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Ghetto Italia nello sconfinamento di vedente e visto, di visibile e invisibile

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di ANNA CAPRIATI

“Il caporalato si allunga nel tempo e nello spazio, ridefinendosi dentro i confini nazionali con una crudeltà impensabile” sono parole che ci s-velano l’umano e che, nel libro reportage “Ghetto Italia” edito da Fandango e firmato dal sociologo pugliese Leonardo Palmisano insieme a Yvan Sagnet,  raccontano spazi visibili oggigiorno decostruiti e ridefiniti da corpi invisibili.

 

Palmisano racconterà,  agli studenti e alle studentesse  il 06 Ottobre 2016 presso l’Università  degli studi di Bari “Aldo Moro”, il viaggio che ha percorso lungo l’Italia da nord a sud tra ghetti disseminati e paesi trafitti dall’ esclusione e dallo sfruttamento. In questi luoghi “infernali” vivono i braccianti agricoli di origine straniera, “senza voce e senza luce” vivono rinchiusi in “ghetti a pagamento” fuori da ogni forma di civiltà, lavorando duramente per soddisfare i bisogni dettati dal capitalismo agricolo italiano e altre istituzioni commerciali “mute” al riguardo. Tante storie raccontante con amarezza e speranza, storie di vite e di corpi che hanno il potere di confondere, intrecciare sopravvivenza  e estrema povertà. Organizzare un evento accademico su questi temi non è sinonimo di “apparenza” o “fenomeno” ma di apertura e riflessione,  risvegliando il bisogno di rendere visibile queste esperienze avvolte nelle tenebre e nel silenzio e saperli riconoscere, darne un senso e forse, percepirli attraverso gli occhi dell’autore. Palmisano è consapevole del suo ruolo da scrittore, e in questo libro ha dipinto una realtà oscura, una tela ricca di accampamenti isolati casolari disumanizzanti.  Nel quadro vediamo meglio, vediamo di più. Si apre su di noi un immenso paesaggio. Il quadro non è sulla parete ma è  mondo nel mondo, ma più chiaro. Nel capitolo dedicato alla Sicilia, l’autore scrive: “ci domandiamo se è davvero cosi vitale che si continui a mentire su quanto accade” a questi  lavoratori immigrati pieni di “sfiducia” in cui “ogni velleità, sogno, ambizione viene riposto nuovamente in valigia e portato gelosamente altrove[1]”. Accanto alle parole di Palmisano, saranno proiettate delle fotografie, scattate nel Salento, che racconteranno una parte del reportage con la collaborazione di Savino Carbone, Lisa Fioriello e Antonio Valenza. Il loro percorso fotografico ( raccontato nei dettagli sull’editoriale web BitontoTV) è costellato ,quasi fatalmente, di immagini che aprono uno spazio allo “sconcerto”; immagini che, nella loro eccezionalità “asistematica”, hanno la possibilità di incrinare il “sistema conoscitivo” dello sguardo, sbaragliare le sue rigide categorie interpretative e descrittive. Aprire uno spazio di dissenso in cui si inseriscono nuove forme d’inquietudine, in cui si esprime la “parte maledetta” della politica (termini estrapolati da vari testi del filosofo contemporaneo Georges Didi-Huberman) ovvero i braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento. Ma le foto non sono mai innocenti, come formulato nella condanna pronunciata in La sequenza del fiore di carta di Pasolini: “l’innocenza è una colpa”. Savino Carbone, dopo essersi confrontato con tunisini, sudanesi, senegalesi, e tanti altri presenti nel ghetto di Nardò, scrive: “Così la vita nel Ghetto è diventata un limbo in cui logorarsi aspettando che il sole porti con se un'offerta” dunque ci si chiede se esisterà mai una luce di “salvezza” per questi esseri umani. Perché chiamarli stranieri? Sono diversi da chi? In un incontro riportato da Palmisano, con uno dei tanti ragazzi nel ghetto di Nardò, si può intuire come il male peggiore lo vivono i giovani lavoratori, l’autore afferma “sono io a incutergli timore, e la cosa m’infastidisce, mi turba”  e “Mi sconcerta e mi fa sentire quel bianco che non sono[2].” Su questo versante dovremmo porci delle domande, ed è in parte uno degli obiettivi dell’evento, vale a dire uno spazio come l’università e la ricerca devono essere libere di confrontarsi con delle realtà, ritrovare il coinvolgimento affinché possa tener davvero conto dei diritti dei braccianti. Un Paese che non ama la sua università non ha speranze, perché non ama il suo futuro.  La domanda a cui si è, pertanto, cercato di rispondere non è se libro possa o meno testimoniare di un evento, ma come l’opera sia in grado di organizzare una riflessione storica e, di conseguenza, una discussione collettiva dei diversi gruppi coinvolti negli eventi e depositari di storie spesso in conflitto tra di loro. Si ringrazia infine, gli organizzatori di questo futuro incontro, riuniti col nome di Spazio Comune partendo proprio da una condivisione comune, qui e altrove.



[1] Cit. Ghetto Italia, pag.136-137, Fandango Libri, 2015

[2] Ivi, pag.17