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Pugliesi nella III Guerra d’Indipendenza

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di MARIO GIANFRATE

Il tentativo di portare a termine il processo unitario del territorio nazionale – che sarà, di fatto,  successivamente  compiuto con la Prima Guerra Mondiale – è alla base della III Guerra di Indipendenza.


Accantonata, per il momento, la questione romana, e, approfittando - dopo atteggiamenti ondivaghi di La Marmora che intendeva richiedere all’Austria il Trentino facendo pesare l’eventuale alleanza con la Prussia - del dissidio sorto tra Austria e Prussia, l’Italia stringe nel giugno del ’66 alleanza con quest’ultima, e entra nel conflitto, dichiarando guerra all’Austria.

Le operazioni militari mettono subito, però, in evidenza la precaria organizzazione dell’esercito italiano che subisce clamorose sconfitte, sia per terra – Custoza, dalle parti di Verona – che per mare – in prossimità dell’isola di Lissa, in Adriatico, al largo della Dalmazia -. Solo Garibaldi, alla testa dei volontari “Cacciatori delle Alpi”, mette in serie difficoltà gli austriaci, riuscendo finanche nel non facile obiettivo di conquistare Trento.

Le vicende della guerra e l’epilogo vittorioso della Prussia a Sadowa, nell’attuale Repubblica Ceca, consentiranno all’Italia di ottenere – in seguito alla pace di Vienna sottoscritta il 3 ottobre dello stesso anno – il Veneto, il Friuli e Mantova, mentre a Garibaldi viene imposto di rinunciare al Trentino. In tale circostanza – è noto – rispondendo telegraficamente all’ordine, il Generale scrisse lapidario il celebre “Obbedisco”.

In realtà, la Terza Guerra d’Indipendenza ha una sua specificità: è la prima guerra, infatti, che il neonato Stato italiano conduce con un suo esercito  e in un contesto internazionale profondamente mutato rispetto al quadro politico in cui si sono svolte le precedenti imprese risorgimentali.

E, in simile circostanza, vengono alla luce tutte le deficienze della nostra organizzazione militare che, negli anni successivi, origineranno una vera polemica sulla responsabilità dell’insuccesso militare, attribuito al presidente del Consiglio La Marmora e al Generale Cialdini.

In effetti, come a ragione sostiene il Candeloro, “Il governo italiano preparò diplomaticamente  la guerra del ’66, con la speranza di non farla”.

La partecipazione dei pugliesi alla Terza Guerra d’Indipendenza, è massiccia. Al seguito di Garibaldi – che sicuramente rappresenta un polo d’attrazione e di riferimento per le masse meridionali – accorrono a centinaia per contribuire alla causa della liberazione dei territori italiani ancora sotto dominio asburgico.

Nell’impresa, non risparmiano energie e rischi, impegnandosi in cruente e sanguinose battaglie spronate dal coraggio dello stesso Generale. In tanti, perderanno la vita e la loro giovinezza.

Tra essi, da un elenco ricavato dal Col. Nicola Serra, Presidente dell’Associazione Nazionale Garibaldina, cadono i tarantini Luigi Leone, Battista Cataldo, Giuseppe Conte e Domenico Gigante.

Altri  pugliesi morti in battaglia, Antonio Passantonio e Gabriele Tanzano di San Marco in Lamis; Salvatore Mastropaolo, Ciro D’Ambra e Ruggero Filannino di Barletta; Michele Di Mauro e Luigi Bonghi di Lucera; Giovanni Amoruso, morto a Custoza, e Vito Massari, ucciso nella battaglia navale di Lissa, di Bari; Raffaele D’Alessandro, Michele Pinto e Luigi Carpano di Manfredonia; Alessandro Francesco Paolo Paladino di Candela; Antonio Cappelli di Brindisi e Alessandro Castelnuovo di Serracapriola.

Nella battaglia di Lissa, si distinse per ardimento ed eroismo, il marinaio Francesco Centoduca di Barletta, al quale verrà conferita la Medaglia d’Oro al valor Militare.