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Malalai Joya: la voce di una donna contro i Signori della guerra

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di DALE ZACCARIA

“La morte potrebbe facilmente sopraggiungere anche adesso, ma non sarò io cercarla. Certo se la dovessi incontrare, e ciò è inevitabile, poco importa. Ciò che importa è se il mio vivere o il mio morire abbia avuto un effetto sulla vita degl’altri.” Malalai Joya.


Si riporta il discorso tenuto presso la Fondazione Lelio Basso di Roma di Malalai Joya da me trascritto.

“ Innanzitutto desidererei ringraziare la Fondazione Lelio Basso, per l’occasione fornita di poter parlare della condizione che affligge le donne in Afghanistan.

Vorrei ringraziare anche la vice-presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini e il Senatore Francesco Martone e tutte le persone che hanno collaborato per la riuscita di questo incontro.

Questa presenza e questa possibilità oggi, davanti a voi, mi da ancora più coraggio, più forza e determinazione per combattere contro gli integralismi e fondamentalismi che sono presenti all’interno del mio paese.

Perciò ringrazio tutti i movimenti che mi supportano contro i fondamentalismi presenti in Afghanistan.

Sono passati ormai sei anni dall’invasione all’Afghanistan. Il governo dei Taliban è stato sostituito con quello dell’Alleanza del Nord. Un governo composto principalmente da criminali, criminali che hanno già governato in passato, nel 1992 e nel 1996, e che hanno compiuto incredibili efferatezze, tra le quali a Kabul l’uccisione di 65 persone e numerosi stupri su donne.

Alla fine, questi signori, sono solo differenti nei costumi dai Talebani. Parlano di democrazia, di principi, di diritti umani, ma in concreto non fanno assolutamente nulla.

Il loro comportamento va solo a discapito delle persone normali, della popolazione e dei civili perbene.

Concentrandoci sulla situazione delle donne, ora vi racconterò alcuni episodi abbastanza scioccanti su quello che avviene nel mio paese tutti i giorni.

Il numero dei casi di suicidio delle donne Afgane è il risultato della destituzione e dell’inesistenza completa della giustizia. I casi di suicidio delle donne, oggi nel mio paese, è impressionante, mai un livello così alto era esistito in passato.

Stando alle statistiche ufficiali, sembra che si possa parlare di circa 250 casi di suicidio, registrati solo nei primi mesi del 2007.

Vi porto tre storie. Tre storie di donne. Una ragazza di 18 anni è stata ritrovata impiccata. Si è uccisa perché non voleva essere venduta ad un uomo di 60 anni.

Un’ altra donna, chiamata Bibigul, si è chiusa dentro una stalla e si è bruciata, sono state ritrovate solo le sue ossa. L’ultima storia riguarda una ragazza chiamata Sana è stata rapita, torturata e successivamente anche stuprata.

Stando alle statistiche dell’Unifem (Fondo Nazione Unite per le donne. Soggetto, creato nel 1976 che fornisce assistenza finanziaria e organizzativa per soluzioni innovative dirette a promuovere l’avanzamento delle donne e l’uguaglianza di genere), il 65% delle 50mila vedove a Kabul e molte altre migliaia di donne nel Paese, vedono il suicidio come l’unica opzione per riuscire a sopravvivere all’attuale regime di maltrattamento e strumentalizzazione delle donne.

Il 95% di donne Afgane soffre di depressione. Ogni 28 minuti una donna Afgana muore durante il parto. L’aspettativa di vita di una donna Afgana è mediamente di 44 anni e le statistiche dicono che l’80% dei matrimoni non sono contratti liberamente,ma previe forzature.

Riguardo in particolare la situazione della zona nord dell’Afghanistan, dove i comandanti dell’Alleanza del Nord, (…)compiono crimini come rapimenti, stupri sulle donne, continuando a perpetrare l’idea della presenza dei Taliban come pericolo principale e necessita delle loro azioni. E questo non è assolutamente vero. Non ci sono Taliban nell’area del Nord.

Solo un quinto delle ragazze ha accesso all’istruzione primaria. Un ventesimo all’istruzione secondaria. E più di 200 mila bambini che vivono sotto il controllo dei Talebani sono privati di alcun tipo di educazione e istruzione.

Numerose donne in numerose aree dell’Afghanistan sono state uccise, quando hanno provato a esprimere le loro idee. In alcune zone non hanno neanche la possibilità di lavorare, non solo nella capitale Kabul, ma anche in altre città come Safi e Kandaar.

L’unico florido business in Afghanistan attualmente in espansione è la coltivazione del papavero da oppio. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite il 93% della coltivazione mondiale è Afgana.

Inoltre (the Mail) ha scritto il 21 Luglio 2007 che i quattro più importanti attori all’interno del business dell’eroina sono tutti Signori Membri del Governo Afgano.

Attualmente i Talebani con mezzi fascisti controllano l’area est, e ciò nonostante il Governo cerca di dialogare con loro, di coinvolgerli all’interno del dialogo politico.

Sottolineando poi nessun interesse per le vere problematiche che affliggono la popolazione, ma perseguendo semplicemente scopi politici.

Fondamentalmente tra i terroristi Taliban che perseguono la campagna anti-americana e gli attuali membri del governo che perseguono la campagna filo-americana non c’è alcuna differenza. A pagare per loro sono sempre le persone comuni.

A dispetto dei miliardi di dollari che sono stati versati nelle casse del governo Afgano, le persone, la popolazione civile non riesce a beneficiarne.

Infatti, secondo le correnti statistiche, solo il 2% degli Afgani ha accesso all’elettricità. Il 60% degli Afgani vive al di sotto del livello di povertà e ben il 40% è senza alcun impiego di lavoro.

Un recente sondaggio del Marzo 2007 condotto dall’Integrity Watch Afghanistan ha rivelato che il 60% degli Afgani ritiene che l’attuale governo sia tra i poteri più corrotti esistiti negl’ultimi vent’anni.

La battaglia che è stata condotta, dall’occupazione avviata nel 2001 millantava di portare democrazia e sicurezza in Afghanistan, mi chiedo, mi domando, dov’è questa sicurezza? Non esiste questa sicurezza. Penso anche a tutte le persone che si sono battute per liberare l’Afghanistan dal regime Talebano e che dalla loro lotta non hanno ricevuto il risultato aspettato.

Fondamentalmente l’intervento militare in Afghanistan è frutto solo di una strategia politica e del perseguimento di interessi economici da parte degli Stati Uniti, che hanno procurato solo la messa in pericolo della popolazione Afgana, pericolo costante e reale, che sarà sempre presente fino a quando l’interesse degli Stati Uniti per il mio paese sarà vivo.

La situazione dell’Iraq come la situazione dell’Afghanistan sono due casi esemplari per mostrare tutto quello che fin ora ho detto.

Il mio popolo, il popolo Afgano ha bisogno dell’aiuto della Comunità Internazionale. Non ha bisogno di un occupazione militare.

La storia ci ha sempre insegnato che nessuna nazione può liberare un’altra nazione.

Questa condizione che stanno vivendo gli Afgani probabilmente porterà ad una nuova reazione e ad una resistenza degli Afgani stessi contro questi occupanti.

Non abbiamo solo il bisogno del supporto Italiano, ma del supporto di tutta la Comunità Internazionale, dei movimenti pacifisti, dei movimenti per la liberazione dell’Afghanistan.

Non solo l’impegno di Luisa Morgantini a livello politico. Abbiamo bisogno dell’impegno di ogni singola persona, per aumentare la pressione sui nostri governi, per supportare le esigenze e le necessità del mio popolo. Un azione indipendente dalla politica Americana, la quale è semplicemente una presa in giro del termine democrazia o liberazione.

Quello che serve alla mia gente, da parte nostra è un supporto ai movimenti democratici per poter combattere i movimenti fondamentalismi.

Anche se sono passati sei anni non è ancora troppo tardi per poter agire e cercare di combattere il potere al governo. Noi siamo le uniche persone che possiamo dare speranza alla popolazione Afgana, la quale ovunque viene vessata da questi criminali.

Non solo, ma serve anche una pressione della Comunità Internazionale, nei confronti dell’Iran, Pakistan, Russia, i quali costantemente supportano i movimenti fondamentalismi all’interno dell’Afghanistan, i quali privano le persone a poter esprimere le loro idee.

Anche se sono stata cacciata ingiustamente dal Parlamento, farei di tutto per ritornare.

La mia situazione è sicuramente pericolosa e a rischio, ho ricevuto molte pressioni, ma la mia volontà è di ritornare a combattere all’interno del Parlamento.

L’80% del Parlamento Afgano è composto attualmente da Signori della guerra, Signori della droga e criminali, stando anche a quello che dice Human Rights Watch.

Io sono stata espulsa e una piccola minoranza di persone continua ancora a battersi per la Democrazia in Afghanistan.

La mia domanda è, se l’80% di queste persone, dei parlamentari sono criminali, come possono fare gli interessi della popolazione?

La situazione del parlamento Afgano è una caricatura della democrazia. Più di una volta da alcuni di questi “buoni parlamentari” ho saputo di quello che avviene nelle stanze del potere.

Come ad esempio di giornalisti picchiati, anche se la costituzione, la nostra costituzione, sancisce la libertà di espressione. La maggior parte delle persone che sono oggi al potere è contraria alla partecipazione delle donne nella sfera pubblica e politica, e si oppone a qualsiasi tipo di secolarismo, impugnando le leggi dell’Islam.

Il mio rammarico è per il silenzio delle persone che lottano per queste battaglie democratiche.

Ho tanti tanti esempi di quello che accade nel parlamento Afgano, le numerosi violazioni da parte di questi governanti che si nascondono dietro ad una parvenza di democrazia.

Concludo, lasciandovi con questa frase: chi lotta può fallire, ma chi non lotta ha già fallito.”

(In foto Malalai Joya Lelio Basso Roma foto di Dale Zaccaria)