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Home Legalità Sgravi contributivi ed aiuto ai poveri: le ipotesi di fine Legislatura

Sgravi contributivi ed aiuto ai poveri: le ipotesi di fine Legislatura

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di SAVINO ALBERTO RUCCI

Tramite le parole del Premier Paolo Gentiloni si stanno man mano delineando i piani del governo per il 2018 e che si possono riassumere in queste poche righe: sgravi per l’assunzione dei giovani e la formazione dei dipendenti, un assegno per aiutare i disoccupati a cercare lavoro, più fondi per le famiglie povere.

La prossima legge Finanziaria si concentrerà dunque su pochi obiettivi con “impegni selettivi” per accompagnare la fine della legislatura.

A cominciare dall’obiettivo che secondo molti Renzi avrebbe fallito, cioè quello di dare una spinta decisa all’occupazione, in particolar modo quella giovanile: tre anni di forti sgravi ai contributi previdenziali delle imprese non sono bastati a riportare il tasso di disoccupazione sotto l’undici per cento; ed in tal senso il governo punta a rendere quei tagli strutturali.

L’ipotesi più gettonata prevede di dimezzare i contributi pagati per gli under 32 nei primi due anni, e di ridurli dal terzo anno di tre o quattro punti. Sul tavolo del governo esistono ancora ipotesi tecniche alternative, sia per quanto riguarda l’età massima dei lavoratori (l’Europa ad esempio preferirebbe che lo sgravio si fermasse a 29 anni), sia rispetto alle modalità del taglio. Ad esempio: il dimezzamento dei contributi potrebbe essere nei primi tre anni a favore di tutti i nuovi assunti, e per sempre.

Il secondo capitolo riguarda l’assegno per i disoccupati: e così sui tavoli di Palazzo Chigi e del Tesoro c’è un pacchetto che punta ad allargare il sostegno attivo ai disoccupati. Si chiama assegno di ricollocazione, è già legge dello Stato e finora è stato applicato solo in via sperimentale. In autunno entrerà a regime un sistema che permetterà, dopo quattro mesi di cosiddetta «Naspi», l’accesso a un voucher per pagare la ricerca del lavoro attraverso le società di placement.

Fin qui sarebbero coinvolte circa 500 mila persone l’anno. La manovra dovrebbe allargare la platea di altre 70-100 mila persone: sono i lavoratori coinvolti in procedure di cassa integrazione. Spiega il presidente dell’Agenzia per le politiche attive Maurizio Del Conte: «Ipotizziamo che un’azienda (sono interessate solo quelle sopra i 15 dipendenti) firmi con i sindacati un accordo che preveda il licenziamento di mille dipendenti entro due anni.

Se quei lavoratori - grazie al voucher - troveranno lavoro prima della scadenza, avranno diritto a godere dei fondi della cassa integrazione rimanenti». Per dirla più brutalmente: prima trovano un nuovo lavoro, più alta sarà la buonuscita garantita dal plafond della cassa. A questo pacchetto dovrebbe poi collegarsi uno sgravio fiscale per le aziende che finanzieranno programmi di formazione dei dipendenti.

L’altro grande problema emerso dalla doppia crisi del 2008 e del 2011 è quello delle diseguaglianze. Anche in questo caso Gentiloni si muove sulla strada tracciata da Renzi. Il «Ria» - reddito di inclusione attiva - è legge da qualche mese. La manovra dovrebbe allargare la platea dei beneficiari: l’obiettivo sono tutte le famiglie con minori a carico e in condizioni di povertà assoluta. Il parametro principale è il reddito Isee (oggi si considerano in quelle condizioni chi vive con meno di ottomila euro l’anno), ma si terrà conto anche delle condizioni patrimoniali. In ogni caso, l’allargamento della platea dipenderà dai fondi complessivamente a disposizione.

Ed il punto è esattamente questo: la copertura finanziaria.

Perché il solo intervento sui contributi dei giovani costa cinque miliardi in tre anni. E se è vero che l’Europa per il 2018 ci chiederà un aggiustamento strutturale del deficit di cinque miliardi - contro i dieci inizialmente richiesti - c’è da scommettere che Renzi cercherà di ridurre al minimo i sacrifici, fossero nuove tasse o tagli alla spesa.

E non è comunque detto che senza l’adeguata copertura finanziaria tutte queste ipotesi si rivelino ancora una volta castelli in aria.