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Asili Nido e diritti delle lavoratrici

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di FABRIZIO RESTA

Il lavoro si evolve e con esso si evolvono anche le condizioni di vita dei lavoratori e le loro necessità.

 

Fino agli anni 90 il cosiddetto Welfare aziendale era qualcosa che si poteva trovare solo all’interno delle grandi multinazionali.  La situazione lavorativa allora era ben diversa con una presenza femminile nel mondo del lavoro molto più bassa rispetto ai dati di oggi, ovviamente non perché fossero meno preparate dei colleghi uomini ma semplicemente perché si preferiva rinunciare alla carriera per stare dietro ai figli e alla famiglia. Quelle poche che continuavano a lavorare riuscivano a conciliare lavoro e famiglia avvalendosi del welfare familiare, nonni o altri parenti disponibili a occuparsi dei bambini per il tempo in cui genitori sono al lavoro. Oggi la situazione è cambiata. con una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, dovuta ad una (finalmente) maggiore sensibilità ai diritti di genere, c’è stata di conseguenza un aumento vertiginoso della domanda di welfare aziendale; un po’ per via della riduzione della “famiglia allargata” un po’ per via dei frenetici orari di lavoro che mal si conciliano con le necessità familiari delle donne che lavorano. I giovani italiani anche per avere una posizione lavorativa più stabile, spesso posticipano l'età in cui avere un figlio, col rischio di farlo più.  Il risultato di questa situazione è un basso tasso di natalità e un basso tasso di occupazione femminile. Quindi quando si parla di asili nido e di partecipazione femminile nel mondo del lavoro in realtà si parla di due argomenti che si intersecano tra di loro. Non a caso nelle 4 regioni dove la presenza di asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia supera il 33%, il tasso di occupazione femminile supera il 60% (Trentino Alto-Adige, Lombardia, Piemonte e Veneto).

Dello stesso avviso il Consiglio d'Europa che nel 2000 con l’Agenda di Lisbona, ha stabilito la necessità, per tutti gli Stati membri, di rimuovere i disincentivi alla partecipazione femminile al mercato del lavoro, stabilendo come obiettivo per i paesi membri di fornire servizi per l’infanzia in misura tale da coprire, entro il 2010, almeno il 90% dei bambini fra 3 e 6 anni, ed almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni.  Ad onor del vero nessuno dei paesi Ue è riuscito a raggiungere tale obiettivo ma l’Italia non è certamente tra i paesi che sono riusciti a fare meglio. Per capire la situazione basti ricordare che tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni) in media in Italia la copertura del servizio è del 24%, con picchi in Piemonte, Veneto e Lombardia mentre Campania e Calabria sono fanalini di coda.

In Puglia, il dato si aggira intorno al 16% che in termini concreti significa che l’84% dei bambini pugliesi fino ai 2 anni non ha asilo nido, né pubblico, né privato. Sono i dati scoraggianti elaborati dalla Funzione Pubblica Cgil Nazionale, su rilevazioni Istat relative all’offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, riferiti al dicembre 2017. La maglia nera va a Barletta, dove solo il 5.8% dei bambini ne frequenta uno, subito dietro Taranto (10% ma ci sono dei comuni della provincia che hanno livelli di copertura maggiore come Monteparano (33,9%), Statte (27,5%), San Giorgio Ionico (26,6%). e Bari (13%).  Lecce invece, è la città dove è più facile trovare accesso ad un nido (32%), anche se la copertura è più privata che pubblica. Da considerare anche l’enorme differenza tra i servizi per l’infanzia nelle grandi città con quelle delle province, dove spesso nei comuni più piccoli c’è proprio l’assenza totale di servizi per la prima infanzia. i livelli di copertura più alti si registrano in aree limitrofe al capoluogo salentino: San Pietro in Lama (73,2%), Calimera (62,5%) e Campi Salentina (58,5%). La maggior parte dei comuni che invece sono del tutto privi di strutture per il servizio appartengono alle aree interne della provincia. Per gli asili nido a gestione comunale diretta, la Puglia spende in media 6.887 euro a bambino, 3.459 euro per gli asili comunali affidati a terzi: spendono meno solo la Sardegna, le Marche, il Molise, la Calabria e la Basilicata. I comuni pugliesi spendono 4735 euro per bambino, a fronte di 6.649 euro della media nazionale.

Ma come funzionano le graduatorie per l’accettazione dei bambini? Ogni genitore che voglia iscrivere i suoi figli deve compilare un modulo, e nel modulo, tra le altre cose deve indicare che tipo di lavoro svolge, per quante ore, dove e addirittura con quali turni. In base alle risposte date si assegnano i punteggi, da cui si svilupperanno le graduatorie. Quest’ultime però nascono con un grave difetto a monte: penalizzano le persone che lavorano part-time e soprattutto quelle disoccupate. Il che è un paradosso, perché stando all’Agenda di Lisbona proprio la mancanza di servizi per l’infanzia è un ostacolo alla partecipazione femminile al mercato del lavoro. Come faranno le donne a cercare un lavoro se non sanno a chi affidare il bambino? Con questo meccanismo di attribuzione dei punti i Comuni si arrogano un diritto molto significativo: quello di decidere chi ha “davvero bisogno” del servizio di asilo nido di scuola materna, ma lo fa per lo meno senza seguire i criteri stabiliti dall’Ue.

«Con la legge 65 del 2017 – così Patrizia Tomaselli, Segretario Fp Cgil Puglia – è stato istituito il sistema integrato di educazione e istruzione per i bambini da 0 a 6, con cui si riconosce sin dalla nascita il diritto alla cura e all’educazione. Oggi, dunque, il nido, insieme alla scuola dell’infanzia, rappresenta la base del sistema di educazione e formazione del nostro Paese. Questo obiettivo si realizza pienamente con nidi totalmente gratuiti, quindi a carico della fiscalità generale e non più servizi a domanda individuale. Per questo rivendichiamo più asili nido pubblici, gratuiti e di qualità». Per Domenico Ficco, Segretario generale Fp Cgil Puglia: “Bisogna investire risorse sul numero e sulla qualità dei servizi offerti e sull’assunzione di personale soprattutto al sud, sulle condizioni sociali delle famiglie e le condizioni lavorative del personale. Per raggiungere la quota del 33% di copertura, bisognerebbe garantire risorse per 2,6 miliardi di euro, da tradurre in costruzione di nuovi asili e nell’assunzione di almeno 20 mila docenti nel segmento 0-3”.

Gli asili nido però non solo permettono alle donne di dedicarsi al lavoro con maggiori prospettive di carriera, non solo permettono la custodia e la cura del bambino ma stanno diventando sempre più importanti dal punto di vista pedagogico, dato che permettono una più facile integrazione con la società del bambino. Inoltre gli economisti moderni indicano che l’offerta di servizi di educazione e cura della prima infanzia di alta qualità puo aiutare a ridurre la spesa pubblica futura per il welfare, la salute e anche per la giustizia. Insomma chi più spende meno spende; trascurare la formazione primaria potrebbe essere un pessimo affare anche per il nostro futuro.

Fonte foto: Giornale di Puglia