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Yemen: nuova strategia saudita

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di ROSSELLA PERA

Dopo un mese di assidue dimostranze,

l'Arabia Saudita sta riducendo la sua operazione militare in Yemen. Martedì 21 aprile il Regno ha infatti annunciato la fine della prima fase, chiamata "Storme Decisive" e l'inizio di quella nuova, denominata "Restore Hope".

Le ondate di scioperi contro le milizie Houthi e dell'unità dell'esercito fedeli all'ex presidente Ali Abdullah Saleh, hanno portato alla conclusione che sia necessaria una nuova campagna, meno intensa, che si concentrerà a Riyadh e alla cui base ci sarà la ricerca sia della sicurezza, quindi una battaglia contro il terrorismo, sia di una soluzione politica.

Il portavoce della coalizione raggruppata intorno all'Arabia Saudita, il generale Ahmed Asseri, ha avvertito che "continuerà ad impedire ai miliziani di muoversi o di intraprendere operazioni all'interno del territorio yemenita"; il che implica che altri attacchi aerei potrebbero continuare ad essere condotti ma questa volta ad hoc. "Dopo la fase puramente militare, dobbiamo passare a una fase politico-militare" riassume un diplomatico occidentale a Riyadh.

Questi annunci sono stati fatti passare alla cittadinanza come una sorta di vittoria. Secondo il ministro della Difesa saudita, gli scioperi della coalizione sono avvenuti al fine di eliminare le minacce alla sicurezza sia dell'Arabia sia dei paesi limitrofi.

Da Riyadh, dove si trova rifugiato, il presidente yemenita Abd Rabo Mansuour Hadi promette la vittoria : "saremo presto pronti a tornare nella nostra patria e riprenderemo Aden (sud) e Sana'a"

Secondo quanto riporta il quotidiano pan-arabo Al-Shraq Al-Awsat, di proprietà della famiglia di re Salman, il risultato di "Storm Decisive" è la distruzione di lanciamissili balistici e il sequestro di artiglieria pesante rinvenuta nei depositi militari. Viene citato anche il recente "rally" al presidente Hadi, compiuto dal generale Abderrahman al-Halili, il capo della regione orientale che controlla circa 25.000 uomini.

Altro chiaro segnale che va ad indebolire la ribellione è la risoluzione 2216 adottata il 14 aprile dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, che intima gli Houthi a ritirarsi dai territori occupati negli ultimi mesi. "L'operazione è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi con perdite minime, non solo nelle fila dell'esercito ma anche della popolazione yemenita" afferma Salman Al-Dossary, caporedattore del quotidiano sopracitato.

Al quartier generale dell'Onu a New York il satisfecit saudita lascia però alquanto perplessi i diplomatici. Ad esempio, quando il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha invitato lo scorso lunedì l'Arabia a un immediato e perentorio cessate il fuoco, il rappresentante saudita Abdellah al-Mouallini aveva motivato il diniego opponendo il motivo dell'irricevibilità del comunicato.

Contrariamente a quanto previsto dal testo delle Nazioni Unite, i combattenti Zaidi (un ramo dello sciismo) non hanno mostrato alcuna intenzione di evacuare Sana'a e Taiz: le due grandi città sotto il loro controllo, nè tantomeno le posizioni nella città di Aden, teatro nelle ultime settimane di scontri violenti con le forze pro-Hadi.

Il turnaround saudita sembra in parte legato alla crisi umanitaria che devasta lo Yemen e che i bombardamenti minacciano di portare al culmine. L'ONU ha recentemente allarmato la comunità internazionale comunicando il pesante tributo di vite umane (ben diverso dal "pochi morti" riportati dal quotidiano della casa reale saudita): circa un migliaio di morti, più di 3000 i feriti e una situazione umanitaria decisamente catastrofica dal momento che mancano acqua, cibo, medicine ed elettricità. Lo scorso martedì due raid della coalizione hanno colpito un ponte nel centro del paese e una base dei servizi di sicurezza situata a nord. I morti sono stati oltre 40 e in gran parte civili.

Il regno saudita, consapevole del fatto che un'invasione via terra potrebbe velocemente portare all'impantanamento della situazione, sembra oggi desideroso di dare una possibilità alla via diplomatica.

Sono sostanzialmente tre, i recenti avvenimenti che fanno comprendere il motivo di questo cambio di rotta: l'astensione della Russia durante il voto sulla risoluzione 2216; la nomina imminente del mauritano Ould Cheikh Ahmed Ismail come inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, che avrebbe fatto pressioni al fine di perseguire la politica dei negoziati, a seguito delle dimissioni del marocchino Jamal Benomar, che non godeva ormai più da tempo della fiducia di Riyadh. Ma indubbiamente il motivo principale del mutato atteggiamento va rintracciato nella promozione alla carica di Vice Presidente dello Yemen, di Khaled Bahah, attuale primo ministro.

Originario della provincia di Hadramout, nella parte orientale del paese, ove conserva numerosi contatti e ex ambasciatore dell'ONU, Bahah è riconosciuto come un abile politico e uomo di consenso. E' stato nominato capo del governo nel mese di ottobre 2014, nel pieno della crisi politica. Anch'egli trattenuto dalle milizie Houthi, riesce a negoziare la sua liberazione nel mese di marzo 2015.

Bahah è una carta importante da giocare: in qualità di presidente, Hadi è stanco e consumato, come altri membri della sua famiglia abusati dagli Houthi (come riporta un diplomatico occidentale). Bahah ha da subito saputo indossare i panni del vicepresidente e anche di più. Indubbiamente è un personaggio a cui non manca la visone generale, il carattere e la determinazione. Tuttavia non possiamo essere sicuri che ciò sia sufficiente, la situazione è assolutamente peggiorata.

L'eco a tutto ciò è portato dai combattimenti scoppiati mercoledì mattina in diverse città meridionali, come Aden e Taiz, dove i combattenti Houthi hanno sequestrato la base di una brigata lealista. Martedì sera sulla scia dell'annuncio di cessazione dei bombardamenti, le formazioni del sud pro-Hadi hanno deciso di continuare i combattimenti contro le milizie Zaidi.

Nei corridoi delle Nazioni Unite, intanto, un diplomatico ribadisce il suo pessimismo di fronte ad una situazione troppo instabile: "i sauditi possono anche fermare le loro incursioni, ma continuano ad armare i gruppi per combattere i ribelli Houthi. Oggi come in passato".