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Nicola Zingaretti proclamato segretario PD

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di NICO CATALANO

Domenica scorsa, l’assemblea nazionale del partito democratico, riunita all’Hotel Ergife di Roma, ha proclamato segretario Nicola Zingaretti, in seguito alla vittoria ottenuta proprio dal presidente della Regione Lazio alle primarie celebrate lo scorso 3 marzo, grazie ad un successo conseguito con oltre il sessanta per cento dei consensi, che hanno permesso allo stesso di sbaragliare la concorrenza di Maurizio Martina e Roberto Giacchetti.


Dopo la sua proclamazione, il neo segretario, ha proposto all’assise, i nomi dell’ex premier Paolo Gentiloni e di Luigi Zanda parlamentare di lungo corso ed ex capogruppo al Senato rispettivamente come presidente e tesoriere del partito. L’ex primo ministro Gentiloni ha successivamente indicato per ricoprire il ruolo di vicepresidente dell’assemblea, i nomi della parlamentare Umbra Anna Ascani e di Deborah Serracchiani ex deputata e già presidente della Regione Friuli Venezia Giulia.

Tutti nominativi che hanno ricevuto il voto di una larga maggioranza dall’assemblea, scelte che rientrano in un’ottica di “usato sicuro”  sicuramente una discontinuità con la “rottamazione Renziana” ma che contraddicono quella necessità di cambiamento nelle prassi e nelle facce, più volte annunciata ed enunciata dallo stesso Zingaretti durante le passate settimane, una tendenza questa, confermata anche nella scelta dei 120 componenti della direzione del partito, dove tranne per i 14 volti nuovi designati direttamente dal segretario, la quasi totalità delle elette e degli eletti è la conseguenza degli equilibri e dei giochi politici tra mozioni, aree e componenti del partito, una logica già vista  e che di nuovo ha ben poco, in quanto prassi che ha sempre contraddistinto il partito democratico dalla sua nascita. Contraddizioni che emergono anche dal primo discorso di Zingaretti, infatti se va dato atto allo stesso segretario di avere riportato nel dibattito interno del partito democratico, temi da tempo abbandonati e lasciati al M5S o addirittura alla Lega, come la giustizia sociale e l’attenzione al mondo lavoro, cosa che fa ben sperare per il futuro, è invece infausta l’affermazione da parte dello stesso Zingaretti, che L’Italia è ferma perché nel dicembre 2016 prevalse il No al Referendum Costituzionale proposto da Matteo Renzi, peraltro una pessima riforma che minacciava democraticamente il paese e che fu sonoramente bocciata da oltre il sessanta per cento degli italiani.

A tale proposito, sarebbe bastato ammettere con maggiore onestà intellettuale che forse l’attuale situazione in cui versa il Paese è conseguenza di una serie di politiche sbagliate proprio da parte del centro sinistra, scelte che hanno allontanato la sinistra dal suo popolo e aperto la strada, nel marzo 2018 alla vittoria delle forze che sostengono l’attuale governo Conte. Con una destra forte, aggressiva e spregiudicata come quella guidata da Matteo Salvini, sempre più connesso sentimentalmente con il corpo della Nazione, è necessario per gli assetti democratici del Paese, costruire una seria alternativa attraverso sia una netta discontinuità con il renzismo, così come tramite la creazione di una struttura partitica aperta non prigioniera delle logiche correntizie e delle infinite mediazioni, la sommatoria dei resti di ciò che rimane dopo lo tsunami non serve, oggi più che mai, così come le posizioni moderate o verosimilmente annacquate per le estenuanti mediazioni tra correnti, urge radicalità nelle scelte e nei contenuti.

Qualche bella parola di sinistra pronunciata in un discorso post congressuale, non basta più, certe narrazioni oggi hanno lo stesso effetto di un cucchiaio di cacio grattugiato sopra un piatto di pasta insipida, che per quanto il formaggio possa essere saporito, non cambierà la situazione con il piatto che resterà inesorabilmente scialbo, certo siamo solo all’inizio e va dato del tempo per esprimere un giudizio complessivo, anche se il primo test rappresentato dalle Europee e Amministrative del prossimo maggio si avvicina.