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Addio alla supremazia di Erdogan

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di ROSSELLA PERA

Dopo aver trascorso domenica 7 giugno nella sua residenza ufficiale a Tarabya,

sulle rive del Bosforo a Istanbul, dove ha seguito l'evolversi dei risultati delle elezioni parlamentari fino a tarda notte, il presiedente Racep Tayyip Erdogan è tornato ad Ankara lunedì mattina all'alba.

Martedì avrebbe dovuto ricevere Ahmet Davutoglu, leader del partito islamico- conservatore Giustizia e Sviluppo (Akp), per l'incarico di formare un nuovo governo.

Arrivati in testa al ballottaggio con il 40% dei voti e 258 seggi su 550, l'AKP può ancora formare un governo di minoranza ma il Capo di Stato sembra escludere questa possibilità, sostenendo da subito che nessun partito detiene la forza necessaria a governare da solo.

Credo che questo risultato, che non permette ad alcuna forza in campo la possibilità di formare un governo a partito unico, sarà valutato da tutte le parti” ha affermato Erdogan.

Dopo l'affronto inflitto dagli elettori all'AKP, che perde oltre 2,7 milioni di voti rispetto le precedenti tornate elettorali, la Turchia dovrà necessariamente riconnettersi con le coalizioni, riprendendo il discorso dove si era lasciato con l'arrivo al potere degli islamico-conservatori.

Secondo i risultati definitivi, il Partito Repubblicano del Popolo (il socialdemocratico CHP) è la seconda forza politica del Paese, con 132 eletti, mentre il Partito di Azione Nazionalista (il partito di destra MHP) e il partito di estrema sinistra Partito Democrazia dei Popoli (HDP) occupano il terzo posto con 80 deputati ciascuno. Insomma il nuovo governo appare sempre più una quadratura del cerchio.

L'MHP potrebbe essere visto come il partner di coalizione più probabile per l'AKP. Entrambi i partiti hanno carattere conservatore e nazionalistico e trovano le loro radici nella religione islamica; potremmo dire che hanno un DNA alquanto simile.

Il fatto maggiormente rilevante è che il leader dell'MHP, Devlet Bahceli, non sembra incline ad allearsi con gli islamico-conservatori.

Gli altri due partiti di opposizione nel nuovo emiciclo, CHP e HDP, hanno escluso categoricamente la possibilità di formare un governo di coalizione con il partito di Erdogan. I negoziati, a onor del vero, devono ancora entrare nel vivo, come ha ricordato anche il vice Primo Ministro Numan Kurtulmus alla stampa nella giornata di lunedì.

Nei fatti, se non verrà fermato un governo dopo 45 giorni, il presidente Erdogan dovrà sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. Nel campo islamico-conservatore, ancora scosso dal pessimo risultato elettorale, molte persone preferiscono l'idea di un ritorno alle urne, nonostante sia una rischiosa scommessa.

Dopo 13 anni di dominio incontrastato della vita politica, l'AKP non sembra più in grano di decidere in solitaria in merito agli indirizzi che il paese dovrebbe prendere. Sfidato a causa del suo autoritarismo e la sua smisurata ambizione Erdogan non è più una ricetta valida.

La creazione di una coalizione potrebbe essere controproducente, provocando un impantanamento generale che farebbe riviere alla Turchia l'incertezza politica avuta tra il 1990 e il 2000.

C'è da dire che Erdogan si aspettava tutto tranne che un risultato elettorale simile. Era convinto che questa elezione non sarebbe andata in maniera molto diversa da tutte quelle che si sono tenute dal 2002 ad oggi. Data per scontata, la vittoria avrebbe permesso di cambiare la Costituzione, verso un regime presidenziale più forte.

Per le strade di Istanbul e Ankara si respira però euforia e la soddisfazione di sapere che da oggi Racep Tayyip Erdogan non detiene più il controllo totale del paese.