noi compresi) dovremmo riflettere sulle certe dinamiche che influenzano le nostre scelte.  Se Atene piange Sparta non ride e lo Stato ancor di più dovrebbe chiedersi se le politiche degli ultimi anni non siano state indirizzate verso questioni minori. È normale che un pezzo di storia come la biblioteca nazionale debba arrivare ad un passo dal collasso prima che le istituzioni cerchino di risolvere? o forse succede così quando chi si deve occupare della gestione (in questo caso lo Stato,) si trova a 400 km di distanza? O forse aveva ragione Leo Longanesi quando diceva: “Chi rompe, non paga e siede al governo”.

L’acuirsi della pressione pubblica ha costretto la Direzione Generale ad intervenire in qualche modo. La scelta è stata quella di emanare un comunicato nella giornata di lunedì in cui dichiarava di aver avviato la mobilità del personale e che la biblioteca non chiuderà ma i sindacati non ne hanno ancora contezza. Mobilità da dove? Dall’Archivio di Stato che tra qualche mese si troverà nella stessa situazione? Con quali risorse e in quanto tempo? E per quali professionalità? L’unica cosa certa è che fino a mercoledì sera non è stato pubblicato alcun bando di mobilità.

Non affatto rincuorati dalla dichiarazione, i sindacati hanno scritto una lettera in cui si esprime preoccupazione e si chiede un incontro con un membro della Direzione Generale che dia una prospettiva ai lavoratori, senza risposta. Forse se ne saprà di più il 22 novembre, in occasione dell’incontro tra Direzione della Biblioteca e Sindacati, sperando che la prima sia in grado di relazionare su come voglia continuare a fornire i servizi. “Siamo arrivati ad un punto critico la cui soluzione non può venire da Bari” - dichiara il Coordinatore regionale FP Cgil Puglia personale MiBACT Matteo Scagliarini – “per questo noi, con Cisl e Uil, abbiamo chiesto che sia presente un esponente della Direzione Generale. Qualcuno che ci possa dare una risposta di prospettiva”. Contattato telefonicamente il sindacalista non appare molto ottimista e probabilmente non ha torto. Questo comunicato sembra più un maldestro tentativo per allentare la pressione e di guadagnare tempo. Solo che di tempo non c’è n’è più. Difficile pensare ad un bando di mobilità che preveda lo spostamento di un numero di lavoratori sufficienti a ristabilire i servizi in modo soddisfacente, ancor quando si riesca a fare il bando con tutte le problematiche inerenti. Per farlo bisognerebbe tornare a garantire la turnazione di 11 ore, ossia l’apertura al pubblico per 11 ore, quindi servono almeno due per la reception, due per il prestito e per la distribuzione. Quindi sei più tutto l’apparato amministrativo. In totale almeno 10 dipendenti in più. Non è certo spostando due o tre persone che si riuscirà a risolvere il problema e assumere nuovo personale richiede tempo. Ad occhio e croce l’unica soluzione applicabile, almeno nel breve periodo, è la riduzione dei servizi (sempre ammettendo che avvenga l’immissione di qualche unità nuova).

Concludendo, sicuramente non possiamo dare una valutazione prima dell’incontro del 22 novembre però non ci sembra che dal cilindro ci si possa tirar fuori soluzioni definitive o comunque immediatamente praticabili. Si è in affanno sia per ciò che concerne i tempi che per le risorse ma anche e soprattutto per le soluzioni, che se verranno trovate saranno sicuramente prova di una grande creatività; a parte la chiusura al pubblico che oggigiorno sembra l’unica strada percorribile. A pagarne il prezzo la cultura e la storia di un popolo ma si sa che Litterae non dant panem ("le lettere non danno pane").

Fonte foto: Puglialn.net