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Sedici lunghi autunni. Frammenti

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di GAETANO COLANTUONO*

1. Ritorna in Italia la riunione dei 7 o 8 stati, a seconda delle fasi delle relazioni con la Russia, che si sono conferiti il mandato di programmare le sorti del resto delle nazioni, costituendosi come elite al di sopra e al di fuori di altri organismi sopranazionali a ciò preposti. Al di là di occasionali tensioni interne, li unificano il comune modo di produzione capitalistico, la scelta per un modello sociale neoliberista e la loro conseguente collocazione geopolitica, a mala pena scalfita dalla fine della guerra fredda.

2. Come detto, tale riunione ritorna in Italia, dopo che le precedenti riunioni qui tenute si siano rivelate motivo di clamorosi fallimenti. Tralasciamo volentieri le storie di ordinaria corruzione legate alla riunione del 2009 originariamente prevista a La Maddalena, su cui la magistratura sta ancora indagando. Ricorderemo invece, se ce ne fosse bisogno, la crudele repressione perpetrata nel 2001 a Genova che mostrava non solo l’inadeguatezza del governo italiano nella gestione del cosiddetto ordine pubblico ma una tendenza mondiale – proprio di quegli stati che si facevano paladini delle libertà e dei diritti umani! – al restringimento degli spazi di dissenso e alla compressione degli stessi diritti politici e sociali. Alcune sentenze, quasi inaspettate da chi cercava giustizia delle violenze e dei traumi di allora, illuminano, oltre ogni dubbio, su che cosa sia avvenuto. Le amnesie non sono consentite, nonostante i sedici lunghi autunni da allora.

3. Nasceva proprio in quegli anni – al crocevia di due secoli – un movimento composito di opposizione e di alternative a quel modello. Variamente ribattezzato e in Italia chiamatosi “social forum”, esso offriva una sorta di supplenza rispetto alla scomparsa o involuzione di quelle forze politiche e sociali che avrebbero potuto offrire una risposta a domande di maggiore inclusione nazionale, democrazia sostanziale e cooperazione internazionale. Quel movimento ha creato molti frutti, soprattutto in America latina, ed ha anticipato molte delle conseguenze di quel modello neoliberista contestato. Tuttavia proprio una delle sue principali anticipazione – la crisi del sistema neoliberista che in Europa meridionale assume carattere di stagnazione indefinita – si è accompagnata alla sua attuale afonia, reale o apparente. Quasi che l’inveramento della previsione della crisi abbia prodotto la crisi dello stessa movimento di massa che l’aveva previsto.

4. Di fronte alla crisi dei movimenti di carattere mondiale una possibile via di uscita per alcuni, evitando il riflusso nel “particulare”, è quello di riprendere in mano un vecchio strumento novecentesco, il partito. Certo, non più nelle sue accezioni forti di epoche passate, ma come infrastruttura democratica: “voce di chi non ha voce”, “strumento rappresentativo”, “associazione libera per concorrere con metodo democratico a determinare le politiche”, “luogo di autoformazione e cooperazione per aderenti” e così via. Non è una via agevole, lo confesso, ma è indispensabile per chi altrimenti non avrebbe strumenti e luoghi per comprendere finanche la propria condizione nel mondo alla mercè di altri gruppi di interessi, magari finendo per sostenere politiche antitetiche rispetto ai propri reali bisogni. Il partito come riunificazione degli altrimenti dispersi, divisi e sconfitti.

5. Girando per Bari che si appresta ad “ospitare” – malvolentieri – la riunione dei ministri economici, la reazione popolare è abbastanza sintomatica. I commercianti di alcune zone lamentano minore lucro, essendo costretti alla chiusura; i residenti delle stesse zone lamentano le limitazioni al traffico e al parcheggio delle auto. Quasi tutti lamentano i costi dell’ospitalità. Fuori da quelle zone c’è chi teme l’arrivo di orde di terribili contestatori con danni ai loro beni.

6. è quasi un capolavoro ideologico, senza che gli organi di informazione abbiano stavolta fatto il solito gioco, battendo sulla consueta retorica dell’attesa degli scontri. Nessuno, salvi i pochi impegnati nella preparazione alle contestazioni, ricorda il restringimento degli spazi e dei diritti di manifestare non solo nelle vicinanze della consueta “zona rossa” ma anche nei quartieri adiacenti. Il questore della città, quello che ha rispolverato i fogli di via per persone prive di condanna che anni addietro avevano occupato uno stabile disabitato, non è affatto rassicurante quando – bontà sua – concede il diritto di manifestare ma solo in modo statico nel centro cittadino, lasciando la possibilità di cortei solo fuori del perimetro del centro. I suoi interlocutori sono chiari: la borghesia proprietaria locale (indifferente, da generazioni, a questioni democratiche e perciò grande elettrice del partito renziano) e il suo diretto superiore. Minniti Marco, ministro degli interni. A me sembra un ritratto abbastanza chiaro di cosa sia una democratura.

7. Ma soprattutto una cosa andrà evidenziata. Quasi nessuno si sta chiedendo quale peso quelle politiche economiche che verranno discusse nel castello svevo fra un rinfresco e una gita turistica avranno sulle vite delle società, di loro stessi e delle altre popolazioni. Quasi nessuno si sta chiedendo se quelle politiche, già rivelatesi fallimentari, debbano essere profondamente riviste. Quasi nessuno si sta chiedendo se proprio quel personale politico, espressione di gruppi di interesse extrapopolare e di una comune matrice neoliberista, possa realizzare una profonda revisione autocritica. Si può dubitare della loro onestà intellettuale e capacità di nuove politiche fuori da austerità e crescenti disuguaglianze.

8. La critica, il dubbio, la reazione, la contestazione non bastano. Il problema ritorna allora nelle mani proprio di chi consapevolmente e politicamente si pone in contrapposizione rispetto a quelle politiche e a quei politici. Quali strumenti? Quali programmi? Quali strategie?

9. Non è il ritorno allo stato nazionale la soluzione magica, come non lo è il persistere nella scia di una globalizzazione neoliberista fallimentare, sia pure in forma temperata. Non vi sono ricette magiche, come il ritorno alle monete nazionali prima dell’euro o una sorta di autarchia. Non sono possibili (neppure pensabili) alleanze con chi sostiene idee autoritarie, neofasciste e nazionalistiche, essendo i Trump e le Le Pen mere varianti a quel sistema. Non sono comprensibili salti nel buio poiché anche le società occidentali sono spossate da continui esperimenti di ingegneria sociale condotte sulla propria carne. Non ci si deve rassegnare a nessuna forma di democratura. Non si deve abbandonare il campo anche se reso pressoché impraticabile da tanti, troppi ostacoli. L’altro ieri era il fascismo, ieri la reazione clerico-imprenditoriale, oggi la democratura, domani chissà.

10. Di fronte a questa desolazione, locale e nazionale, riesco ad esprimere nitidamente solo tanti NO che – come ci insegnava un filosofo secoli fa – hanno anche il dono di affermare. Come abbiamo visto sempre in Italia il 4 dicembre scorso.

*direttivo nazionale di Risorgimento socialista

www.risorgimentosocialista.it