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Gli Stati generali da Filippo il Bello a Conte, ecco quanto conta l’assemblea nei periodi di emergenza

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di CARMELO PIO CASTIELLO

Si è concluso da poco nel nostro Paese uno dei più importanti momenti di confronto volti alla ripartenza economica e sociale post lockdown, gli Stati Generali dell’Economia. Al di là di ogni discussione, infatti, tutti sono consapevoli del profondo valore insito in questo meeting allargato, sia a livello generale che particolare, per il bene della res publica ed individuale. Convocati presso villa Pamphilj, storica residenza di una famiglia illustre dell’Urbe che annovera anche diversi papi nel suo albero genealogico, degli Stati Generali, però, non tutti conoscono le origini e la storia, né tantomeno perché siano entrati a far parte della vita politica del Belpaese.

Pur essendo l’Italia terra di alti valori e animi gentili, questo strumento di assemblea è stato preso a prestito, assieme ad altre forme di organizzazione politica, dal nostro vicino d’oltralpe, la Francia. In effetti questa riunione ha visto la nascita per volontà del monarca medievale Filippo IV, più conosciuto con l’epiteto de “Il Bello”. È necessario ricordare, perciò, le cause che spinsero questo re vissuto molti secoli prima di noi all’instaurazione di una “nouvelle assemblée” che potesse arginare le criticità di ogni tempo in cui la patria di Hugo e De Gaulle si imbatté. L’azione diplomatica di questo sovrano aveva dato al regno enorme peso sul piano temporale, tanto che si scontrò ben presto con la potenza dominante nel XIV secolo, una nazione che non aveva eguali per “followers” né per alleanze strategiche: lo Stato della Chiesa. Dopo il “gran rifiuto” di Celestino V, monaco che non aveva retto allo sforzo titanico di portare sulle sue spalle la Curia del tempo, il conclave elesse al soglio pontificio il cardinal Benedetto Caetani, passato alla storia come una delle figure più enigmatiche di tutto il periodo “buio” dell’umanità, ossia Bonifacio VIII.

Questa guida spirituale dei seguaci del Cristianesimo era ben più scaltra e potente del predecessore (tanto che il pontificato di Bonifacio è passato alla storia come apogeo della Chiesa) e  le annose questioni di controllo egemonico dell’Europa vennero subito al pettine come nodi. Dopo aver risolto contrasti in Italia, di cui famosa è la cacciata dei Guelfi Bianchi da Firenze osteggiata dal Sommo Poeta, l’astuto leader cattolico decise che era ora di porre fine alle lotte con la Francia, che per quanto potente non poteva che sottomettersi al potere divino avidamente custodito entro le mura di San Giovanni in Laterano ( allora prima Basilica Romana ) e da lì ad una vera e propria guerra diplomatica il passo fu molto breve. Caetani si rifugiò presso la sua città nativa, Anagni, mentre il monarca francese apriva nella Cattedrale di Notre Dame le cerimonie iniziali dei primi Stati Generali che abbiano visto la luce.

Nobili, Alto Clero e Terzo Stato, rappresentato dalla classe borghese, più dotta del popolo minuto, erano chiamati per la prima volta dal re per dare supporto alla propria patria nella lotta al nemico in papalina: fu questa la prima occasione di espressione più liberale nella vita politica dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, infatti prima di allora solo i grandi feudatari avevano voce in materia e da soli avevano gestito immensi territori non curandosi degli altri sudditi. La disputa fra Bonifacio e Filippo il Bello, su suggerimento di questo organo politico, si concluse col celeberrimo episodio dello schiaffo di Anagni e condusse alla cattività avignonese, con la cacciata degli ordini guerrieri come i Templari, molto ricchi al tempo, che oltretutto vaticinarono profezie di sventura per i futuri re, realizzate solamente quando i Templari erano ormai scomparsi, con il processo epocale senza precedenti della Rivoluzione Francese.

In seguito molte volte la Francia monarchica ricorse agli Stati Generali, specialmente in quei momenti storici di forti incertezze e fragili sicurezze, tanto che non vennero mai ufficialmente cadenzati come altri tipi di manifestazioni politiche, anche se i sovrani usufruivano dell’arma del confronto costruttivo con intervalli di circa vent’anni da una seduta all’altra. La movimentazione di fondi extra e decisioni di notevole importanza dovevano essere presentate ai vari censi prima dell’ultima e definitiva disposizione da parte dell’autorità regale, che si assumeva così l’onere dopo un’attenta consultazione di portare avanti una delle nazioni leader a livello europeo e mondiale. Gli ultimi Stati Generali convocati prima di quelli del 1789 furono quelli disposti dalla volontà di Caterina de’ Medici. A differenza delle precedenti convocazioni, incentrate maggiormente verso un profilo politico-economico, questa del 1614 segnò una prima scossa nel potere temporale dei monarchi francesi che creerà una debolezza mai più risanata. La sovrana reggente, infatti, aveva perso il marito da poco e nominò il cardinale Richelieu primo ministro, cedendo di fatto il controllo dello Stato alla curia gallica, che ne approfittò per aumentare i propri privilegi e consolidare il proprio potere. Da lì iniziò il dominio dei ministri-cardinali, più attenti ai lussi e alle donne che alla spiritualità, di cui si avvalse anche il Re Sole, che però inseguiva una politica più assolutistica e non riteneva necessario il supporto degli Stati Generali nell’esercizio del potere esecutivo, e di cui, nonostante seguisse fermamente il motto “L’État, c’est moi”, aveva capito lo strapotere di questo censo sociale, timocratico ed autoritario.

Solamente dopo più di centocinquant’anni i fasti di queste particolarissime discussioni rivissero, su volontà di Luigi XVI. Nipote del Re Sole, ebbe in eredità un Regno impoverito, sfruttato e corrotto a causa delle infauste politiche assolutistiche, che non avevano agevolato l’imposizione francese come guida nel colonialismo rispetto al nemico d’oltremanica, e una classe dirigente viziosa, decadente e piena di alterigia. Ne è prova l’enormità dei debiti accumulati, la svendita di immensi territori ad altre potenze straniere ( ad esempio la cessione per 2 mld di dollari attuali della Louisiana ai neonati Stati Uniti d’America) e le continue pretese di nobili e alto clero, fardello sopportato dai ricchi industriali del Terzo Stato.  Lo stile barocco ed esuberante degli Stati Generali di Caterina de’ Medici venne imposto, tanto che gli abiti per i diversi censi erano ben prestabiliti, ed il voto non divenne per testa, bensì fu conservato il precedente modus votandi, che prevedeva un cahier con le differenti proposte e una sola possibilità di votazione per ciascuna categoria sociale.

Fra i colletti dei porporati ecclesiastici e le sfarzose parrucche e culottes dei filomonarchici, la riunione fu un inutile insieme di lungaggini, volte a placare gli animi della nuova ed insofferente plebe con piccole elargizioni e programmi politici pieni di vacuità. Il sovrano preferiva l’arte venatoria al presiedere l’assemblea e i suoi ministri non riuscivano a dare nemmeno verbalmente fiducia nella più alta istituzione statale, tanto che sono ben noti i risvolti dell’evento: i quaderni di doglianza raccoglievano gli scandali e le criticità epocali, mentre successivamente i legati dell’ultimo Stato decisero di non continuare la farsa e, col Giuramento della Pallacorda ( effettuato in una sala dove si praticava uno sport antenato del tennis), si pose una pietra tombale all’esperienza monarchica nella patria di Pascal e Calvino, che dai merovingi ai Borbone-Orleans aveva conosciuto innumerevoli momenti di gloria e prosperità.

Il seguito è storia, e in un clima fortemente repressivo e autocratico gli Stati Generali, assieme agli ultimi baluardi del re, cessarono la loro esistenza, sostituiti dall’Assemblea Generale, che avrebbe aperto la strada alla stagione del Terrore. Sotto l’egida di politici del calibro di Robespierre, Marat e Danton la prima fase repubblicana francese fu un vero e proprio bagno di sangue, in cui caddero le teste di chiunque puzzasse minimamente di monarchia e di coloro che provassero nostalgia per la pace del periodo precedente. La brutale arma ideata da Joseph-Ignace Guillotin non smise di mietere vittime fino alla salita al potere di un giovane generale corso, che non masticava bene il francese ed invece era italofono, Napoleone Bonaparte, che avrebbe di lì a poco dato origine a numerosi e differenti movimenti politico- culturali, ed indubbiamente avrebbe lasciato un segno nell’Europa di fine ‘700, specialmente in terra italica.

L’Italia venne subito immolata nell’espansione della Francia napoleonica, imbattibile sulla terraferma, per via di numerose ragioni di ordine economico e politico. Dopo il dominio spagnolo l’economia aveva subito una lunga stagnazione e dal fervore mercantilistico del Rinascimento, che aveva visto nell’edonismo e nel rifiuto del contemptus mundi medievale un nuovo stile di vita all’insegna di bellezza e libertas, si era passati ad un ritorno alla terra, unico investimento sicuro in tempi di continua belligeranza. Già Dante, infatti, cantava nel Purgatorio dell’Italia come di una malata che rigirandosi nel proprio talamo non riusciva mai a trovare conforto alle proprie pene, tuttavia dalla morte dell’”ago della bilancia” Lorenzo il Magnifico la drammatica condizione era nettamente peggiorata: l’economia rifletteva la sudditanza nei confronti delle altre potenze europee. Oltre a ciò, le lotte intestine non facevano che indebolire l’intero Stivale, che divenne una preda facile per le mire espansionistiche del condottiero.

Pur avendo impoverito il patrimonio artistico italiano, magistrale lavoro di visionari del passato, Napoleone migliorò indubbiamente il sistema scolastico e pose le basi per le future istituzioni dell’Italia Unita, tra cui sono riscontrabili anche gli Stati Generali. Entrati quindi a far parte dell’immaginario del Regno Sabaudo restaurato ed in seguito di tutte le regioni italiane, questi strumenti hanno coadiuvato l’azione del potere in tutti i momenti di fragile precarietà politica ed economica, mentre in Francia sono stati abrogati con il ritorno della Repubblica di Charles De Gaulle, a partire dal dopoguerra. Diversi governi, su decisione dei vari premier, hanno usufruito del dialogo con diverse parti della nazione per cercare di arginare le forti crisi, tra cui anche quella legata al nuovo Coronavirus.

Evitando ogni forma di polemica in materia, è importante ribadire l’importanza del confronto, da sempre mezzo precipuo di soluzione dei problemi, anche se molti interrogativi emergono in questo particolarissimo momento storico, che sta scuotendo dalla precedente tranquillità il mondo intero. Seppure i mesi estivi venturi si profilano come idilliaci e sereni, non mancano episodi che fanno vacillare la ritrovata quotidianità, come i nuovi focolai nello Stivale o le incertezze in ambito politico. Dovremmo imparare dagli infausti giorni della rivoluzione francese, che affermarono sì il valore della libertà ma furono estremamente instabili, per evitare ulteriori ed inutili sofferenze ad un mondo già tormentato ed alle nostre stesse esistenze. La fine dell’ultimo sovrano francese, in questo senso, docet: se non riusciremo a mantenere la concinnitas ed a riconoscere le criticità che possano mai emergere cercando di contenerle per quanto possibile, si potrebbe correre il rischio di cadere sotto i colpi di ogni possibile mutamento epocale.