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Sicilia dimenticata: Giuseppe Bonaviri e Angelo Fiore

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di STEFANO BARDI

Sicilia, terra magica e ancestrale, culla di musicisti, artisti, attori, e scrittori come il grande medico cardiologo e scrittore Giuseppe Bonaviri (Mineo, 11 luglio 1924-Frosinone, 21 marzo 2009). Nelle sue opere, la terra siciliana, è vista come un universo stravagante e impetuoso, ricco di bagliori, profumi, sapori, ecc. In poche parole e per concludere sulla sua poetica in generale, possiamo affermare, che, la Sicilia di Giuseppe Bonaviri è un luogo mitico, in cui si possono vedere ancora oggi i segni della nascita, della dipartita, della fanciullezza, e della scostumatezza. Fatta questa veloce ma doverosa introduzione, passiamo ora all'analisi delle sue opere maggiori.

Nel 1958 vengono pubblicati i racconti “La contrada degli ulivi”. In questi racconti il principale tema sviluppato è quello della dipartita degli uomini, ma soprattutto e in particolar modo, quello della dipartita facente parte, del naturale cammino esistenziale. Inoltre l'Uomo è visto come il ponte, fra gli uomini e gli oggetti. Gli uomini di contrada, come suggerisce il titolo, sono dei semplici mezzadri di Mineo, i quali si lasciano abbracciare e consumare, dai sentimenti della Natura. In questi racconti i fatti veri, sono rappresentati e illustrati attraverso l'uso delle metafore realizzate con un linguaggio, che, riesce ad arrivare oltre alla storia.

Nel 1964 esce il romanzo “Il fiume di pietra”, il quale come sfondo geografico ha Mineo, durante lo sbarco degli Alleati. Un romanzo dalla trama aperta, dove i rimandi ai fatti veri, sono solo ed esclusivamente utilizzati, per allungare la storia, dando così l'impressione che si stia leggendo una storia, che non può avere mai una fine. Anche in questo romanzo è analizzata, il legame vita-dipartita.

Nel 1969 esce il romanzo “La divina foresta”, il quale può definirsi una genesi in forma romanzesca, poiché a differenza degli altri romanzi, in quest'opera si ritorna alle origini del Mondo. Per essere più chiari, questo romanzo parla della nascita del Mondo, intesa come un partorimento della natura, la quale quest'ultima è composta da maree solari, da trasformazioni luminose, da energie inarrestabili, da abissalità astrali, e da tanto altro ancora. Esistenza del mondo visto come luce-tenebre, in cui tutto può succedere. Scopo principale di questo romanzo, è quello di rappresentare l'irrappresentabile e l'irriproducibile nascita del Mondo, in chiave scientifica; e produrre uno schema espositivo in cui inserirci luci e melodie, cielo e terra, bestie e uomini.

Nel 1976 esce l'ultimo grande capolavoro del Bonaviri, da titolo “L'enorme tempo”. In questo romanzo non ci sono più i miti e leggende siciliane, ma bensì sono rappresentati fatti veri e quotidiani, i quali prendevano vita dall'attività di medico domiciliare di Giuseppe Bonaviri. Una Mineo settantottina ci vien mostrata, con i suoi fanciulli infettati, le sue senili straccione, le sue mortali montagne maltose, i suoi pastori ignoranti, i suoi sindaci mafiosi, ed i suoi spettrali camposanti, in cui i morti riposano a cielo aperto. Una città, quella di Mineo, che grazie all'opera del Bonaviri diventa, il cuore e il fulcro del Mondo, il quale è composto da luoghi fatiscenti, con le loro strade e vie colme, di spazzatura e di merda.

Accanto a questo scrittore, c'è stato un altro grande autore siciliano che dobbiamo rimembrare, il quale insieme a Giuseppe Bonaviri, Luigi Pirandello, e Gesualdo Bufalino rappresenta, la vecchia guardia degli scrittori siciliani del Novecento; e lo scrittore in questione, è Angelo Fiore (Palermo  1908-1986). Nell'opera letteraria del Fiore, è rappresentata un'umanità vigliacca, borderline, emarginata dalla vita; e che intreccia legami insensati e corrotti. Romanzi ambientati, in un mondo in veloce decomposizione, in cui gli uomini per campare, compiono truffe e incutono paure. Il principale leitmotiv delle sue opere, è la dipartita di Dio, la quale ha abbandonato l'Uomo, in balia di se medesimo. Dipartita, che, secondo il Fiore è stata causata da un difetto originario della Genesi, e che si attua in pratica con l'assenza dell'amore, sia nel sentirlo sia nel darlo agli altri. In conclusione, Dio vive in quanto è solo uno spirito, costretto a peregrinare all'infinito sulla Terra, nella totale assenza di un progetto o di un obiettivo.