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Del povero B.B.

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di MARIAPIA METALLO

Se “oscuri” furono i tempi di Brecht, gli attuali non sono certo luminosi

In una delle poesie più belle e famose di Brecht, Del povero B.B., vi è un verso di sconfinata amarezza: «Sappiamo di essere effimeri / e dopo di noi verrà: nulla degno di nota». Potrebbe sembrare il testamento di un nichilista assoluto, la dichiarazione perentoria che ogni sforzo è vano, ogni prospettiva illusoria e, certamente, questo rispecchiava l’umore alquanto tetro del giovane poeta. Ma, se pensiamo all’intera umanità, quel cupo epitaffio potrebbe anche essere letto come una messa in guardia dall’autodistruzione, come consapevolezza del limite. Tanto più che in un’altra stagione, esule in Danimarca mentre Hitler preparava la guerra, Brecht si sarebbe rivolto, invece, direttamente alla posterità, chiedendo indulgenza per i «tempi davvero oscuri» in cui aveva vissuto, quando «discorrere d’alberi è quasi un delitto, / perché su troppe stragi comporta il silenzio!» È questo il componimento, rivolto al futuro, che chiude l’antologia, descrivendo quel mondo feroce nel quale per riconquistare umanità anche i migliori con poca umanità erano stati costretti ad agire, quando «anche l’ira per l’ingiustizia / fa roca la voce».

Ma se decisamente «oscuri» furono quei tempi, dei nostri non può dirsi che siano poi tanto luminosi. A meno di voler marciare chiassosamente nel terzo millennio con l’illusione che il Male sia rimasto per sempre racchiuso nel «secolo breve» e il migliore dei mondi possibili si riveli senza alternative al nostro sguardo. «La menzogna – scrive Asor Rosa – ha sostituito dalle nostre parti la violenza ed è diventata la nostra, usuale, quotidiana, forma di violenza».