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L'attualità nel libro "l’Abicí della Guerra" di Brecht

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di MARIAPIA METALLO

«Di sangue una spiaggia doveva tingersi/ che non era né dell’uno né dell’altro./ Erano, si dice, costretti a uccidersi./

Lo credo, lo credo. Ma domando: da chi?». Bertold Brecht (l'Abicì della Guerra)


 


In un periodo, in cui la parola guerra risuona continuamente nelle nostre menti, in un’epoca nella quale, il sangue, il dolore e la follia si manifestano ininterrottamente, portando angoscia e tristezza, occorre riflettere sul senso dei conflitti bellici, sulla violenza fisica e psicologica, sulla devastazione sociale che caratterizza la realtà odierna, elementi spesso comunicati dai mass media e dalle arti visive in modo parziale, se non addirittura non corretto. In questo contesto diventa di grande attualità il libro l’Abicí della Guerra di Brecht. Si tratta di un’opera di fondamentale importanza per chiunque si interessi di fotografia, fotogiornalismo, informazione, mass media. Rappresenta l’irruzione della poesia, della riflessione filosofica, in un territorio visuale legato essenzialmente alla fotografia di guerra, alla rappresentazione dell’odio e della distruzione. Il libro, che negli anni cinquanta fece fatica ad uscire, nell’allora Repubblica Democratica Tedesca, è costruito su una selezione di immagini della Seconda Guerra Mondiale e del periodo nazista realizzata personalmente da Brecht, il quale non si limitò a metterle una dietro l’altra costruendo, come si direbbe oggi, una serie, ma elaborò, lungo la traiettoria visiva da lui costruita, una linea parallela di epigrammi fulminanti, in cui collocava le sue riflessioni sulle immagini e sulla guerra. Una fotografia, un epigramma, il tutto in un percorso poetico-filosofico in grado di amplificare, all’ennesima potenza, la forza comunicativa delle inquadrature. Il libro di Bertolt Brecht è, dunque, un’occasione per riflettere, per tornare a confrontarci con fotografie, che pur appartenendo al passato, forse, ci parlano ancora del nostro presente e probabilmente del futuro. I suoi epigrammi, brevi quartine secche e concise, ci inchiodano davanti a immagini di criminali nazisti, di città distrutte, di partigiani in armi, di soldati devastati dalla fatica.