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A cosa "serve" la filosofia

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di GIUSEPPE ROTONDO

 

Conoscenza e libertà nell'idealismo fichtiano

 

 

Nella manualistica più diffusa si è soliti presentare la storia della filosofia come un grande "campo di battaglia". Un campo in cui si scontrano, a colpi di "astrazioni", personalità filosofiche pittoresche, il cui scopo ultimo appare quello di garantirsi la palma del migliore, senza però mai riuscirci del tutto: qualche decennio o secolo dopo la palma passa a personalità o correnti filosofiche più sobrie e avanzate, ossia sempre meno drogate dai residui "metafisici" del passato.

E così pare procedere quella che Hegel ironicamente chiamava "la filastrocca delle opinioni". Almeno finché non si compie il momento del secondo giudizio universale: il giorno in cui il progresso tecnico e scientifico raggiunge uno stadio talmente mirabolante, da dimostrare definitivamente l'arbitrarietà, l'inconsistenza scientifica, ed infine l'inutilità della conoscenza filosofica.

La teologia scientista trova così il suo definitivo compimento: con un approccio altezzosamente "oggettivo" e convintamente disincantato, l'homo tecnicus contemporaneo può così facilmente sghignazzare di fronte alla follia metafisica di certi principi: tra questi non può certo passare inosservato il principio dell'Io o soggetto che "magicamente" crea il Non-Io o oggetto, così come viene enunciato nella filosofia di Johann Gottlieb Fichte. Cosa si potrebbe potrebbe ricavare con un approccio squisitamente "scientifico", analizzando un simile principio? Come potrebbe un soggetto umano creare da sè un oggetto materiale se non in balia ad un principio di allucinazione o di follia psichica?

Per smascherare la banalità di tali quesiti è sufficiente rifarsi ad alcune affermazioni fatte dallo stesso Fichte : "la scelta di una filosofia dipende da quel che si è come uomo, perché un sistema filosofico non è un' inerte suppellettile, che si può lasciare o prendere a piacere, ma è animato dallo spirito dell'uomo che l'ha. Un carattere fiacco di natura o infiacchito e piegato dalle frivolezze, dal lusso raffinato e dalla servitù spirituale, non potrà mai elevarsi all'idealismo"[1]. E ancora :" il contrasto tra l'idealista e il dogmatico consiste in ciò: se l'autonomia dell'Io debba essere sacrificata a quella della cosa o viceversa. "[2] Si comincia da qui a comprendere quale sia la nozione di filosofia tacitamente proposta da Fichte e che si potrebbe opporre al disincantato "scientismo" odierno : ossia l'orizzonte di senso che l'individuo umano, in quanto ente finito e mortale, è chiamato a dare al proprio limitato scorcio di vita. Orizzonte che in Fichte si risolve nell'approccio che l'uomo ha, o può assumere rispetto al mondo : l'idealismo concepisce l'Io come creatore del non-io, il soggetto come anteriore all'oggetto, non già perchè il primo crei concretamente il secondo, ma perché è solo affermando l'autonomia dell'uomo (Io) e della ragione rispetto ai suoi condizionamenti storici e naturali (non-io), che per Fichte la vita umana acquisisce un senso compiuto.

Allo sguardo scientifico, fattosi già più titubante ed insicuro, potrebbe però sorgere un'altra domanda: perché mai Fichte avrebbe dovuto utilizzare un linguaggio ed una metodologia così arzigogolate ed astratte per affermare significati di senso più semplici e concreti?

La risposta può forse fungere da integrazione a quella precedente: la filosofia nel riflettere sul senso e il significato dell'uomo nel mondo, deve confrontarsi con un contesto storico determinato, caratterizzato da un linguaggio, una cultura popolare e accademica precisi, e da condizioni sociali, economiche, politiche specifiche.

L'astrattezza della filosofia fichtiana dipende dal confronto inevitabile che essa doveva avere con la filosofia gnoseologica kantiana. Nella Germania post-illuminista del primo Ottocento il confronto con Kant si traduceva nel tentativo di sistematizzare quella che era stata la rivoluzione copernicana della filosofia occidentale : il soggetto umano, conoscendo il mondo, comprende che il secondo acquisisce senso ed oggettività scientifica soltanto in virtù delle categorie e delle determinazioni intellettuali del primo. Ma questo passo in avanti poteva essere compiuto teoricamente soltanto in quanto era già stato compiuto praticamente dallo spirito del tempo. Cioè in quanto il soggetto individuale si rendeva libero e autonomo da qualsiasi fondamento religioso-teologico del mondo e della società. Le stesse aporie e contraddizioni della filosofia kantiana, che richiedevano una sistemazione organica e coerente, erano lo specchio teorico di un mondo ormai scisso, in cui l'immediata compattezza etico-religiosa della società feudale si era frantumata in una molteplicità di soggetti liberi, ma al tempo stesso privi di qualsiasi legame sociale e comunitario.

La contrapposizione teorica kantiana tra l'oggettività della conoscenza scientifica -che però è conoscenza dei fenomeni e non della realtà in sè stessa- e la soggettività-arbitrarietà del comportamento morale, rispecchia dunque la contrapposizione storica tra la libertà soggettiva dell'individuo borghese e l'assenza di un fondamento unitario ed "oggettivo" del tessuto e del vivere sociale. Di conseguenza l'operazione fichtiana di fornire un fondamento, una sistemazione teorica alla rivoluzione copernicana kantiana, di ricucire cioè lo strappo tra soggetto e oggetto, conoscenza scientifica e conoscenza morale, corrisponde anche alla necessità pratica di elaborare una nuova forma di convivenza sociale, fondandola sul principio dell'individualità libera e consapevole del soggetto moderno.

Piano pratico e piano teorico, conoscenza e moralità coincidono già nell'intento della riflessione fichtiana e si realizzano compiutamente nel suo sistema filosofico: in esso la formula che precedentemente appariva una follia psichica, l'Io pone assolutamente il non-io è integrata dal seguente principio : "nell' Io assoluto, un io divisibile si contrappone a un non-io altrettanto divisibile".  La soluzione del divario tra soggetto (io) e oggetto (non-io) si risolve nel concetto di attività o movimento dialettico, cioè pensando il principio della filosofia non più come un fatto ma come un atto: nell'attività teoretica o conoscitiva l'Io conoscendo e determinando razionalmente il non-io o la realtà, si rende via via sempre più autonomo e libero rispetto ad essa. L'insieme dei condizionamenti naturali e sociali che apparivano una entità esterna ed indipendente dalla coscienza, nella conoscenza vengono riassorbiti come elementi interni all'io, come suoi propri prodotti.  L'unità tra soggetto e oggetto, libertà e finitezza,  Io e natura,  umanità e storia, preesistente a livello inconscio, diviene nella attività teoretica finalmente consapevole e l'Io può prepararsi a trasformare praticamente il mondo secondo i propri fini etici e razionali.

Con Fichte la conoscenza assume dunque un valore diverso da quello meramente manipolatorio ed utilitario della scienza e della tecnica, e non si identifica neppure in un possesso sofisticato ed erudito di poche elitès colte. Ma diviene  -utilizzando il lessico odierno- una forma necessaria di difesa psicologica che ogni individuo può opporre ai condizionamenti che inevitabilmente lo influenzano, risanando e rovesciando l' iniziale stato di subordinazione rispetto ad essi.

Certo è che il soggetto non può mai completamente esaurire la propria posizione di alterità rispetto all'oggetto e quello di Fichte risulta essere un intellettualismo etico oggi del tutto improponibile. La cultura novecentesca ed i tre maestri del sospetto -Marx,Nietzsche,Freud- hanno dimostrato che l'Io non è capace di liberarsi totalmente dall'insieme degli elementi inconsci -rispettivamente la società,il corpo,la specie- che lo condizionano. E ciò non soltanto perché la conoscenza umana è finita e fallibile, ma anche perché la ragione non esaurisce, nè risolve la totalità dei molteplici aspetti riguardanti l'esistenza umana. Se dunque non esiste una libertà assoluta, è però anche vero che esistono gradi crescenti e progressivi di "libertà relativa": nella misura in cui accresce la propria coscienza rispetto alla necessità dei fenomeni naturali e sociali che lo condizionano, l'individuo umano riduce gradualmente il suo grado di dipendenza rispetto ad essi : "La parola libertà effettivamente è un po’ usurata, ma non ha perso il suo significato originale. Nelle lingue indoeuropee la radice “lib” è la stessa di Liebe che in tedesco indica l’amore come freedom ha la stessa radice di Freude gioia e di friend amico o Freund in tedesco. Indica originariamente una crescita spontanea in qualche modo gioiosa come quella dei vegetali. Rinvia cioè alla mancanza di impedimenti negativi. Di impedimenti nel nostro mondo ne abbiamo tutti. Bisogna però averne coscienza: la libertà è per certi versi una coscienza della necessità. Il ballerino, ad esempio, è soggetto, come il bambino piccolo, alla legge di gravità ma grazie all’esercizio e alla disciplina svetta in aria invece di andare a quattro zampe."[3]



[1]L.Pareyson, Fichte, in Grande Antologia Filosofica, vol XIX (Prima introduzione alla Dottrina della scienza).

[2]Ibid.

[3]Remo Bodei,"L'intervista". Grazia Casagrande. 21 Ottobre 2004. Pisa.