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Kurdistan : guerra, affari e le nostre coscienze

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di NICO CATALANO

Le cause di un conflitto armato vanno ben oltre i contrasti ideologici, etnici e religiosi, tutte giustificazioni che vengono date ai media per permettere ad essi di

attivare ad arte quelle pratiche di disinformazione “indotta” utili a mascherare le reali motivazioni, imposte dalla supremazia dei profitti a discapito delle vite di tanta povera gente.

Ma quali interessi si celano dietro una guerra?  nei primi anni novanta, durante il sanguinoso conflitto che imperversò nei Balcani, trovai la mia personale risposta a questo quesito. In quell’infausto periodo, conobbi dei medici che rappresentavano alcune ditte costruttrici di protesi ospedaliere per mutilati dall’azione criminale delle mine antiuomo. Gente apparentemente “perbene” non i soliti commercianti di armi, persone che candidamente auspicavano una lunga durata di quel conflitto che funestò la ex Yugoslavia, il tempo necessario per rendere floridi i bilanci delle loro aziende grazie ai cospicui introiti provocati da quelle nefaste circostanze belliche.

Questa è l’altra faccia delle cause di una guerra, la motivazione vera, meno evidente rispetto ai contrasti religiosi o etnici ma sicuramente più pericolosa perché subdola, ipocrita e sporca. Tutto è sacrificato sull’ altare del dio profitto, gli stessi motivi che spingono molte Nazioni ad avere un atteggiamento morbido nei confronti del “sultano” Turco Erdogan rispetto alla vile e sanguinosa azione militare messa in atto contro il popolo Curdo nel nord della Siria. Basta solo ammonirlo magari votando qualche “decretino” che congela la vendita delle armi al Paese in riva al Bosforo. La Turchia, una Nazione che rappresenta una miriade di interessi per le imprese occidentali, nel sistema globalizzato senza etica e regole, dove l’unico fine è quello di massimizzare i profitti giustifica ogni mezzo, persino di perdere l’umanità. Nell’elenco delle Nazioni che mantengono eccellenti rapporti commerciali con Ankara, figura anche il nostro Paese, infatti secondo i dati pubblicati dalla Farnesina, nel 2018 la Turchia si è confermata il quinto partner commerciale per l’Italia, circa 19,8 miliardi di interscambio totale, con un saldo positivo da parte italiana di oltre 588 milioni di dollari.

Nel 2017 si è tenuta la prima Joint Economic and Trade Commission (JETCO) tra Italia e Turchia durante la quale è stato firmato un protocollo per il rafforzamento degli investimenti e della cooperazione economica nei settori dell’energia, dell’agricoltura, della scienza, della tecnologia, del turismo e della cultura. Basti pensare al business legato all’indotto TAP il gasdotto che partendo dall’Azerbaigian approderà in Salento per trasportare metano che soddisferà il fabbisogno energetico delle Nazioni centro Europee. L’opera infrastrutturale oltre ad arrecare seri danni ambientali e sociologici nei territori salentini è responsabile di foraggiare diversi regimi repressivi e “canaglia” tra cui quello guidato dello stesso Erdogan.

in Turchia ci sono oltre 1400 imprese italiane, non solo produttrici di armi, ma anche posizionate nei settori del tessile, del manifatturiero, della produzione di macchine e autoveicoli e principalmente dell’agricoltura. Intere aree rurali di questo Paese del vicino oriente, vedono la presenza di coltivazioni di uva e ciliegie che permettono a diverse aziende italiane di consolidarsi in alcuni mercati extraeuropei, Russia su tutti, grazie anche a norme quasi “distorsive” dettate dalla legislazione Europea come quel “titolo temporaneo di permanenza”.  Aziende sostenute negli anni passati persino dalla “puglia migliore e progressista” in salsa confindustriale. Nulla di illegale, figuriamoci, ma un tantino ipocrita, specialmente quando da alcuni pulpiti di sinistra si grida allo scandalo per le scellerate azioni turche in Kurdistan o si agita lo slogan superficiale della richiesta di un congelamento della vendita di armi alla Turchia, peraltro inutile perché riferito solo ai contratti futuri e non a quelli in essere. Se si vuole fermare il genocidio che sta subendo il popolo Curdo, bisogna avere il coraggio di parlare chiaro e netto, andando sino in fondo, partendo dal riconoscimento delle nostre responsabilità e togliendo ad Erdogan il “terreno da sotto i suoi piedi” quel terreno rappresentato dagli affari che il suo governo ha in essere con le imprese del nostro Paese, se questo non si può o non si vuole fare, forse è meglio tacere e ascoltare la propria  coscienza ammesso che esista ancora qualche politico che ne possieda una.

Fonte della foto: La voce di New York.