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Iran e nucleare: corsa alle trattative

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di ROSSELLA PERA

I negoziati sul nucleare iraniano continuano in un'atmosfera febbrile da lunedì 30 marzo,

a Losanna in Svizzera, quando restano appena 24 ore per raggiungere un accordo tra l'Iran le grandi potenze riguardo il programma nucleare della Repubblica islamica.

Gli incontri si sono moltiplicati nei saloni del Beau Rivage, un hotel di lusso affacciato sul Lago di Ginevra, tra Mohammad Javad Zarif, il ministro iraniano degli Affa Esteri e i suoi omologhi del “P5+1”, in altre parole i cinque paesi membri del Consiglio di Sicurezza più la Germania.

L'obiettivo è la ricerca quasi disperata di un compromesso sulle grandi linee, un possibile accordo che aprirebbe la strada ad ulteriori negoziati fino al 30 giugno, in modo da finalizzare i dettagli tecnici. Il clima dei colloqui è decisamente teso soprattutto dal momento che gli iraniani amano contrattare al limite, sul filo del rasoio.

Raramente trattative diplomatiche sono state così difficili, lunghe e complesse. L'esito dei colloqui a Losanna era ancora incerto nella gionata di lunedì, nonostante i dodici anni di discussione e i sedici mesi di intense consultazioni, a partire dalla firma di un accordo interinale tra l'Iran e i paesi del “p5+1” avvenuta nel mese di novembre 2013.

Suddetto accordo aveva provocato un blocco temporaneo del programma nucleare iraniano e solloveta un limitato numero di sanzioni internazionali contro il regime di Teheran.

Fonti informate affermano che nonostante la squadra di negoziazione si conosca ormai perfettamente e abbia attentamente scrutato, negli ultimi mesi, tutti i possibili scenari tecnici, esistano ancora grandi differenze sui punti chiave di un futuro accordo.

Lo scopo delle “sei” è quello di garantire che l'Iran non sia in condizione di acquistare una bomba atomica sotto la copertura del suo programma nucleare civile. Dobbiamo però ricordare che l'Iran in passato ha mentito, nascondendo l'esistenza di Natanz e Fordo, i suoi due principali centri di arricchimento dell'uranio, il materiale fissile necessario per produrre un'arma nucleare.

E' questo il motivo che spinge le potenze occidentali a voler garanzia che qualsiasi accordo fornisca le necessarie garanzie di trasparenza al fine che l'Iran presti fede ai propri impegni.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario creare una complessa rete di misure volte, in ultima analisi, a frenare il programma iraniano per il suo “breack-out”; vale a dire fornire il tempo necessario per produrre sufficiente uranio arricchito atto a costruire un ordigno: cioè alemno un anno. L'obiettivo è consentire all'Occidente il tempo di reagire qualora l'Iran prendesse la decisione di impegnarsi in una corsa alle armi nucleari, che Teheran non ha mai fatto, probabilmente a causa della mancanza protratta di mezzi.

Mentre i negoziati si avvicinano al loro epilogo, un diplomatico occidentale ha sottolineato che esistono ancora “tre punti difficili” e che l'esito dei negoziati dipende dalle risposte a queste domande. Stiamo parlando della durata del conflitto, del ritmo di revoca delle sanzioni contro l'Iran e dell'adozione di un meccanismo detto “a scatto” che comporterebbe l'immediata re-imposizione delle sanzioni qualora Teheran non dovesse osservare l'impegno assunto.

In sostanza l'occidente chiede un accordo restrittivo, che rimanga in vigore per almeno quindici anni, con una fase di strettissimo monitoraggio e ristretto agio nel corso dei primi 10 anni, seguita da una graduale abolizione delle restrizioni: tra cui ricerca e sviluppo.

Tutti invocano i 15 anni ma ci saranno durate differenti per i vari aspetti dell'accordo. Tuttavia gli iraniani chiedono un periodo transitorio più breve, ritenendo questa imposizione una tutela punitiva per il Paese.

Quanto riguarda le sanzioni, il blocco si concentra su quattro soluzioni adottate dal 2006 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Queste sanzioni sono progettate principalmente al fine di prevenire l'attività di proliferazione nucleare, integrate a partire dal 2010, dalle sanzioni economiche adottate da Stati Uniti e Unione Europea.

Dobbiamo sottolineare che però, per Teheran, le sanzioni ONU hanno soprattutto un valore simbolico: finchè sono in vigore significa che il paese siede ancora sulla panchina della comunità internazionale. Si tratta principalmente di una questione di orgoglio nazionale. A ciò si aggiunge un difficile dibattito interno tra le “Sei” sul meccanismo proposto dalla Francia per reintrodurre le sanzioni delle Nazioni Unite in caso di violazione dell'accordo da parte dell'Iran. La Russia, in particolare, è riluttante ad approvare un processo che sarebbe automatico poiché priverebbe un membro permanente del Consiglio di Sicurezza del diritto di veto.

Un'altra polemica è scoppiata il 31 marzo e riguarda il “come” arrivare ad un brack-out di un anno. Per raggiungere questo obiettivo è necessario agire su diversi parametri: il numero di centrifughe (l'Iran ne ha quasi 20.000, la metà in attività), il modello delle macchine utilizzate, la potenza variabile e lo stock di uranio già arricchito.

L'Iran ha però rifiutato, nella gionata di domenica, di inviare gran parte della sua scorta in Russia, come era stato proposto. Ora richiedono che la sua scorta di uranio venga diluita in forma di gas sul suolo persiano. Un metodo per rendere l'uso per scopi militare praticamente impossibile.

I diplomatici occidentali hanno invece ridotto la portata di questo “voltafaccia” sostenendo che era principalmente per uso interno e dunque non un problema “grave” per i negoziati.

Nonostante la persistenza di questi ostacoli, sembra comunque improbabile che la discussione si Losanna finisca in un fallimento totale. “Abbiamo accumulato così tanto lavoro che sarebbe imperdonabile perdere tutto” afferma Sergei Ryabkov, capo dei negoziatori russi.

Per giustificare il protrarsi dei negoziati fino alla fine di giugno il Segretario di Stato americano, John Kerry (attore principale dei colloqui con il suo omologo iraniano) non potrà tornare in patria a mani vuote. Per convincere il Congresso che minaccia di far deragliare il processo adottando una nuova rappresaglia contro l'Iran, da metà aprile Kerry dovrà essere in grado di segnalare i progressi di Losanna. Allo stesso modo per Zarif, il “duro” del regime di Teheran ostile a qualsiasi avvicinamento con l'Occidente, subirà un duro colpo se il negoziatore iraniano non potrà contare sulle concessioni: questione chiave della revoca delle sanzioni.

Resta da risolvere la difficile questione della presentazione dell'accordo. Gli iraniani non vogliono un testo lungo e preciso, al fine di mantenere la flessibilità nei confronti della propria opinione pubblica e per non essere eccessivamente legati alle sequenze dell'operazione stessa. Dal canto loro gli occidentali pretendono invece che il documento contenga tutte le garanzie necessarie, quindi dati specifici quantificati con scadenze su tutti i parametri chiave.

A priori i negoziatori si stanno muovendo verso la redazione di una “dichiarazione” il cui contenuto non sarà reso pubblico ma sarà una “comunicazione” riservata tra Zarif e Federica Mogherini, il capo della diplomazia dell'Unione europea, che coordina i lavori dei “p5+1”.