Sfruttamento e schiavitù nel lavoro: il triste primato dell’Italia

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di NICO CATALANO

Secondo le informazioni contenute nell'interessante relazione dal titolo "Modern Slavery Index 2017"


 

pubblicata dai vari media la scorsa settimana, l'Italia risulta una tra le Nazioni Europee in cui più alto è il rischio della presenza di sfruttamento lavorativo  e schiavitù, un triste primato che il nostro Paese divide assieme a Bulgaria, Cipro, Grecia e Romania, inoltre i dati pubblicati evidenziano come purtroppo le violazioni delle leggi contro lo sfruttamento di esseri umani in venti Paesi sui complessivi ventotto dell' Unione Europea sono in netto aumento, con le situazioni più gravi riscontrate proprio in Italia oltre che in  Romania, luoghi dove sono emersi diversi gravi episodi di lavoro forzato e traffico di esseri umani.

Il report scientifico annuale, curato del centro studi britannico Verisk Maplecroft, un'istituzione di ricerca in statistica demografica e sociologia, ha  messo in evidenza questo preoccupante fenomeno che interessa il bel Paese, basandosi soprattutto sull’elevato numero di migranti sbarcati sulle nostre coste nel 2016, presenze che hanno provocato sia un innalzamento del numero delle persone vulnerabili ma anche allargato la fascia sociale dell'indigenza in Italia, una moltitudine di bisognosi e disperati, quindi prede facili  di malavitosi, approfittatori e caporali, soggetti deboli da sfruttare, utili ad alimentare quel lavoro nero, sottopagato e senza nessun rispetto delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro principale caposaldo dell'odierno  sistema produttivo globalizzato senza etica e regole.

Il problema non riguarda solo i migranti, ma anche i lavoratori italiani e la presenza dei lavoratori stranieri è servita ad accendere finalmente i riflettori sul vergognoso fenomeno, cartina al tornasole di tutto ciò è quanto sistematicamente avviene in Italia nel settore primario, infatti si stima che sono oltre 100 mila i lavoratori e le lavoratrici  in condizione di schiavitù e sfruttamento nel settore dell' agricoltura Italiana, di questi il 70 % sono stranieri mentre  il restante 30% sono invece italiani;

un fenomeno vasto, presente non solo nei campi di pomodoro della Puglia e della Sicilia ma anche nelle zone di eccellenza come i territori della viticoltura di qualità del Piemonte e della Toscana così come nelle filiere di produzione dei prodotti che rappresentano il fiore all'occhiello dell'agroalimentare made in Italy, situazione generata da quanto è avvenuto nel nostro Paese  negli ultimi venti anni  e favorita  principalmente da tre condizioni;

in primis dagli effetti delle ridicole politiche di accoglienza messe in atto dai governi Italiani, politiche restrittive, poliziesche e  penalizzanti che hanno di fatto contribuito negli anni a creare una massa enorme di lavoratori deboli sul mercato del lavoro, un valido  esempio di queste sciagurate azioni è la  Bossi Fini, varata più per inseguire il futile consenso che per seguire il senso utile delle cose, la Legge lega l'ottenimento del permesso di soggiorno per i cittadini stranieri ad un contratto di lavoro, così condannando a vivere nel continuo rischio e nella paura di un rimpatrio coatto tutti coloro che ne sono sprovvisti, quindi ad essere soggetti vulnerabili, pronti ad accettare qualunque proposta lavorativa da parte di un qualsiasi "padrone"  favorendo così indirettamente il caporalato e le varie forme di sfruttamento, a questo bisogna aggiungere la decisione disastrosa da parte della politica di smantellare il collocamento pubblico, tramite la legge 608 del 1996 varata dal governo Prodi per favorire forme di deregolamentazione e privatizzazione che hanno contribuito a rendere ancora più fragili i lavoratori, tanto gli stranieri così come gli italiani, in un momento storico in cui a livello globale si verificava l'ascesa delle grandi multinazionali della GDO  che in pochi anni hanno monopolizzato il settore, imponendo filiere di processo e di prodotto, standard produttivi e prezzi alle aziende agricole  così "strozzando" gli agricoltori  costringendoli a comprimere i costi dei fattori della produzione, primo fra tutti quello del lavoro, ricorrendo alle varie forme di sfruttamento, gestite spesso da vere e proprie organizzazioni criminali, da tempo inserite in questo fallimentare quadro sociopolitico.

Nell'assenza della politica, incapace in questi anni di svolgere il proprio ruolo, solo l'aumento di consapevolezza nelle scelte da parte di noi consumatori potrebbe innescare un'inversione di tendenza a tutto questo, magari prestando meno attenzione al cibo design, quello venduto solo per la sua estetica e il suo appeal  sociale,  cominciando invece  a chiederci da dove proviene il cibo presente sulle nostre tavole, come è stato prodotto e con quali costi ambientali e soprattutto umani.