Il SudEst

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Le parole sono importanti

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di VALERIA BRUCCOLA

Così Nanni Moretti gridava ad una giornalista che affastellava frasi fatte durante la scena di un'intervista in uno dei suoi più celebri film.

 

 

Nel tempo ho sempre più apprezzato la potenza di quella frase e riscontrato come, fuori dalla finzione cinematografica, dietro un impoverimento del linguaggio, si ha una perdita di senso di molte delle parole che a volte non si pronunciano nemmeno più, ancorate ad una realtà in cui le parole stesse pesavano e si soppesavano, perché evocavano simbolicamente, come solo la “parola” può fare, sistemi simbolici chiari e solidi, collettivamente condivisi.

Questa lunga premessa mi serve per introdurre una riflessione su un cambiamento avvenuto in ambito scolastico, silenzioso e strisciante, che ha modificato la percezione del ruolo sociale e istituzionale di maestri e professori, diventati, nel tempo genericamente “insegnanti”. Non sono gli appellativi di “maestro” e “professore” passati di moda, ma il loro uso, in ambito scolastico, per definire i ruoli che generici “insegnanti” oggi rivestono. Ciò che è peggio è che anche e soprattutto i discorsi politici e la normativa si sono attestati sulla nuova definizione, segnando un progressivo impoverimento, fino al disconoscimento, del valore che prima veniva attribuito, anche terminologicamente, a chi ricopriva quei ruoli. Come “Maestro”  e “Professore”, usati con deferenza, sono  utilizzati per artisti e medici, per artigiani o universitari, quando si vogliono sottolineare grandi capacità, valore culturale, spessore, così “insegnante”, categoria meno chiara e sbiadita, ha pian piano sostituito quei termini in ambito scolastico, termini che invece, in un passato recente, definivano la professionalità e il ruolo degli stessi a seconda dell'ordine di scuola.  Non più “il migliore”, quindi, né colui il quale è riconosciuto autorevole ad insegnare pubblicamente, per richiamare l'etimologia dei termini che stiamo analizzando. Eppure il settore scolastico è quello nel quale, in soli dieci anni, si è intervenuti più volte per definire la formazione iniziale dei docenti, addossando ai docenti stessi la “colpa” di una scuola che via via perde terreno in qualità e risultati. Non sono i tagli, le classi pollaio, il sovraccarico di lavoro dopo i dimensionamenti, la discontinuità didattica dovuta all'utilizzo strutturale di precariato a rendere più scadente la scuola, sono gli “insegnanti”, che ogni Governo che si rispetti pretende di voler formare e selezionare meglio del precedente. Allora si capisce il cambiamento di denominazione dei professionisti della scuola e anche il perché, da quando “maestri” e “professori” sono diventati “insegnanti”, la categoria ha subito le peggiori vessazioni e umiliazioni che la scuola pubblica ricordi, oggetto di attacchi mediatici di ogni sorta, immotivati quanto ridicoli, il cui risultato immediato è quello di dequalificare tutto il sistema, nonostante il suo alto valore sociale e istituzionale. Ho volutamente usato i termini al maschile, per farne risaltare il paradosso; ma se li decliniamo al femminile indugiare sull'ipotesi di un'operazione di dequalifica appare quasi grottesca. “Maestre” e “professoresse” possono essere definite genericamente “insegnanti”, perché in fondo in fondo, quei termini ampollosi non sono poi così importanti. Ovviamente, questa affermazione è provocatoria ma parte dalla mia convinzione che se il mondo scolastico non fosse caratterizzato quasi completamente dal genere femminile, tante cose non accadrebbero e non sarebbero accadute, come questo scivolamento concettuale, più che linguistico. Le parole sono importanti e quando si cambiano i nomi alle cose, si agisce sul senso stesso delle cose e la denominazione dei docenti, secondo me, ne è un esempio preoccupante. Sui docenti italiani, per lo più maestre e professoresse, si è agito alla radice, a cominciare dalla loro definizione, scardinandone persino il ruolo sociale e disconoscendone status e professionalità, una professionalità troppe volte messa in discussione a discapito dell'autorevolezza del loro ruolo istituzionale quotidianamente ribadito, praticato e difeso nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado.