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L’arte e la bellezza per re-imparare la vita

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di ANNALISA ROSSI

La lezione di Caino

 

 

 

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore

Famose queste parole di Peppino Impastato sulla bellezza e sulla sua funzione pedagogica.

Meno diffusa la consapevolezza del loro valore e l’adozione della bellezza a principio ordinatore delle politiche pubbliche e delle decisioni private. Eppure…eppure la bellezza può salvare, eppure la bellezza salva! Non solo dall’abitudine e dalla rassegnazione, ma anche dalla perdita di senso della propria vita che può derivarne: la bellezza può salvare gli uomini da se stessi!

Ne è prova la straordinaria e longeva esperienza della Compagnia di teatro Penitenziario Stabile Assai di Rebibbia. Attiva dal 1982, ha portato in tour nel nostro Sud questa estate lo spettacolo “Scusa si so’nato pazzo”, interpretato da Mimmo Miceli, Angelo Calabria, Carmine Caiazzo, Paolo Mastrorosato, Cosimo Rega, per la regia di Antonio Turco, con musiche di Enzo Pitta e Roberto Turco e voce di Barbara Santoni, e con la collaborazione di Rocco Duca, agente di Polizia Penitenziaria, e di Patrizia Patrizi, docente ordinario di Psicologia presso l’Università di Sassari.

Lo spettacolo, che, tra le altre mete, ha fatto tappa anche a Turi, su iniziativa di Francesco Mallardi per AICS e in collaborazione con il Comune di Turi, ad Alberobello, a Locri, ha travolto con la sua onda emozionale il pubblico nelle piazze: questo, pur non sempre né del tutto pronto a raccogliere le potenti sollecitazioni della rappresentazione, si è lasciato guidare, prima, trasportare, poi, in un flusso emotivo già definito “catarsi” da Aristotele più di duemila anni fa.

Con una successione di monologhi, costruiti ad hoc e anche variamente ispirati a e adattati da pièces, poesie e racconti letterari (Shakespeare e Merini solo per citarne alcuni), sapientemente alternati a una raffinata selezione di brani musicali, accesi dalla intensa voce soul di Barbara Santoni, la scena prende a vivere di storie tormentate; di violenze subite e inferte; di novelli Caino travestiti in altrettanti altoborghesi Abele, capaci di lucidissime analisi della follia più feroce e dissimulata; di anime inquiete e inquietanti, che si interrogano e interrogano l’attonito spettatore sul discrimine fra la verità e la menzogna, sul confine fra la normalità e la follia, sulla natura stessa della pazzia e della possibilità di codificarla in comportamenti oggetto di persecuzione sociale e di punizione giudiziaria.

Arrivano dirette al cuore dello spettatore ignaro le voci dei personaggi, a raccontare le storie, vere, delle persone che li abitano: saette accese in sguardi liquidi di paure, attraversate e forse non del tutto dismesse, abbracciano la pelle degli interlocutori, illuminandone i pensieri, lambendone i sentimenti più profondi, generando domande.

Sin dai primi minuti lo spettatore viene spinto in una dimensione intermedia fra la realtà e il sogno, in una condizione di scettica sospensione della verità cristallizzata, e accompagnato per mano in una passeggiata all’Inferno: lì non ci sono modelli di comportamento o regole scritte a prescrivere la verità; lì la verità ti brucia addosso come un tizzone acceso su un arto, per scelta o per sbaglio, sporco di benzina. Devi attraversare quel fuoco per sentire la verità, devi attraversare il serpente per uscire “a riveder le stelle”.

La pazzia si fa così verità, la ricerca si fa scoperta, il dolore genera una vita piena di sé perché, mette a nudo con forza la propria radice: si riparte da quella, insieme, per sentire di appartenersi, per imparare ad appartenere ad un significato nuovo, da costruire insieme, ad una comunità vera.

Comunione di dolore e di gioia si riesce a sentire con le persone della compagnia: ciascuno, greve del proprio vissuto, lo traduce in arte potente per regalarlo allo spettatore ignoto di una sera, con la generosità egoistica di chi sa che l’atto artistico si compie nell’incontro fra il soggetto e il destinatario, e che la collusione fra i due punti di vista e le due sensibilità genera quel miracolo, quella “sensazione di una imminente rivelazione” in cui la bellezza consiste quando si trasforma in espressione artistica.

La bellezza salva, la bellezza insegna! Abele ha bisogno di una lezione di bellezza quando sembra perdersi nel labirinto delle sue ‘verità’ accomodate: grazie Caino!