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La ragione dialettica hegeliana e il ristabilimento dell'unità tra essere e pensiero

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di GIUSEPPE ROTONDO

I termini di Verità, Giustizia e Libertà possono coesistere tra loro? Oppure simboleggiano una contraddizione irrisolvibile, un oceano metafisico impossibile da navigare?

La filosofia hegeliana rappresenta l'ultimo grande viaggio da parte della ragione, nelle acque abissali della metafisica. Un viaggio titanico di affrancamento dall' isola della scienza, compiuto con la convinzione che il porto sicuro della ragione intellettuale kantiana non potesse risolvere le domande di senso che attanagliavano l'esistenza umana.

L'interrogativo iniziale enuclea e anticipa emblematicamente la pretesa hegeliana di ristabilire quella che in Kant pareva una unità primigenia, ormai irrimediabilmente infranta: lo iato incolmabile tra la permanenza stabile ed eterna della legge, dell'universale, del pensiero e la mutevolezza inquieta dell'essere, il divenire del tempo e della realtà.

Hegel accoglie il sentimento di lacerazione ed angoscia romantico, parafrasato dal richiamo nostalgico all' armonia e all'unità del mondo greco.

Ma è altresì consapevole che quella unità non può essere riconquistata attraverso il vano rimpianto del passato, nè attraverso figurazioni artistiche estemporanee.

Entrambe le vie d'accesso all' Assoluto proposte dal Romanticismo pongono infatti l'uomo in una condizione di patologico distacco dalla realtà, relativizzata a caduca ed effimera "distrazione" mondana.

La filosofia deve invece per Hegel sporcarsi le mani, venendo a patti col mondo: l' Assoluto hegeliano a differenza di quello romantico, non si contrappone alla realtà. Esso non è lo sforzo incompiuto che anima il finito, ma è logicamente corrispondente alla mobile e vivente unità di un Soggetto o Spirito, il quale pur rimanendo identico a sè stesso, si manifesta in una serie di espressioni finite, riconoscendo quei momenti come sue proprie manifestazioni.

L'intero sistema filosofico hegeliano può essere concepito come una riproduzione a spirale di quel movimento logico triadico, che si sviluppa in gradi via via più ricchi e concreti:

-Già a partire dal singolo soggetto empirico, si può notare come ogni attività umana presupponga un momento progettuale (idealità), un momento di realizzazione concreta di quel progetto (realtà), ed un momento in cui la realizzazione reale del progetto viene ricondotta alla sua formulazione ideale. Sin da subito l' identità tra pensiero ed essere, ideale e reale viene ad essere ristabilita. Ma non più come identità statica ed immediata, quanto piuttosto come movimento dialettico di un soggetto libero e consapevole.

-E poichè il soggetto hegeliano non è mai concepito come isolato e astratto, ma è inserito in un tessuto di relazioni concrete -giuridiche, sociali, economiche, culturali- che lo influenzano da vicino. occorrerà ricostruire la sostanza spirituale del tempo, nella sua genesi storica.

L' Assoluto -che è identità di soggetto e oggetto, pensiero ed essere- si esprime dunque in un livello più concreto e sviluppato, alla coscienza comune. Quest'ultima si esplica in una serie di tappe o epoche storiche differenti, definiti mondi spirituali.

La successione di questi mondi determina una storia ideale della civiltà umana, in cui l' Assoluto si configura come la convergenza sintetica delle azioni individuali, la quale dà luogo ad una serie di produzioni materiali e spirituali. Con la filosofia, lo spirito si fa Assoluto -sciolto da ogni vincolo- riconoscendo sè stesso nelle proprie oggettivazioni storiche.

Questo ritorno dell' Assoluto entro sè stesso, definito anche Autocoscienza dello Spirito, ha però una valore critico ed assiologico e non è pura giustificazione dell'esistente:

-La gerarchia o il movimento logico del pensiero corrispondono a quello della realtà. Di conseguenza i momenti logici dell'unità semplice e immediata (idealità o progetto), della differenziazione mediata e contraddittoria (realtà o realizzazione del progetto) e dell'unità ricca e consapevole (realtà e idealità) si ripropongono nella sfera concreta dell'eticità. Laddove Hegel mostra come lo spirito etico della famiglia, che lega in una unità immediata e naturale gli individui che la compongono (genitori e figli), si scinde nella società civile in una pluralità atomizzata di soggetti economici: all'interno della società concorrenziale borghese, ogni azione appare mossa esclusivamente da fini particolari, senza che vi sia la benchè minima traccia dell'interesse generale.

Tuttavia, nel terzo momento, quello dello Stato, l'unità immediata della famiglia viene riguadagnata ed arricchita dalle produzioni contraddittorie della società civile. Lo Stato ha cioè il compito di risolvere le contraddizioni sociali ed economiche prodotte dall'agire egoistico degli individui, e di rinsaldare gli interessi particolari in quello universale del benessere comunitario. Hegel è dunque in grado di unificare nel suo sistema filosofico giusto e vero, ontologia e assiologia, giudizi di fatto e giudizi di valore: la disuguaglianza e la miseria della nuova società industriale borghese sono considerate moralmente ingiuste e trovano nell'esistenza fattuale dello Stato la loro possibile risoluzione.

D'altra parte le istituzioni stesse non sono entità soprannaturali, che godono di un potere divino superiore agli uomini: " Finchè gli stati non sono permeati dal pensiero e poggiano sulla positività, fino ad allora la violenza, come quella del Terrore, prodotto della virtù, è giusta. E anche la moralità, come quella degli stoici o di Kant, è giusta e giustificabile, finchè vive a contatto di una legalità vuota, di un rispetto ossequioso per forme politiche e sociali ormai inaridite e sorrette solo dalla forza del positivo."[1] Poichè prodotti dell'agire collettivo dell'umanità, gli Stati, le istituzioni devono adeguarsi al libero consenso dei cittadini. Lo Stato moderno è infatti la realizzazione massima della libera soggettività, intesa come volontà libera. Ma la volontà è libera, soltanto in quanto volontà razionale, cioè in quanto volontà che obbedisce unicamente alla legge razionale che trova in sè stessa. E poichè la volontà razionale è veramente tale in quanto vuole l'universale -il bene, il giusto- essa non può assolvere al proprio compito se si pone in una condizione di arbitrio e di isolamento rispetto alle istituzioni in cui vive. Al contrario il soggetto individuale può attingere i valori etici a cui anela soltanto riconoscendoli nella loro massima concretizzazione: tramite lo Stato la soggettività libera può assoggettare ai propri fini etici i momenti subordinati della famiglia e della società civile, orientandoli al benessere e alla giustizia collettivi.

Lo Stato è sintesi di libertà negativa e libertà positiva, di interesse particolare e volontà generale. In quanto da un lato deve adeguarsi al consenso e alle progressive esigenze delle individualità che lo compongono. E dall'altro trova la sua ragion d'essere nella volontà universale della libera soggettività, che vuole il giusto e lo ritrova unicamente nelle istituzioni del suo tempo.

La ragione filosofica hegeliana, dopo aver abbandonato l'isola della ragione scientifica ed intellettuale, trova alla fine del suo movimento dialettico, un nuovo riparo dalle impervie acque metafisiche kantiane: verità, giustizia e libertà cessano di essere astrazioni intellettuali rigidamente contrapposte tra loro, e trovano nell'idea di Stato -totalità che completa e non nega i momenti precedenti- il loro armonico equilibrio.

Vero è che ogni forma reale di Stato ha dei propri limiti contingenti, che le impediscono di concretizzare un tale equilibrio ideale. Ma quest'ultimo, proprio grazie ad Hegel, può essere ancora oggi la stella cometa, l'idea regolativa su cui si instaura il tortuoso e asintotico cammino di ogni democrazia liberale degna di tal nome.



[1]Remo Bodei, La civetta e la talpa, ed. il Mulino, pp. 101