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Iraq: facciamo il punto

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di ROSSELLA PERA

Si è svolta a Parigi, lo scorso martedì 2 giugno,

la presentazione da parte del Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi di un piano di recupero per la provincia di Al-Anbar, dove è stata messa in risalto la mobilitazione delle forze sunnite. Il piano presentato è stato accolto con favore dal momento che appare ben studiato sia dal punto di vista politico, sia da quello militare.

Di fronte alle esortazioni della coalizione internazionale di una lotta senza quartiere all'Isis, l'Iraq risponde con una strategia volta alla riconciliazione e all'inclusione della comunità sunnita.

Mr. Adadi ha difeso il suo record: oltre 5000 combattenti sunniti integrati nelle unità di mobilitazione e nel dibattito sulle riforme popolari.

Inutile dire che la lotta per convincere la comunità sunnita ad avvicinarsi al governo è solo allo stato primordiale.

Jamal al-Dhari, uno dei leader sunniti della tribù Zoba (uno dei rami legati alla grande confederazione tribale di Shammar) e fondatore dell'organizzazione degli ambasciatori di pace per l'Iraq (FAIP), in visita a Parigi, ha dichiarato alla stampa che si sta attuando una vera e propria riconciliazione politica tra sunniti e sciiti.

Vediamo come si presenta oggi la situazione in Iraq.

Oggi in Iraq riscontriamo il problema reale del confronto tra due progetti dalla base ideologica antitetica.

Il progetto più antico risulta essere proprio quello dello Stato Islamico, calzato alla perfezione dall'Iran e dalle milizie sciite. Quando il progetto jihadista era stato presentato in Afghanistan nel 1980, avevano partecipato diverse nazioni del mashreq ma non l'Iraq. E' bene ricordare che gli iracheni combatterono il leader della rivoluzione islamica promossa in Iran, l'Ayatollah Ruhollah Khomeini, la cui ideologia è successivamente penetrata anche nel territorio iracheno.

Il movimento jihadista è poi ricomparso nel paese dopo il 2003 e la guerra ideologica lanciata dal presidente statunitense George W. Bush, senza il sostegno delle Nazioni Unite.

Possiamo ben sostenere che Bush è il responsabile primo del dilagare di questa ideologia in Iraq, dove è stata emarginata la comunità sunnita e nulla è stato fatto affinché si proteggessero le frontiere dall'afflusso di jihadisti stranieri. Ad esempio al-Qaeda è apparsa sul territorio iracheno guidata da Abu Musab al-Zarqawi, che non è iracheno bensì giordano.

Dopo il 2006 le tribù sunnite, si sono mobilitate in difesa dei combattenti iracheni assoldati da al-Qaeda.

Bush, a quell'epoca, aveva promesso di trovare una soluzione per migliorare il sistema politico dell'Iraq; promessa ovviamente mai mantenuta.

Possiamo dire con margine di certezza che è proprio l'anno 2006 l'anno di svolta in negativo: da questo momento fermenti e tribolazioni colpiscono la realtà sunnita che ci si ripresenta rinnovata nel neonato Stato Islamico nel 2013.

Nel 2013 i sunniti scesero in strada e allestirono sit-in chiedendo di essere trattati come esseri umani. Si contano infatti decine di migliaia di uomini e donne detenuti senza chiare motivazioni in carcere.

L'allora Primo ministro Nuri al-Maliki non si curò delle proteste, al contrario attaccò, imprigionò e uccise centinaia di manifestanti e la comunità internazionale, invece di perseguire Maliki, gli inviò tutto il sostegno necessario.

Durante questo periodo la situazione dei dissidenti sunniti si è evoluta al punto di giungere alla proclamazione del califfato dello Stato Islamico in Iraq. Chiaramente notiamo come le cose vadano di male in peggio nel paese e che, il trattamento da tutti consigliato per sanare la situazione sia sicuramente il peggiore.

Lo Stato islamico si è sviluppato ben oltre la sofferenza e la rabbia delle persone. Recentemente è riuscito a conquistare con rapidità sconcertante, la provincia di al-Anbar ma, alla popolazione fuggita verso la capitale Baghdad non è stato permesso di entrare in città.

Queste persone sono oggi costrette a dormire per strada e, proveremmo poco stupore nell'apprendere una loro conversione allo Stato islamico.

Se l'intenzione è quella di sbarazzarsi dei terroristi, non si dovrebbero offrire loro migliaia di potenziali combattenti. A tutto ciò possiamo aggiungere le inaudite violazioni da parte delle milizie sciite contro la popolazione sunnita.

Gli attacchi della coalizione guidano le persone nelle braccia spalancate dell'Isis. Vediamo quotidianamente le milizie sciite e i loro sostenitori bruciare e saccheggiare le proprietà dei sunniti. I 2.000 missili anticarro consegnati lo scorso lunedì dal presidente Barck Obama, sono state consegnati direttamente alle milizie.

Ma la conferenza di Parigi tenutasi il 2 giugno non è sembrata particolarmente interessata alle sofferenze della popolazione sunnita ma solo all'Isis. Il problema reale è che non è possibile distruggere l'Isis senza includere nel processo la popolazione irachena. In questo modo potremmo forse liberarci dall'Isis, ma con la certezza che potrebbe costituirsi un gruppo ancora più sofisticato.

Abadi è stato sostenuto dalla comunità internazionale e in parte anche dai sunniti con i quali è stato raggiunto un accordo che prevede la liberazione dei prigionieri e la revisione delle leggi dannose per i sunniti. Da allora non abbiamo ancora registrato alcun cambiamento rispetto al passato.

Abadi non rilascerà mai i prigionieri sunniti ma ha invece approvato una legge che fissa un termine di sei mesi prima del rilascio di un condannato che ha già scontato la sua pena...

Nei fatti vi ricordo che mr. Abadi non controlla proprio nulla; il potere oggi è detenuto dalle milizie sciite, dall'ex primo ministro Maliki e dall'Iran, l'invisibile burattinaio.

Possiamo dunque concludere affermando che il problema in Iraq oggi non è il Primo Ministro ma il sistema.

Nonostante tutto notiamo come alcuni rappresentanti sunniti, come i membri del consiglio provinciale, abbiano tuttavia invitato le milizie sciite a prestare aiuto alla loro provincia (al-Anbar).

La stessa cosa è successa a Tikrit dove il consiglio provinciale ha chiesto l'assistenza delle milizie sciite e dove, una volta intervenute, non hanno rispettato i diritti dei cittadini che ad oggi vagano come vagabondi nella loro stessa terra.

Evidente dunque come questi politici di fede sunnita non abbiano alcun potere.

Il Congresso degli Stati Uniti ha recentemente votato l'opportunità di armare direttamente i sunniti intenzionati a combattere l'Isis ma questa ipotesi è auspicabile solo qualora si avvii anche una soluzione politica anche perchè il problema non sono le armi: queste abbondano in Iraq.

Ciò che realmente manca è la volontà. I sunniti non vogliono combattere: lo hanno fatto nel 2006 e sappiamo il prezzo pagato.

Abbiamo bisogno di una vera riconciliazione e che le leggi siano opportunamente modificate.

Le due grandi fazioni dell'Islam devono sedersi insieme e trovare una soluzione reale, solo dopo che ciò si sarà compiuto potremo combattere e sbarazzarci dello Stato Islamico.

Il problema è che l'Isis utilizza proprio i sunniti su cui fa leva in quanto “ prigionieri dell'organizzazione”.

Molti sono anche gli sciiti contrari a ciò che avviene in Iraq.

L'unica soluzione è sostenere a livello internazionale tutta quella serie di contatti che farebbero finalmente raggiungere la pacificazione tra sunniti e sciiti.

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