Il SudEst

Wednesday
Jan 17th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Cultura Cultura Per Levi, la salvezza dell’uomo passa per l’educazione e la condivisione della memoria

Per Levi, la salvezza dell’uomo passa per l’educazione e la condivisione della memoria

Email Stampa PDF

di MARILENA PALLARETI

Primo Levi nasce a Torino, 31 luglio 1919, oggi avrebbe compiuto 97 anni.

L' ho conosciuto, ci siamo parlati diverse volte.

Chimico e Scrittore, si suicidò buttandosi giù dalla tromba delle scale di casa sua a Torino. Primo Levi era stato prigioniero ad Auschwitz. Negli anni che seguirono il suo ritorno, si impegnò attivamente per testimoniare ciò che aveva visto e vissuto. Scrisse diversi libri, tra cui il più famoso è “Se questo è un uomo”.

Uno dei tormenti che più opprimeva i prigionieri nei campi di concentramento era la paura che nessuno avrebbe mai saputo cosa stava loro accadendo. Quest’ansia li teneva vivi nonostante fossero consci di essere condannati a morte: qualcuno doveva rimanere vivo per potere raccontare, per potere spiegare.

Primo Levi rimase vivo e dedicò i seguenti anni della sua vita a raccontare, a spiegare, a scrivere. La sua attività di testimonianza si concentrò anche e soprattutto nelle scuole. Perché, se c’è una salvezza per l’uomo, questa passa per l’educazione e la condivisione della memoria.

Visse il “dopo” in maniera fortemente positiva, adoperandosi affinché quell’esperienza tremendamente distruttiva potesse trasformarsi in qualcosa di gioiosamente costruttivo, come l’educazione dei giovani. Un atteggiamento ammirevole che sottintende speranza e fiducia nel futuro. E nella vita, oltre ad essere scrittore, era uno scienziato: un chimico. Primo Levi, aveva una sensibilità fuori dal comune – è sufficiente leggere un brano di un suo libro o ascoltare le sue parole per rendersene conto – una sensibilità “scientifica”, che non indugia nella superficialità dei discorsi e delle emozioni, essendo essa inutile e d’intralcio per esaminare un problema. Primo Levi andava subito e dritto al cuore della questione con la mente aperta a qualsiasi possibile risultato, come richiesto ad uno scienziato che indaga su di un fenomeno naturale.

Anche per questo concepiva il mestiere di scrivere e di descrivere la complessità dei sentimenti “come un servizio pubblico”, che deve funzionare, che deve farsi intendere dal lettore e che deve condurre ad un risultato. Come il rapportino di fine settimana su ciò che è stato fatto in laboratorio.

La sua stessa voce dal pudico accento torinese esprime una crudezza necessaria per calarsi nelle viscere dell’anima umana, per comprendere l’incomprensibile, per analizzare come farebbe uno strumento chimico e quindi considerare possibile l’estremo male, ma anche il massimo bene di cui è capace l’uomo, con il fine di allontanare il primo ed esaltare il secondo. Lo sguardo di Primo Levi è vero ed abbraccia tutto l’uomo, nella sua completezza.

In questo senso la sua opera e la sua analisi si accostano a quelle di Pasolini, perché entrambi, seppure in circostanze e misura distinte, hanno esplorato il cuore delle tenebre degli essere umani con il medesimo sguardo curioso “laico”.

Era una di quelle persone che appaiono adulte quando sono bambine, e bambine quando sono adulte. Perché nelle sue parole c’è spesso quel candido cinismo innocente (perché non animato da secondi fini) tipico dei bambini che non girano intorno alle questioni o ne addolciscono artificiosamente la gravità. Come capita spesso agli scienziati, la durezza che traspariva dalla sua maniera di osservare il mondo si traduceva ed accoppiava ad una profonda tenerezza e dolcezza.

In alcuni tratti dei suoi libri, considera l’esperienza del lager quasi come fosse un esperimento di etologia, ossia l’osservazione della maniera in cui la complessa anima umana, intrecciata con il corpo, quasi che una fosse d’impiccio all’altro e viceversa, può adattarsi al culmine della brutalità umana.

In matematica, per studiare una funzione matematica, si esamina il suo comportamento “al limite”, ossia come si comporta, matematicamente, per i valori estremi degli assi cartesiani (zero ed infinito). L’esperienza disumanizzante del campo di concentramento fornì a Primo Levi la tragica ed unica occasione per ottenere dati sulla più complessa delle “funzioni matematiche”: la contraddittoria e tumultuosa anima umana. In un’intervista dichiarò che la prigionia nel lager lo aveva arricchito perché gli fornì un’enorme mole di esperienze.

Primo Levi, colpiva forte e senza preavviso. Come tutte le persone di grande sensibilità, fragili e forti al tempo stesso. Capace di farci amare la vita, ma allo stesso tempo di ferirci; e soprattutto di ferire se stesso.

Quando Levi si suicidò in un giorno di primavera del 1987, io avevo da poco compiuto ventisette anni, ed ero in quella fase della vita in cui ti pare d’aver capito il mondo, dopo averlo diviso nettamente e definitivamente in bene e male, buoni e cattivi, esempi da scartare e modelli da seguire. Tutto è semplice, compreso e comprensibile nel senso etimologico di “prendere” e “afferrare”.

Le ragioni che spingono un essere umano a suicidarsi sono quasi sempre complesse, insondabili e molto intime. E, al di là della superficiale archiviazione di quello specifico atto come una diretta conseguenza della prigionia ad Auschwitz, lo sono ancora di più quelle che spinsero Levi a farlo. Non intendo, né posso dunque parlarne.

Quello che però mi colpì, allora come oggi, fu invece lo svelarsi a me di quello che io credo sia il risultato dell’”indagine” di Primo Levi su e nell’animo umano che s’intreccia con il significato stesso del suo suicidio. Quel suicidio mi rivelava chiaramente quanto complessa, delicata e contraddittoria sia la nostra anima. Quanto essa sia, in realtà, più vasta e sconfinata di quanto io, allora ventisettenne, potessi immaginare, e quanto ampia la gamma di emozioni, coscienze e consapevolezze che essa può accogliere all’atto di confrontarsi con il mondo.

L’atto estremo di Primo Levi, fu l’estrema sua testimonianza dell’ambivalenza e incomprensibilità della natura umana che, come scrisse Robert Musil “è altrettanto idonea all’antropofagia quanto alla critica della ragion pura”. Dietro a quel suicidio c’era qualcosa. C’era l’eterno, caotico, sconfinato ed esaltante labirinto dell’anima umana che tutto contiene. In cui Primo Levi, chimico, scrittore ed uomo, aveva scelto di navigare con occhi aperti e curiosi, disposti ad accogliere l’intero, sconfinato spettro di emozioni e comportamenti umani. Al punto che – tragicamente e paradossalmente – anche un atto “disumano” come il suicidio può essere un atto tremendamente umano.

“Nihil humanum a me alienum esse puto”

“Non considero alieno da me nulla di ciò che è proprio dell’uomo”