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Verità e felicità tra antico e moderno

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di GIUSEPPE ROTONDO

Noi occidentali siamo soliti considerare la parola verità come una nozione teorica,

un fatto o un dato oggettivo che ci sta di fronte, e che si trasforma in verità quando la nostra rappresentazione arriva a coincidere con esso. Il concetto di verità come certezza rappresentativa del soggetto è sicuramente uno dei più manifesti e frequenti nei corsi e ricorsi storici del pensiero filosofico occidentale, ma non è affatto l'unico tipo di verità ascrivibile alla filosofia in quanto tale, Ed anzi se si dovesse cercare la matrice di fondo della nascita del pensiero e della filosofia, la si dovrebbe senz'altro rinvenire in un carattere diametralmente differente: la ricerca umana della felicità. La filosofia è nella Grecia antica un esercizio di pensiero incentrato sulla tematizzazione ed il raggiungimento di una vita buona, giusta e felice.

Platone attribuisce alla sua dottrina delle idee, non già una valenza esclusivamente teoretica e conoscitiva, ma anche e soprattutto una finalità etico-politica precisa: porre un numero limitato di idee o valori eterni (il bene, il giusto,il bello) che siano sottratti alla mutevolezza e alla particolarità propria delle valutazioni soggettive ed arbitrarie degli individui.

Aristotele nella sua dottrina delle quattro cause -con le quale intende fornire una spiegazione unitaria dei fenomeni della realtà-  individua nella felicità la causa finale dell'agire umano. La filosofia morale aristotelica, che è un'etica della felicità, si regge su due semplici precetti: conosci te stesso, la tua virtù, ciò per cui sei propenso; realizza la tua virtù, secondo giusta misura, senza cioè oltrepassare il tuo limite.  La relativa semplicità della riflessione etica aristotelica, l'identificazione immediata tra verità e felicità, razionalità e sensibilità, dovere e piacere che essa instaura, è determinata da almeno due fattori:

-la sostanzialità dello spirito greco. L 'uomo greco era completamente assorbito nella dimensione oggettiva, sostanziale delle istituzioni politiche del suo tempo: la dimensione comunitaria della polis era l'orizzonte necessario ed intrasgredibile della sua esistenza e il principio della libera soggettività non vi trovava posto.

L'individuo era così esclusivamente chiamato a comprendere ed esprimere quello che era il proprio ruolo all'interno di una totalità -sociale e naturale- eterna e dunque considerata superiore rispetto alle sue limitate facoltà;

-la particolare religiosità dei greci. Le divinità greche erano considerate non come potenze estranee e superiori agli uomini, ma come entità incarnate nella finitezza della vita civile e dei bisogni concreti degli uomini. Finitezza oltre la quale nulla esisteva. La stessa nozione di tempo è per i Greci priva di senso, in quanto al di là del mondo non vi è un prima o un poi, un progetto provvidenziale che precede la vita mondana e che deve attuarsi dopo di essa.

Di conseguenza la felicità greca è almeno concettualmente un godimento eterno, è pienezza di una temporalità sempre uguale a sè stessa proprio perché pensata nell'ambito di una concezione assolutamente finita del mondo e dell'esistenza.

Sostanzialità, finitezza, felicità sono nel mondo greco tre proprietà legate da un rapporto di co-essenziale reciprocità. E  la filosofia greca è più o meno esplicitamente eudemonologia, ossia ragionamento intorno alle condizioni o le ragioni del benessere.

Se noi oggi siamo maggiormente propensi a considerare la verità come una astrazione teorica totalmente indipendente dalla concreta condizione esistenziale dell'uomo, o a concepire il piacere delle inclinazioni sensibili in contrapposizione al dovere della norma razionale, è anche perché la storia del pensiero filosofico occidentale si è configurata come un progressivo allontanamento dalle sue originarie radici elleniche.  Con la cristianità e la modernità si compie filosoficamente la rottura definitiva della compattezza etica antica. All'armonia semplice e immediata tra umano e divino, piacere e dovere, temporalità ed eternità, individuo e totalità sociale propria del mondo greco si contrappone la lacerazione della cultura e del mondo moderno. Il soggetto acquisisce gradualmente la piena consapevolezza di sè, approfondisce progressivamente la propria dimensione infinita,  e con il cogito cartesiano assume il ruolo di artefice e costruttore dell'intera realtà. Ma l'intuizione del cogito cartesiano presuppone la scissione definitiva della realtà in due diverse e irriducibili sostanze : la res cogitans e la res extensa, lo spirito e la materia, il soggetto e l'oggetto del conoscere. Di conseguenza la filosofia è chiamata a partire da Cartesio a ricostruire a colpi di astrazioni e di concatenazioni logiche la razionalità di un mondo che è diventato irrimediabilmente estraneo al soggetto: l'identità originaria tra soggetto e oggetto si infrange, l'essere diviene indipendente rispetto al pensiero, la filosofia diventa metodo scientifico-matematico tramite cui accertare le rappresentazioni soggettive della realtà esterna. L'esercizio filosofico perde il suo contatto diretto con la concretezza dell'esistenza umana e la verità diventa certezza rappresentativa del soggetto conoscente.

Ed uno degli esiti più paradossali del riduzionismo matematico-scientifico moderno, dal razionalismo cartesiano al criticismo kantiano, consiste nel considerare il soggetto umano e le sue proprietà qualitative alla stregua di un oggetto, di un meccanismo macchinico condizionato da leggi necessarie e prevedibili scientificamente.

La parabola discendente del razionalismo moderno giunge al suo tragico epilogo nella dialettica dell'illuminismo, perentoriamente descritta dalla Scuola filosofica di Francoforte : "Dal momento in cui la ragione divenne lo strumento del dominio esercitato dall’uomo sulla natura umana ed extraumana - il che equivale a dire: nel momento in cui nacque -, essa fu frustrata nell’intenzione di scoprire la verità. Ciò è dovuto al fatto che essa ridusse la natura alla condizione di semplice oggetto e non seppe distinguere la traccia di se stessa in tale oggettivazione. […] Si potrebbe dire che la follia collettiva imperversante oggi, dai campi di concentramento alle manifestazioni apparentemente più innocue della cultura di massa, era già presente in germe nell’oggettivazione primitiva, nello sguardo con cui il primo uomo vide il mondo come una preda ".[1]

Il destino storico della filosofia occidentale pare manifestarsi come una sorta di alienazione della ragione da se stessa:  la ragione moderna, proprio in quanto giunta alla piena consapevolezza, disperde se stessa nei meandri della classificazione scientifica della realtà, abdicando alla sua destinazione originaria.  Ed è come se in tal modo essa rompesse la sua immediata e spontanea complicità con il mondo -espressa dalla pienezza immobile e sempre uguale a se stessa dell'essere parmenideo- estraniandosi dalla propria autentica missione, così poderosamente condensata nella citazione senechiana :" Nessuno lontano dalla verità può dirsi felice. "




[1]Max Horkheimer, Eclissi della ragione, Einaudi.