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Elsa Morante e La Storia

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di MARIAPIA METALLO

 

“La natura è di tutti i viventi… era nata libera, aperta, e loro l’hanno compressa e anchilosata per farsela entrare nelle loro tasche.

 

Hanno trasformato il lavoro degli altri in titoli di borsa, e i campi della terra in rendite, e tutti i valori reali della vita umana, l’arte, l’amore, l’amicizia, in merci da comprare e intascare. I loro Stati sono delle banche di strozzinaggio, che investono il prezzo del lavoro e della coscienza altrui nei loro sporchi affari: fabbriche d’armi e di immondezza, intrallazzi rapine guerre omicide! Le loro fabbriche di beni sono dei lager maledetti di schiavi, a servizio dei loro profitti… Tutti i loro valori sono falsi, essi campano di surrogati… E gli Altri… Ma si può ancora credere in altri da contrapporre a loro? Forse le loro falsificazioni resteranno l’unico materiale della Storia futura”. Elsa Morante, La storia. Uno scandalo che dura da diecimila anni

La storia è uno scandalo perché altro non è che la manifestazione dell’uomo che ha perduto la sua innocenza, quindi è un tessuto di violenze, di sopraffazioni, di stermini, di lotte, di egoismo e di negazione di tutto ciò che l’umanità dovrebbe essere. All’interno della storia, pertanto, non vi è salvezza.
La Morante esprime sicuramente una posizione pacifista e una decisa empatia per i più deboli e i più semplici, per gli umili e per le vittime, ma non incita alla lotta e non osserva le vicende dal punto di vista di una parte contro l’altra. Su tutte le parti, sui giusti come sui carnefici, sui vincitori come sui vinti, rivolge piuttosto uno sguardo pietoso, perché tutti sono travolti dalle nefandezze della storia e in definitiva sono vittime. Questo non vuol dire che sia indifferente all’etica della giustizia, ma che guarda le cose da un punto di vista più elevato, da un concetto di giustizia più universale, al di sopra delle parti in lotta. In ciò sembra ispirarsi a un saggio di Simone Weil, dove la scrittrice francese parla di una «terza lettura». Ad esempio, fra due parti in lotta, siano esse Achille e Ettore o altri, una prima lettura è quella di chi interpreta le vicende dal punto di vista del vincitore, una seconda è quella di chi le interpreta dal punto di vista del vinto. Fra queste due letture non c’è possibilità di conciliazione, perché entrambe sono espressione della stessa logica e della stessa etica che le muove alla lotta. Però nell’«Iliade» se ne dà una terza lettura, in cui ci si distacca dal tempo e dallo spazio e soprattutto dalle ragioni e dall’etica della lotta, adottando una visione che stende un velo di pietà su tutti i protagonisti, vinti e vincitori, e di tutti sa valutare i meriti e i difetti, l’innocenza e la colpa, le illusioni e gli errori. Questa «terza lettura» non è quella dello storico, che pur cercando di non stare in mezzo alla mischia dei combattenti, sta pur sempre all’interno della storia e la studia usando le sue stesse categorie. La «terza lettura» è piuttosto quella di chi si muove a pietà sia verso la sofferenza dell’innocente vinto sia verso l’errore e la colpa del vincitore, che a sua volta è vinto dalla sua colpa e quindi dal male di cui si fa portatore. Per questo il racconto di Morante, nella sua parte storica, è in qualche modo al di fuori della storia, perché l’oggetto vero del racconto non sta nelle vicende storiche narrate, ma nel senso più generale in cui esse sono immerse. Ciò non vuol dire che Elsa Morante non esprima giudizi sulla «Storia» e sui suoi protagonisti, perché anzi ne esprime di duri e taglienti e carichi dell’etica pacifista e anarchica di cui a suo modo, più esistenziale e sentimentale che politico, si fa portavoce. Vuol dire però che li raccoglie e confina nelle premesse cronologiche ai vari capitoli, cioè nella «Storia» propriamente detta, mentre nel «Romanzo» applica la sua «terza lettura» e nutre di materna pietà anche i tedeschi autori delle inaudite violenze di cui parla.