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L’Etiopia e Gerd III

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di ROSSELLA PERA

 

 

La diga che si sta costruendo in Etiopia proprio in questi ultimi mesi, sarà la più grande diga presente sul continente africano; il suo nome è GERD.

 

 

Si tratta di un progetto politicamente controverso, dal momento che con la sua realizzazione verrà bloccato un importante flusso d'acqua proveniente dal fiume Nilo e destinata a Sudan ed Egitto. La diga è stata edificata senza alcuna consultazione preventiva con i paesi situati a  valle. Gli esperti, oltretutto, sostengono che la diga sia sovradimensionata e non presenti alcuno studio di valutazione d'impatto ambientale (SEIA). Dal canto suo, il governo etiope, afferma l'esistenza di uno studio SEIA il quale, per motivi non meglio definiti, non è stato diffuso al pubblico.

GERD, che abbiamo preannunciato essere la più mastodontica diga africana, sarà completamente finanziata dal governo di Addis Abeba; una mossa rischiosa se si valuta la scarsità di mezzi del paese. Il rischio di bancarotta è reale, come reale è la possibilità che questo ingente impiego di denaro, riduca notevolmente la capacità di investire in altri progetti volti allo sviluppo.

Ovviamente l'Etiopia intravede in questa realizzazione, anche la possibilità di importanti introiti: la maggioranza dei cittadini è infatti fiduciosa di ottenere buoni dividendi dalla vendita di energia elettrica, così come confida di ottenere o comunque migliorarne l'accesso. Purtroppo, del maggior accesso all'elettricità, ne beneficerà solo la ristretta parte della popolazione che è già collegata alla rete elettrica: circa l'85% degli etiopi vive in aree rurali, e solo il 2% di questi ha accesso all'energia. Sarà dunque il 15% della popolazione (di cui l'86% vive nelle città) a godere di questo nuovo “privilegio”, dal momento che sarà assai complesso allargare detta rete alla popolazione rurale.

Il governo etiope è altresì convinto di guadagnare in valuta estera, con l'esportazione di energia elettrica verso altri paesi, ma ci troviamo in una realtà povera, dove la corruzione ha raggiunto picchi elevatissimi non garantendo dunque che quei fondi saranno poi utilizzati in maniera efficace e utile allo sviluppo del  paese e della sua popolazione.

Dal punto di vista egiziano, la costruzione della diga è un abuso e un mancato rispetto degli accordi stipulati negli anni '20. E' importante ricordare che in Egitto sia l'agricoltura sia l'industria, fanno affidamento per oltre il 97%, sulle acque del Nilo, il cui flusso principale proviene dagli altopiani etiopici attraverso il Nilo Azzurro. La decisione da parte del governo etiope di costruire GERD III, minaccia l'approvvigionamento idrico del paese, aumentando così la probabilità di una futura penuria di acqua e, conseguentemente, di cibo. Un'altra problematica scottante potrà essere quella collegata ai rischi per la salute pubblica. Tra gli impatti potenziali si segnalano anche quelli che rischiano di verificarsi a valle del Sudan, con una riduzione significativa della fertilità del suolo e con il trattenimento dei sedimenti, che potrebbero influenzare notevolmente il potenziale agricolo di questo paese Nilo-dipendente. Si prevede anche una significativa riduzione della capacità del serbatoio di Sannar, una diga costruita sul corso del Nilo Blu, in Sudan.

I flussi idrici diretti verso l'Egitto saranno notevolmente ridotti durante il riempimento di Gerd e, se ci proiettiamo in avanti di 5/7 anni, potremmo immaginare ulteriori conseguenze, come la salinizzazione di tutti i terreni agricoli nella regione del Delta del Nilo. Tra le varie e possibili problematiche, si regista anche la possibilità della diffusione della malattia da reflusso gastroesofageo, che con sé, potrebbe comportare implicazioni geopolitiche.

Possiamo dunque concludere che questa diga rappresenta una delle principali sfide per la diplomazia egiziana.

Sono molte le domande di carattere ambientale che circondano la costruzione della diga. Senza studi di impatto pubblici e completi, redatti da tecnici e professionisti, non possiamo avere alcuna risposta, così come le domande che circondano la capacità di progettazione dei flussi, degli impatti, dei regimi sedimentari e degli influssi sul clima. Fra i vari interrogativi, uno dei più ricorrenti è quello circa l'abbassamento della diga, che potrebbe essere una valida soluzione, se non fosse che, questi aggiustamenti strutturali, atti a ridurre l'impatto sui paesi downriver, sembrano ormai impossibili da compiere, dal momento che oltre il 70% della costruzione è compiuto.

Non ci resta che attendere al fine di capire se il conflitto legato alla gestione dell'acqua, derivante dalla diga, possa innescare scontri militari tra Etiopia ed Egitto. Molto dipenderà da come Addis Abeba gestirà le preoccupazioni che, nei paesi limitrofi, si fanno sempre più rumorose. I cambiamenti di leadership in entrambi i paesi potrebbero mutare le dimensioni politiche in maniera imprevedibile. Unica garanzia al mantenimento di rapporti “amichevoli”, potrebbe essere la stipula di trattati condivisi con i vicini Egitto e Sudan che mirino alla realizzazione di un piano di gestione dei bacini idrici transfrontalieri. Le discussioni dovrebbero infine includere anche i piani per la creazione di un sufficiente accesso alle informazioni sugli sviluppi, la consultazione delle comunità umane e la garanzia di compensazione per le famiglie sfollate.