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La fine di Balbo nel racconto di un testimone

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di MARIO GIANFRATE

“Italo Balbo caduto in combattimento nel cielo di Tobruk”: è il titolo a caratteri cubitali apparso sulla prima pagina del Corriere della Sera del 28 giugno 1940 – ripreso d’altra parte da tutti i quotidiani nazionali e regionali – annuncia, con accenti intrisi di retorica, la morte del Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia. La tragica fine di Balbo è, quindi, presentata circonfusa da un alone di eroismo come avvenuta nel corso di un duro combattimento aereo contro formazioni anglo-americane. Questo, secondo le direttive impartite ai mezzi di informazione dai vertici governativi e militari che forniscono una verità di Stato protesa a non scalfire la granitica immagine della Patria in guerra, né la fede incondizionata nella vittoria finale e nella macchina perfetta di guerra rappresentata dalle Armate italiane. Ma, anche, a non alimentare voci diffuse di un probabile attentato alla vita di Italo Balbo – con ina analogia con l’incidente aereo occorso negli anni sessanta a Enrico Mattei, tutt’ora avvolto nel mistero – personaggio divenuto ingombrante e concorrenziale all’interno delle lotte intestine al fascismo. Perché, è notorio, le circostanze della morte del Quadrunviro della Rivoluzione si svolgono in maniera diversa.

Armando Consoli, oggi più che novantenne, è uno dei tanti testimoni diretti del drammatico avvenimento. Vive nel cuore della Valle d’Itria, a Locorotondo. Nel giugno del 1940 è a Tobruk, in Cirenaica, aggregato al “Grippo 23 Marzo”. Di quella giornata ha un ricordo vivo: “La nostra contraerei – dice – sparò contro un aereo che sorvolava le postazioni italiane. Ci fu un via vai di autombulanze a sirene spiegate e tutti gridavano: Balbo, Balbo… L’equipaggio dell’aereo abbattuto era formato da nove persone. Pare ci fosse anche una donna”.

Dunque, non sono i colpi della contraerei inglese a far precipitare al suolo l’aereo su cui viaggiava Balbo ma si tratta, invece, di fuoco amico.

A ogni buon conto la notizia della scomparsa del Maresciallo dell’Aria suscita commozione nel Paese e, in maniera particolare, a Taranto. La città jonica,  infatti, è stata prescelta in passato da Balbo quale base di partenza per le sue memorabili crociere aeree sul Mediterraneo e sull’Oceano Atlantico che destarono – così recitano le cronache dell’epoca – “ammirazione ed entusiasmo in tutto il mondo”.

Fu proprio dall’aeroporto di Taranto intitolato a “Luigi Bologna” che ebbe inizio il 5 giugno del 1929, sotto la sua guida “audace”, l’impresa della trasvolata sul Mar Nero di un intero stormo di bombardieri.

Appresa la ferale notizia della prematura morte del Quadrumviro avvenita, ribadisce la Gazzetta del Mezzogiorno, “in combattimento” – le virgolette sono, in questo caso, d’obbligo – il Vice Segretario Federale telegrafa al Segretario del P.N.F. per esprimere il dolore dei Gerarchi tarantini “dinanzi alla salma del grande scomparso che coll’olocausto del proprio sangue ha chiuso con epica morte la sua vita gloriosa”.

Si riunisce, anche, la Commissione della Regia Deputazione per la Storia Patria di Taranto per approvare la proposta avanzata dal Podestà, marchese Giovinazzi, di intitolare al Maresciallo dell’Aria la piazza che al momento porta il nome di Giordano Bruno, in pieno centro della città nuova.

Sulla morte di Italo Balbo che la retorica fascista definisce “epica” ma che di epico ha ben poco, cala il sipario coprendo gli angoli oscuri della vicenda. E consegnando agli archivi della storia ino degli innumerevoli e irrisolti misteri d’Italia.