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Ipotesi federalista

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di ROSSELLA PERA

Sono molti gli europei che vedono l'Europa come una strada a senso unico:

ne apprezzano i benefici ma non sono disposti ad accettare regole comuni; in numero sempre crescente in tutta l'UE, affidano il loro voto ai partiti populisti (Front National, Syriza, Podemos, Movimento Cinque Stelle...) che guidano l'ondata euroscettica e “indignata” contro i vincoli provenienti dallo “straniero”.

Allo stato attuale, a fronte delle crisi greca, i politici europei saranno presto costretti a fare un passo indietro, per condurre le opportune valutazioni sulle diverse problematiche generali che andranno a definire il futuro della zona euro. Prima di considerare l'uscita o, al contrario, una maggior integrazione, sarà opportuno valutare nel dettaglio le conseguenze di ogni opzione disponibile.

Per semplificare potremmo individuare tre strategie diverse da adottare nell'area euro: l'approccio minimalista, ovvero quello che riporterebbe in uso le monete nazionali mantenendo (forse) l'Europa come una zona di libero scambio, salvando quelle istituzioni che hanno fatto la differenza nel diritto comunitario in tema di concorrenza. Abbiamo poi la possibilità di continuare la strategia attuale, ovvero quella basata sul Trattato di Maastricht del 1992 e l'aggiornamento del suo patto fiscale del 2012; infine abbiamo la strategia più ambiziosa: quella del federalismo.

Attualmente quest'ultima ipotesi pare essere la più invisa: gli europei non sono disposti a prendere le misure necessarie indispensabili per assicurarne il successo.

L'approccio maastrichtiano viola la sovranità degli Stati membri attraverso il monitoraggio dei debiti e del deficit. I padri fondatori temevano, profeticamente, il default imminente di un paese e del suo “salvatore”; il Trattato di Maastricht ha inserito un limite al debito e una clausola di “non salvataggio”.

La solidarietà con gli Stati membri in difficoltà è dunque basata sulla paura di conseguenze negative per i soccorritori che intervengono nei paesi indebitati. Questi effetti negativi di default possono essere economici (riduzione del commercio, il controllo delle banche, il panico sovrano) oppure di altra natura (mancanza di empatia, indisponibilità a salvare l'edificio europeo, fastidio generalizzato nei confronti di un paese in difficoltà..).

Le possibilità, è noto, possono generare “azzardi morali”: fino al 2009 i tassi molto bassi di prestito, generati dalla prospettiva di un debito di garanzia europea, hanno con ogni probabilità spinto la periferia ad impegnarsi su traiettorie di debito ancor meno sostenibili di quelle attuate da alcuni paesi lassisti.

L'approccio maastrichtiano ha finora fallito. Per comprenderne i motivi è bene prendere in considerazione i quattro ostacoli principali: omogeneità, complessità, applicabilità e solidarietà limitata.

Per paura di essere accusata di discriminazione, l'Europa ha scelto per tutti i paesi gli stessi vincoli sul debito e il deficit di bilancio ( 60% e 3% del PIL), come se esistesse un numero magico in grado di garantire la sostenibilità del debito sovrano. Tuttavia l'uniformità dichiarata non si fonda su alcuna base teorica ad esclusione della trasparenza nei confronti dei cittadini europei: un debito del 40% può risultare insostenibile per un paese, mentre un altro paese può essere in grado si sopportare un debito del 120%.

La capacità di indebitamento dipende da diversi fattori: la capacità dei paesi di raccogliere e, infine, aumentare l'imposta, il tasso di crescita, la capacità di riequilibrare politicamente la condizione di coloro che beneficiano del debito e di coloro che ne verranno penalizzati, la capacità di frazionare il debito sovrano detenuto a livello nazionale, etc...

Veniamo al tema occupazionale: il pooling è impraticabile, infatti il tasso di disoccupazione nella zona euro è legato alla scelta, per quanto riguarda la tutela dell'occupazione, di politiche attive del mercato del lavoro, di contributi per la sicurezza sociale, etc

La complessità di questa strategia si riferisce soprattutto alla difficoltà nel misurare l'effettivo debito di un paese. Fino alla recente riforma del patto di stabilità e crescita, e le modifiche alle norme Eurostat, il debito relativo alle statistiche include solamente il debito certamente dovuto, quindi solo quello “sicuro”.

Il debito contingente può essere tuttavia sostanziale: pensioni a ripartizione, garanzie prestate ad imprese pubbliche o contributi sociali, potenziali perdite derivanti dalle garanzie della Banca centrale europea (BCE) e il Meccanismo europeo di stabilità (quest'ultimo è oggi segnalato ma non incluso nel debito).

Alcune delle menti più brillanti, sono specialisti nella cartolarizzazione delle entrate pubbliche future, dell'utilizzo di prodotti derivanti o di altri dispositivi utili a nascondere il debito.

Per quanto riguarda l'applicabilità, i ministri delle finanze europei non sono riusciti a punire le numerose violazioni del Patto di stabilità e crescita, a partire da quelli della Germania e della Francia nel 2003. Nessuna sorpresa.

Veniamo ora al pernicioso tema degli Eurobond.

I ministri delle finanze sono riluttanti ad esporre se stessi all'ira di un paese e dobbiamo ricordare che l'obiettivo legittimo della costruzione europea ha spesso portato a trascurare certe discutibili pratiche contabili o l'insufficiente preparazione per l'ingresso nella zona euro, senza dimenticare che tutti tendono ad aspettarsi piccoli accordi compiacenti.

Dal momento che la politica sin oggi non ha mostrato la capacità di produrre i risultati desiderati, sembrerebbe che l'approccio di Maastricht abbia bisogno di un consiglio di bilancio altamente qualificato e indipendente. A differenza di quanto avviene oggi, sarebbe opportuno avere un Consiglio fiscale europeo (per scongiurare effetti negativi sul resto d'Europa) in grado di imporre rapidamente misure correttive.

La supervisione centralizzata della BCE come parte di un'unione bancaria dà qualche speranza, potendo aprire la strada per un'assicurazione di comune accordo. Inoltre le sanzioni finanziarie sono insufficienti quando un paese indebitato si trova in piena recessione, sarebbe infatti opportuno adottare misure alternative.

Anche il concetto di “solidarietà tra vicini” ha i suoi limiti, soprattutto quando la casa che si sta ristrutturando prede fuoco!

I dibattiti attuali, rappresentati da quelli che “sarebbero” i vincitori e da coloro che rappresenterebbero “i vinti” circa lo stimolo fiscale intrapreso dai paesi economicamente forti, o riguardo a quanto costeranno gli interventi della BCE, sottolineano tutti i limiti della solidarietà ex post. Il che non può che riportarci all'approccio federalista.

Il federalismo implica la condivisione di rischi più elevati. Con Eurobond i paesi europei diventano corresponsabili per i debiti di altri paesi.

Un bilancio, l'assicurazione dei depositi e l'assicurazione contro la disoccupazione comune, avrebbero agito da stabilizzatori automatici, fornendo più protezione per i paesi (uno stato in difficoltà riceverebbe trasferimenti automatici con il risultato di meno tasse, maggiori trasferimenti al sociale e utilizzo dei fondi assicurazione dei depositi) e rendendo la politica del “non salvataggio” più credibile.

La visione federalista richiede due condizioni preliminari. In primo luogo ogni contratto di assicurazione è firmato sotto il velo dell'ignoranza: nessuno includerebbe in un piano di assicurazione una casa già in fiamme. Sarebbe dunque indispensabile, per risolvere l'asimmetria esistente tra il Nord e il Sud, identificare e isolare le questioni di eredità da affrontare; un processo complesso ma sicuramente realizzabile.

In secondo luogo, ma forse in primo, è bene ricordare che i paesi che vivono sotto lo stesso tetto, dovrebbero anche dotarsi di una legislazione comune per limitare il rischio morale. Va da sé che l'uniformità della normativa deve coinvolgere le leggi che possono causare danni collaterali ad altri paesi membri e non.

La supervisione centralizzata della BCE come parte di un'unione bancaria ci da qualche speranza e potrebbe aprirsi qui la strada per un'assicurazione comune dei depositi, perchè la supervisione centralizzata riduce la probabilità che i paesi che svolgono un buon controllo sui propri istituti bancari paghino per le mancanze dei paesi lassisti.

Nella condivisione è fattibile anche l'assicurazione contro la disoccupazione, infatti il tasso di disoccupazione nei paesi della zona euro è in parte determinata solo dal ciclo ed è strettamente legata alle scelte in materia di tutela del lavoro, delle politiche attive sul mercato del lavoro, dei contributi di sicurezza sociale, degli istituti di formazione professionale, della ridistribuzione etc.

E' chiaro che i paesi che scelgono le istituzioni che raggiungono il tasso di disoccupazione del 5% non vogliono “co-assicurare” i paesi che vantano di fatto il 20% di disoccupazione. Lo stesso vale per le pensioni e la messa in comune dei debiti.

gli europei ancora non riescono a concepire l'idea di rinunciare alla loro sovranità.

E' necessario iniziare a convincersi che la perdita di questa sovranità è l'unica possibilità per vivere tutti sotto lo stesso tetto. E' necessario ribaltare l'ideale europeo e unirsi per la difesa dell'Unione dal dilagante populismo nazionalista.