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Mauro Del Giudice: Il Magistrato che non si piegò al fascismo

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di MARIO GIANFRATE

A centosessant' anni dalla nascita

A Mauro Del Giudice, affidatario dell’istruttoria del processo relativo al delitto di Giacomo Matteotti – il segretario e deputato del Partito Socialista Unitario rapito e ucciso da squadristi fascisti dopo aver denunciato in Parlamento i brogli e le violenze con le quali Mussolini aveva vinto le elezioni del ’24 – appare chiaro, sin dall’inizio, che i responsabili del barbaro assassinio vanno cercati in alto, molto in alto, tra i vertici dello Stato. Dumini, Putato, Poveromo, Malacria e gli altri sono solo burattini mossi da fili invisibili, l’ultimo anello della catena, gli esecutori materiali del delitto, i macellai, insomma; ma la mente che lo ha partorito, i mandanti sono individuati nel senatore De Bono, capo della polizia, che – per ordine del Duce-, da subito tenta il depistaggio, predispone coperture per gli assassini, e nello stesso Mussolini.

Le testimonianze sul sequestro di Matteotti, però, ci sono, dure come macigni, sfuggite al controllo della polizia fascista, e conducono direttamente agli squadristi della Ceka, l’organizzazione segreta alle dipendenze del Viminale, che ha lo scopo di reprimere il dissenso e sopprimere gli avversari.

Del Giudice è ben conscio della direzione da intraprendere ma, anche, delle difficoltà e dei boicottaggi che ostacolano il suo obiettivo. Caparbiamente vince le resistenze del giovane Tancredi, l’altro giudice che lo affianca, con la sua intransigenza nel riaffermare il principio dell’autonomia della Magistratura sottraendola al ricatto del potere politico; sfidando, in tal modo, le pressioni, le minacce più o meno velate, le conseguenze personali. E, quindi, cerca la verità.

Vuole arrivare a Mussolini passando per De Bono – uno dei quadrumviri fedeli al capo del fascismo – ma sa perfettamente che chiedere l’incriminazione di quest’ultimo che è, anche, senatore del Regno significherebbe trasferire la decisione al Parlamento, costituito per due terzi da camicie nere che non consentirebbero certo, con il loro voto, di mettere sotto processo il fascismo.

E, allora, il Magistrato gioca le sue carte puntando a far contraddire gli imputati che sono in carcere per ricavarne confessioni e verità, per poter condurre a termine il mandato di onesto e integerrimo servitore della legge e non di un regime.

La provvidenziale promozione sua e di Tancredi ad altro incarico, a cui segue il forzato trasferimento di entrambi, ma, anche, la pubblicazione sul Il Mondo del memoriale di Cesare Rossi, sottrae l’istruttoria processuale a Del Giudice finito a Catania, in Sicilia, e il dibattimento si trasformerà in una farsa tragica.

Il volto di Mauro Del Giudice rivive nel film di Florestano Vancini, Il delitto Matteotti, magistralmente interpretato da Vittorio De Sica.

Era nato esattamente 160 anni addietro, il 20 maggio del 1857, a Rodi Garganico, nel foggiano; un paese che, all’inizio  del secolo scorso è stato teatro di tumulti per la fame e di drammatici episodi originati dalla miseria diffusa; la cittadina  può essere fiera di aver dato all’Italia un uomo di tale tempra e che, in tempi presenti, costituisce fulgido esempio per magistrati nei confronti dei quali si tenta di piegarne l’autonomia con provvedimenti ad usum delphini per sottrarre alla giustizia politicanti corrotti e corruttibili.