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Home Inchiesta Inchiesta Firmato a Bruxelles il pre-accordo CETA

Firmato a Bruxelles il pre-accordo CETA

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di NICO CATALANO

Ma il trattato commerciale può essere ancora bloccato

Domenica scorsa a  Bruxelles il vertice Europa Canada convocato d’urgenza,  ha approvato il CETA, il trattato commerciale tra le due aree geografiche, acronimo di Comprehensive Economic and Trade Agreement, ovvero un accordo globale per l’economia e il commercio, che apre un nuovo capitolo nel commercio tra le due parti che, insieme costituiscono un mercato di 536 milioni di consumatori.

Come sempre, con questo genere di accordi commerciali, i vantaggi e gli svantaggi cambiano a seconda dei punti di vista, per molti rappresenta una minaccia e per altri un’opportunità  come per le imprese che esportano verso il Canada, infatti con l’abolizione dei dazi tramite l’accordo esse risparmierebbero 500 milioni di euro l’anno e si potrebbe incrementare di 12 miliardi di euro l’anno il Pil Ue.

Per quanto riguarda il nostro Paese, il commercio bilaterale Italo-Canadese vale 7,2 miliardi di euro l’anno, il volume dell’export verso il Canada è superiore a quello dell’import e tra i prodotti più interessati ci sono macchinari, bevande e prodotti farmaceutici, inoltre  il CETA prevede l’eliminazione dei dazi ad valorem  per prodotti a base di zucchero, cacao, pasta, biscotti, frutta e verdura che oggi sono pari al 10-15% e al primo posto dell’export mentre per quanto riguarda i vini e gli spiriti che sono al primo posto dell’export del settore primario verranno eliminate anche le barriere non tariffarie.

Federica Mogherini Alto rappresentante Europeo per  la Politica estera e la sicurezza  ha dichiarato “attraverso la rimozione delle barriere alle importazioni ed esportazioni tramite l’accordo si potranno avere nuove opportunità per le economie di entrambe le parti,  oltre a definire gli standard per altri accordi di questo tipo, come ad esempio il Ttip, l’accordo di libero scambio che l’Ue sta discutendo con gli Stati Uniti”

Ma la realtà è ben diversa, infatti nelle settimane scorse, proprio in Belgio il CETA ha trovato le resistenze del Parlamento della Vallonia, uno degli stati federali che costituiscono il Paese, il quale ha evidenziato preoccupazioni per l’impatto sul modello agricolo della regione, per i diritti dei lavoratori e per le norme a protezione dei consumatori e dell’ambiente, oltre a serie perplessità sul sistema di arbitrato previsto dal CETA in caso di controversie commerciali, infatti la Vallonia si opponeva all’idea di farle gestire da privati, aggirando così gli Stati con il meccanismo dell’Investment Court System o Ics;

infatti, il premier vallone Paul Magnette ha appoggiato le richieste delle associazioni, dei sindacati e delle imprese che riunite nel movimento STOP CETA  chiedevano ai propri governi di fermare il CETA proprio come il Ttip l’analogo accordo che l’Europa non riesce a chiudere con gli Stati Uniti a causa dell’ondata di contrarietà agli imbarazzanti dettagli emersi grazie al lavoro di controinformazione e pressione di migliaia di associazioni, sindacati e imprese delle due sponde dell’Atlantico.

La Vallonia è riuscita a strappare alcuni impegni al suo governo, ottenendo che questi si possa rivolgere alla Corte di Giustizia europea per verificare se l’Ics sia compatibile o no con le normative dell’Unione oltre alla possibilità di procedere a una valutazione, su intervalli regolari, degli impatti socio-economici e ambientali dell’applicazione provvisoria del trattato, obbligando inoltre la Commissione europea a difendere il principio di precauzione, il documento è stato inserito in quelle dichiarazioni volontarie che accompagneranno il CETA e che sono per il movimento STOP CETA solo il veicolo per zittire le opposizioni senza riaprire il testo in fase di voto di ratifica del Parlamento, infatti i documenti allegati non hanno alcun valore legale né reggerebbero mai di fronte a nessuna delle cause commerciali Ics che le imprese multinazionali potrebbero intentare verso i governi qualora una legge nazionale contrasti i  profitti delle stesse.

Secondo il movimento STOP CETA  che mette assieme sindacati,imprese, associazioni e partiti di diverse nazioni Europee il pericolo è grave, infatti in cambio di qualche vantaggio per un piccolo gruppo d’esportatori, con il CETA  oltre ad esserci, secondo a uno studio della Tufts University americana una perdita secca di oltre 600mila posti di lavoro, verrebbero schiacciate sotto la pressione dei profitti regole importanti come quelle che in Europa tutelano diritti fondamentali come la protezione della salute e la sicurezza alimentare, infatti si prevede un ingresso massiccio di grano e di pasta canadesi, carichi di tossine e di residui di diserbante che le nostre leggi limitano o vietano  nei prodotti alimentari,  grazie alla presenza  di una impalcatura normativa molto più stringente , basti pensare che in Italia, dalla scorsa estate, è vietato irrorare i campi, i parchi pubblici e i giardini delle scuole con il glifosato, ingrediente chiave del diserbante Roundup, dopo che l’Organizzazione mondiale della Sanità l’ha definito probabilmente cancerogeno. Questo massiccio ingresso di grano e di prodotti agroalimentari d’Oltreoceano, inoltre rappresenta un pericolo per il sistema delle indicazioni di origine che non esiste in Canada e quindi un formaggio o una mela  DOP o IGP subirebbe la concorrenza sleale e questo deprimerebbe ancora di più i prezzi per i produttori e quindi aggraverebbero il rischio di chiusura per quelle 300mila aziende agricole italiane che già oggi lottano per rimanere aperte.

Il 5 novembre, Giornata globale di resistenza contro il potere delle multinazionali, in molti Paesi d’Europa sarà celebrato il  “No CETA day”, per fare pressione sul Parlamento europeo che sarà chiamato, entro fine anno, a votare o bocciare il trattato prima della ratifica da parte degli Stati membri, giornata che dalle burocrazie e tecnocrazie è vista come ostruzionismo da parte di chi rifiuta il “progresso”, ma fino a quando i trattati commerciali come il CETA continueranno a guardare solo alla promozione degli affari e dei profitti senza curarsi degli effetti redistributivi tra capitale e salari, del rispetto per l’ambiente, né tanto meno dei rapporti tra centri e periferie, veti e manifestazioni continueranno, non come segno di arretratezza o miopia, ma come espressione di una comprensibile richiesta da parte dei popoli affinché la politica Europea sia davvero funzionale al perseguimento di un benessere condiviso.

Foto: Il Fatto Quotidiano