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Ragione strumentale ed eterogenesi dei fini nell'età della tecnica

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di GIUSEPPE ROTONDO

La nozione di Ragione ha una storia evolutiva lunga almeno quanto quella del pensiero filosofico occidentale, nella quale ha assunto una polisemia di significati mai sintetizzabili in una concettualizzazione univoca e definitiva.

Ragione è anche oggi nell'utilizzo comune, un termine ambiguo che può rivolgersi sia all'ambito discorsivo o argomentativo, sia a quello fattuale o causale. Così è possibile affermare che un individuo abbia ragione, quando la sua tesi è preferibile a quella del suo interlocutore.

Oppure che un fatto o una cosa abbia ragione d'esistere, perché ha delle cause o delle finalità tali da renderne necessaria l'esistenza.

Questi due differenti ambiti espressivi possono essere approssimativamente ritrovati nella distinzione filosofica tra ragione soggettiva e ragione oggettiva:

-Da un lato ragione può infatti essere assimilata ad una tecnica formale o discorsiva. Cioè ad una funzione mentale che rende coerenti tra loro due o più proposizioni, senza che però tale coerenza logica garantisca la reale corrispondenza di quelle proposizioni ad un fatto "oggettivo" esterno;

-Dall'altro ragione può indicare l'ordine effettivo della realtà, la sua reale sostanza ontologica, che può essere rispecchiata o disvelata dal pensiero.

Ma la differenza tra queste due accezioni del termine ragione è oggi una sottigliezza sofistica priva di rilevanti conseguenze: la proposizione che spiega la caduta di un corpo verso il basso con la forza di gravità su di esso esercitata, è già di per sè autosufficiente. E sterile risulterebbe la contrapposizione tra la concezione logica del principio causale che sosterrebbe il valore puramente formale della forza di gravità e quella ontologica, che al contrario ne opporrebbe il valore reale ed universale. Ragione soggettiva e ragione oggettiva hanno, agli occhi della contemporanea mentalità tecnica, entrambe la funzione pratica di determinare un fenomeno naturale, di prevederlo a fini meramente utilitaristici.

La funzione storico-sociale della ragione oggettiva si esaurisce non appena crollano definitivamente l' ancien règime, le sue residuali vestigia feudali e con esse il fondamento religioso-metafisico del mondo. Con la rivoluzione copernicana kantiana la ragione non è più in grado di conoscere la sostanza metafisica della realtà, la cosa in sè, ma può al massimo conoscere scientificamente le sue manifestazioni fenomeniche -stabilendone i nessi causali.

Ma la ragione soggettiva kantiana può essere facilmente assimilata ad una conoscenza di ordine utilitario, convenzionale, incapace di pervenire alla effettiva e globale comprensione della realtà, e soprattutto per nulla adatta a dirimere "scientificamente" le questioni riguardanti la spiritualità umana:

"Chi può dire che uno qualsiasi di questi ideali sia più vicino alla verità del suo opposto?

L’affermazione che la giustizia e la libertà siano di per sé migliori dell’ingiustizia e dell’oppressione è scientificamente indimostrabile e inutile; e all’orecchio nostro suona ormai tanto priva di significato quanto potrebbe esserlo l’affermazione che il rosso è più bello dell’azzurro o le uova migliori del latte."[1]

La capitolazione definitiva della ragione soggettiva kantiana e delle sue pretese assolutizzanti, già velatamente sconfessate dallo stesso Kant, trova forse la sua manifestazione più esplicita nella filosofia schopenhaueriana.

Quando Schopenhauer individua nella cieca ed irrazionale volontà di vivere la vera essenza metafisica del mondo, considerando il mondo naturale dei fenomeni -oggetto della comprensione scientifica- come semplici manifestazioni finite della volontà, egli non fa che ripudiare la conoscenza razionale o discorsiva kantiana in quanto asservimento utilitario alla volontà stessa.

La filosofia di Schopenhauer è, in quest'ottica, straordinariamente profetica perché denuda anzitempo il significato di ragione che monopolizza l'orizzonte culturale e sociale contemporaneo.

Nell'odierna età della tecnica planetaria, la conoscenza razionale non è mai pura contemplazione disinteressata della natura, ma corrisponde ad una precisa forma di dominio scientifico sul mondo.

La tecnica, prima ancora che un apparato tecnologico, è una mentalità capillarmente diffusa, che consiste in una peculiare forma di interazione umana con il mondo:

"Si è soliti definire strumentale quel tipo di razionalità il cui orizzonte è circoscritto al calcolo più economico tra i mezzi a disposizione e i fini che ci si propone di raggiungere. La sua misura è il massimo dell'efficienza, a sua volta espressa dal miglior rapporto tra i costi impiegati e i risultati

raggiunti".[2]

Ma la ragione strumentale si afferma come monopolio ideologico, filosofico e culturale del mondo occidentale soltanto quando ne maturano le condizioni storico-materiali necessarie: nella Scienza della Logica Hegel sostiene con straordinaria lucidità che l'aumento quantitativo di un fenomeno, presuppone ad un certo momento un cambiamento qualitativo complessivo del paesaggio: un uomo che perde una quantità limitata di capelli, mantiene qualitativamente pressoché inalterato l'aspetto del suo volto. Ma allorché la quantità di capelli persi raggiunge un livello cospicuo, l'uomo diverrà calvo, il suo aspetto cambierà cioè qualitativamente.

Quando il progresso tecnologico, diventa l'anima e il motore dello sviluppo economico capitalistico, raggiungendo storicamente il suo massimo grado di sviluppo, la tecnica si trasforma da semplice mezzo di sopravvivenza e di difesa dell'uomo nei confronti della natura a fine auto-referenziale e auto-fondato. E la ragione strumentale, in quanto espressione massima della razionalità e dell'efficienza tecnica, sottratta a qualsiasi forma di debolezza, fragilità o emotività umana,  diventa il fondamento della dimensione individuale e collettiva dell'esistenza : “Supponiamo che questa convinzione informi fin nei particolari la vostra vita quotidiana – il che è vero, assai più di quanto si figuri ognuno di noi. E’ sempre minore il numero delle cose che si fanno senza un secondo fine. Una gita fuori città, fino alle rive di un fiume o alla cima di un monte, sarebbe irrazionale e stupida, giudicata da un punto di vista utilitario: un passatempo sciocco e dispersivo. Per la ragione formalizzata, un’attività è ragionevole solo quando serve a un altro fine, per esempio quello della salute o del riposo, e quindi a migliorare l’efficienza e la capacità di lavoro di colui che vi si dedica. In altre parole l’attività è solo uno strumento, in quanto trae il proprio significato dal rapporto con altri fini.”[3]

Ogni azione umana può essere massimizzata, ricondotta a fini particolari da raggiungere con la massima efficienza possibile e con l'impiego minimo di risorse fisiche e spirituali. La ragione tecnica o strumentale rappresenta così la realizzazione massima del cattivo infinito hegeliano: cioè la giustapposizione di una serie infinita di scopi finiti. Ma se il finito è per definizione ciò che non basta a sè stesso, ciò che trapassa in altro, la ragione strumentale giunge filosoficamente ad auto-dissolversi. Si delinea così l'essenza intimamente nichilistica dell'esistenza "tecnicamente fondata" :

la perversa sostituzione dei mezzi ai fini, tale per cui il nulla assurge ad essere l'unico suo vero principio fondante.



[1]Max Horkheimer, Eclisse della Ragione, ed. Einaudi,pp. 27

[2]Umberto Galimberti, Psiche e techne, ed. Feltrinelli, pp. 370.

[3] Max Horkheimer, Eclisse della ragione, ed. Einaudi, pp. 38