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Istanbul e il signore sullo sgabello

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di ASSUNTA CECERE

 

Eppure è da tanto che sono tornata da Istanbul, ma il ricordo è ancora vivo. Ogni tanto sento Lorena, Emre e ieri Erkan mi ha mandato un messaggio chiedendomi come va in Russia. Io qui al freddo e loro a vedere i tramonti che ti rapiscono ogni giorno. Di Istambul, voglio raccontare quello che ho visto e non quello che penso, perchè di pensieri, di parole, ne ho ascoltate tante e ho sempre aspettato e riflettuto. Così come quando prima di partire a gennaio, ero timorosa, avevo paura di salire addirittura su quell’aereo che mi avrebbe portato in una terra che mi avrebbe cambiata completamente, come mi diceva Esra, la mia amica conosciuta in Cile. Forse, non mi sono soffermata così tanto come oggi, ai miei ricordi più cari. Ricordo il tragitto in autobus per andare all’Università, col cellulare in mano a controllare sempre Google maps e a incrociare gli sguardi delle donne con gli occhi profondi che ti penetrano. E poi, quando da Madrid, vennero a trovarmi Pedro ed Edith, e mentre loro andarono a visitare la Moschea Blu, io passeggiai li’ vicinoper aspettarli, mi fermai a vedere un signore che assomigliava vagamente a mio padre; puliva le scarpe seduto su uno sgabellino parlandomi e facendomi vedere come lavorava. Si, perchè qui tutti lavorano, che sia legale o meno, però c’è sempre qualcuno indaffarato a fare qualcosa. Spesso mi veniva in mente come il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero. Quanta tenerezza che mi aveva fatto quel signore, avrei voluto abbracciarlo e dirgli tante cose, ma sono rimasta in silenzio e col cuore che mi esplodeva. Gli ho solo chiesto se potevo farli una foto, lui molto felice ha continuato a lavorare. Gli odori e i colori che ti circondano, i rumori e i volti delle persone, ti fanno sentire al centro del Mondo. Quando con il mio amico Arman ero alla ricerca di una collana da regalare a Rosa, mi raccontava di come viveva il suo ramadan. Quanto ero curiosa, penso che lo avrò riempito di domande. Quella sera infatti, a Istambul si respirava una magia nell’aria, era il primo giorno di ramadan. Arman, ragazzo simpaticissimo, economista, musulmano era divertito dalle mie domande. Un giorno tornavo dall’aereoporto, avevo preso la metro, ero scesa e aspettavo il bus che mi avrebbe portata a casa. Eravamo in tanti alla pensillina, quando arriva il bus mi accorgo che un vecchietto, avrà avuto l’età di mia nonna, pieno di scatole e pacchi con frutta e patate, cerca di entrare, lo aiuto, entriamo e vado a sedermi. Non mi accorgo, guardavo i paesaggi dal finestrino, che il vecchietto scendeva alla prossima fermata. Il bus lo fa scendere, ma lui da solo, aveva preso solo il primo pacco e stava rientrando nel bus per riprendere il secondo pacco. Ma il bus va via e lui rimane fuori. Ecco, questa scena è quella che più mi spinge ad andare avanti nella vita, fermandomi a capire, a conoscere, ad aspettare e a scendere dal  bus con gli altri.

 

Foto di: Assunta Cecere