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La fisica dell’amore, un libro di Francesco Monteleone

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di ANGELA ANIELLO

Quando si parla d'Amore, non si può prescindere dalla sua physis (natura) e quindi dalla relazione esistente fra maschile e femminile che procedono dall'Uno, fermo restando che sono due distinte alterità, sensibilità e spiritualità.


Ecco, questo ci tiene a sottolineare l'autore, Francesco Monteleone inculcandoci un dubbio e inducendoci alla riflessione continua nella sua rassegna dei filosofi che in qualche modo hanno parlato d'amore, pochi in realtà e, a volte, non conosciuti nell'intimità del loro pensiero: partire dalla fisicità dell'amore significa escluderne la trascendenza, se di trascendenza si può parlare? E se l'amore è mettersi in cammino come dice S. Agostino (Volo ut sis), se è relazione ma non fusione, allora come si misura? Come procede? Da chi? Da dove? Per quale mezzo?

Cupido è il primo degli dei, da lui attraverso il Caos tutto procede per effetto del colpo di fulmine e della passione, mentre Venere, sua genitrice, indica l'eccitazione all'unione fisica e alla procreazione.

Se fossimo solo corpo e quindi godimento, ci si potrebbe limitare a una scommessa sulla bellezza della totalità di due intimità che fondendosi costituiscono un nuovo orizzonte in cui coabitare e dialogare conservando la propria unicità.

L'innamoramento, per dirla con Nozick, è un'infatuazione che ci porta a desiderare sempre l'altra persona, con un inizio travolgente impigliando l'anima tra ammirazione, speranza, immaginazione.

Provvede Gasset, poi, a ricordarci che siamo un sistema innato di preferenze e rifiuti, tanto che dire “ti amo” è svelare la parte più intima di sé, profilando il cuore nella maniera più autentica.

Il potere di attrazione che il femminile o il maschile esercitano stimolano la voglia di appartenersi per l'eternità. Ma... l'intensità di un momento può essere scambiata con la felicità del sempre?

Interviene sapientemente Schopenhauer a fugare ogni illazione: l'illusione dell'amore (e quindi istinto) è solo un processo di conservazione della specie, ergo l'accrescimento del piacere è direttamente proporzionale al miglioramento della specie, dunque ci si “combina” sì che ognuno ama ciò che a lui manca.

In Grecia l'amore tra due adulti dello stesso sesso è considerato indegno di un cittadino onorevole ma ogni erasta (marito di una o più donne) può iniziare sessualmente e intellettualmente un adolescente (eromene) per farne un degno cittadino.

Nel Simposio di Platone in una sorta di climax ascendente in un banchetto a casa di Agatone si tessono le lodi dell'amore, in cui Socrate conclude che, se l'amore è amore di qualcosa di cui si è privi e che non si possiede, allora non è né bello né buono e, per dirla con Diotima, non è neppure un dio perché gli dei possiedono bontà e bellezza. Allora ne consegue che, pur essendo nato lo stesso giorno di Afrodite, essendo figlio di Espediente e di Penia (la Povertà) non avrà mai vita facile.

E sembra essere davvero così se diamo ascolto alla Merini quando afferma che l'amore passionale è un preparato di farmacopea spirituale che allevia la solitudine ma non la distrugge.

Cos'è che ci fa sentire soli pur amando l'altro? Il fatto che il desiderio del noi non si realizza nell'unicità dell'uno ma nel rimanere due: l'altro è sempre altro da me ma non me e non va ingabbiato in nessuno schema.

Luce Iriday nell'espressione “Amo a te”, dando intensità al pronome, chiarisce che riconoscere l'altro significa rispettarlo in quanto altro: bisogna fermarsi davanti a una soggettività che non sarà mai nostra. Creare dunque una relazione stabile con l'altro significa, pur parlando in maniera differente, dividere il proprio tempo in un'infinità di parti distinte fra loro  ma legate dalla stessa energia del primo istante.

Fare l'amore è bello ma bisogna sempre rapportare il sesso fisico al sesso interno, sì che scomponendo tutte le sfumature col prisma della ragione non ci si ostini a una esclusività che predetermini la felicità o l'infelicità.

A voler credere a Rimbaud (“Le nostre ossa sono rivestite di un nuovo corpo amoroso”) non si può parlare d'amore senza considerare il fisico: il corpo è materiale, immateriale, pieno di altri corpi, un contorno, un'idea, singhiozza, s'inabissa, mugugna sospira. Tuttavia nel limite del godimento si sfiora quel bagliore che si chiama anima in cui finito e infinito si incrociano, scambiandosi per un istante.

Cosa è, in fondo,  la vita in due? Galimberti nel capitolo Amore e matrimonio cerca di rispondere ironicamente partendo dall'idea che il matrimonio è una combinazione di fondo per sopperire alla propria debolezza o per fuggire dalla solitudine, una sorta di autorizzazione a procreare, una via d'accesso all'adulterio o un espediente per sentirsi normali. Come se, inevitabilmente o ineluttabilmente la promessa di felicità fosse un predisporsi a un tedio morboso in cui all'abitudine della vicinanza quotidiana è da preferire la nostalgia dell'avventura travolgente.

Acthung! Se le identità fossero abiti da dismettere facilmente, allora già in partenza si promuoverebbe la libertà di scegliere altro e si presupporrebbe il tradimento.

A mio parere (e in ciò forse me ne vorrà l'autore) ciò che uccide il matrimonio è il non “dar fede” a un legame in un rosario d'insicurezze che scaturiscono dalla mancanza di orizzonti condivisi laddove il godere di libertà è non inabissarsi nel vuoto di sentimenti senza un fondamento (per dirla con Nancy “L'anello che rappresenta l'impegno d'amore si chiama fede”).

Certo, a volte la separazione è necessaria quando si fa esperienza della morte dell'altro in sé  ma prima di inventare artifici che supportino tale idea, bisogna scandagliarsi dentro perché non ci sia una fuga da sé inibendosi e autogiustificandosi.

Ideologizzare l'altro è partire da una fonte di dispiacere: l'amore va guardato negli occhi, amato come pensiero e fatto amante, liberato e non racchiuso in un buco nero, contrapposto e non ridotto, servito ma non asservito.

Il modo migliore è non nascondersi ma realizzarsi in un altrove quotidiano che sia contingenza e trascendenza al contempo.

Pertanto concludo domandando all'autore: più che parlare di unità di misura dell'amore, considerando che la commistione reciproca di finito e infinito sia legata ad attimi in sé disgiunti ma uniti, qual è invece la “profezia dell'amore”?

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