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Home Inchiesta Inchiesta Il martirio della Siria è quello della nostra civiltà

Il martirio della Siria è quello della nostra civiltà

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di CRISTIANO RONCUZZI

“Donne in Europa che amate la vita, venite ad aiutarci in Rojava.”

(Roza Botan Hesekê, resistente curda uccisa un mese e mezzo fa dai soldati del regime siriano)

Poiché la Siria rappresenta lo specchio del tramonto di valori occidentali ormai svuotati, ridotti a strumento di propaganda dalla rapacità delle tecnocrazie, davanti alla sua lotta per i diritti la nostra coscienza civile rimane atterrita

Gli abitanti dei quartieri est di Aleppo arrivano a scegliere il genocidio pur di non consegnarsi al macellaio Assad. E i curdi siriani del Rojava, i primi ad avere combattuto e sconfitto Daesh sul campo, diventano merce di scambio sul tavolo degli interessi geopolitici mondiali.

Ogni vago senso di giustizia e di pietà pare sedato dal marketing dei media e dallo spauracchio di un futuro scontro di civiltà.

La nuova tecnocrazia mostra oggi in Siria il suo vero volto: un regime che concepisce soltanto la libertà di essere schiavi, calpestando con ferocia ogni possibile istanza di riscatto.
Se l'Occidente rifugge questa tragedia, è perché teme di scorgervi un'incombente minaccia che potrebbe toccarci in sorte: ma è proprio dalle macerie della Siria, dall’ostinata speranza dei suoi popoli che possiamo cogliere un possibile riscatto dal pericolo delle oligarchie mondiali.

Il Confederalismo Democratico dei curdi siriani, offrendo pieno riconoscimento politico e giuridico ad ogni cultura, può indicare una svolta di pace in Medio Oriente: un modello di convivenza basato su democrazia diretta, economia ecologica e solidale, laicità dello Stato, rispetto delle autonomie locali, rispetto delle differenze di genere.

Come rivendicano le resistenti curde figlie di questo modello sociale, la fiducia nella ricostruzione nasce dal senso di comunità. Dalla consapevolezza che la salvaguardia del proprio incrocio di culture rappresenti l'unica salvezza.

L'appello di Raza, combattente curda uccisa dai soldati del regime siriano, chiedeva alle donne europee sostegno per il Rojava, perché la sua lotta potesse diventare patrimonio condiviso.
Ricordandoci che la vera battaglia tra tecnocrazie e cittadini si gioca sulla difesa dei diritti civili, oggi minacciati globalmente e senza i quali non esisterebbe auspicio di libertà né per noi, né per il Rojava: perché la lotta per la sua liberazione, è parte di una battaglia globale che riguarda anche noi.

Nelle foto di Michele Lapini: Bologna, manifesti per la campagna di sostegno ai rifugiati siriani.

“Chiedetevi perché non sentite mai parlare di Fronte Islamico ma di "opposizione siriana"; o perché non sentite mai parlare di rivoluzione confederale ma di "curdi". Con la banalizzazione delle parole, si nasconde una complessità pericolosa.

La prima arma nella guerra di oggi è un'informazione indipendente.”

Davide Grasso

“Sono questi bambini i "terroristi" siriani...

Quelli che se sopravvivranno continueranno a chiedere democrazia per altri 50 anni, perché lo devono ai loro genitori ammazzati, ai fratelli mai avuti, alla loro infanzia rubata... ed è questo che fa paura al regime!”
Aya Homsi

“Repubblica ha scritto che adesso sarei latitante per la procura di Torino... Perché? Perché mi contrappongo a persone che compiono continui massacri, responsabili dello stupro di migliaia di donne, che decapitano i bambini iracheni che ascoltano musica rock, che hanno riempito di 15.000 cadaveri fosse comuni in tutta la Siria, che hanno trucidato centinaia di civili inermi in Belgio e in Francia?”
Davide Grasso, resistente italiano YPG

“Vi arriva l'Urlo di Aleppo, in questo oceano di notizie?

E' un terremoto umanitario che non fa neanche più storia.

Cosa c'è ancora da distruggere, chi ancora deve subire il massacro?”

Doriana Goracci

“Queste giovani donne hanno lottato con coraggio, eroicamente, accanto a me. E ne sono certa, su ciascuna di queste donne potrebbero essere scritti romanzi epici.

Voglio condividere un mio ricordo della guerra di Kobane

Mi è stato chiesto da un giornalista perché appariamo così piene di speranza.

Ho risposto che sono fiduciosa perché non vedo una donna soltanto.

Una parte di me è donna in Afghanistan, l'altra in Pakistan, l'altra tedesca, persiana, araba, turca. Ho risposto che tutte le donne in tutto il mondo sono con me, quando combatto contro questi uomini brutali.
Non ho mai avuto la sensazione di combattere da sola questa guerra. Finché noi donne potremo riconoscerci l'una nell'altra in tutto il mondo, saremo l'una con l'altra. Come persona, sono giunta a questa conclusione: nel sistema capitalista che opprime anche le donne, le donne che hanno combattuto accanto a me hanno combattuto per tutte le donne oppresse, e sono morte anche per loro.”
Meryem Kobanê, resistente curda comandante YPG/YPJ

“La leggenda di Rojava, di Kobane, vive ancora, respira, si modella e cresce. Rojava non sarà consegnata al passato, non diventeremo Camelot, Avalon né l’Itaca di Omero dei tempi che furono, perché ormai troppe persone hanno conosciuto il suo nome, e in tantissimi sono disposti a morire per essa – non per l’Utopia di un distante e imprevedibile futuro, ma per l’Utopia che oggi è realtà.
Non immaginano nemmeno con tutte le loro alleanze fondate sulla vendita delle armi e di interessi che portano ovunque la guerra contro chi stiano combattendo: puoi uccidere le persone, distruggere gli edifici fatti del più resistente cemento e metallo, ma non puoi uccidere le idee e le libere menti che le pensano.”Hawzhin Azeez, attivista irachena curda per i diritti delle donne, tramite Marzia Na

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La fonte della notizia dell'uccisione di Roza Botan Hesekê, avvenuta lo scorso 20 agosto, nel post di Davide Grasso che citava anche l'appello di Raza (nella sua ultima intervista linkata nel post): https://www.facebook.com/davide.grasso1/posts/10209545153998238 La morte di Raza è stata confermata da questo tweet: https://twitter.com/AzadiRojava/status/767724054354726912