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La decifrazione dei geroglifici: La Pietra di Rosetta

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di MARIA PACE

Antico Egitto

(Prima parte)


Possiamo dire che la scoperta della stele di Rosetta sia stata fondamentale nella decifrazione dei geroglifici egizi. Lo straordinario reperto, una spessa lastra di pietra nera della misura di 174 cm di altezza per 72 cm di larghezza, rinvenuta dai francesi e caduta  nelle mani degli inglesi, fu donata da re Giorgio III al British Museum di Londra, dove si trova ancora oggi.

Napoleone, però, grande estimatore della civiltà egi-zia, comprese immediatamente il valore di quella misteriosa pietra nera. Appena gli ufficiali del suo Stato Maggiore gliela mostrarono, fece arrivare due esperti da Parigi ed ordinò alcune copie.  Una di quelle copie si trova oggi all’Egizio di Torino e fu studiando quello straordinario reperto che il francese Francois Champollion, ne decifrò il contenuto.

Occorsero trenta anni dal suo rinvenimento, però, prima di riuscire a decifrarne le misteriose scritte, ma il grande studioso ed egittologo francese non riuscì mai a vedere l’originale.

Che cosa c’è scritto su quella pietra? E come riuscì, il geniale ed appassionato egittologo francese a trovare la chiave di decifrazione dopo che per trenta anni insigni studiosi, tra i quali il suo stesso professore, Silvestre Sacy, avevano  tentato invano?

Già da una prima osservazione si vede che l’iscrizione  comprende tre sezioni, ognuna  in caratteri diversi e già da una prima osservazione si intuisce che  doveva-

no essere tre versioni di uno stesso testo.

In un ordine di tre registri, infatti, ognuno dei quali in una lingua diversa: Geroglifico, Demotico e Greco, sta scritto quanto segue:

“Tolomeo, Colui che vive in eterno, l’Amato di Ptha,

il Dio  Epifani, Eucaristicus, il Figlio del re Tolomeo e della regina Arsinoe, Filopatore degli Dei.Molto bene egli ha fatto ai Templi ed ai loro abitatori ed a tutti i sudditi suoi, poiché è un Dio, Figlio di un Dio e una Dea, come Horo, Figlio di Osiride, che ha protetto suo Padre.”

Si tratta di un Decreto dei preti di Memfi, risalente al 196 a.C., in cui si riconosce al faraone Tolomeo V il merito di aver ristrutturato il Tempio di Ptha a Memfi. 1419 sono i Geroglifici, distribuiti in quattordici righe ed incompleti; il testo Demotico, invece, pressoché intatto, è distribuito su 32 righe; le parole in greco, infine, sono 486, distribuite su 56 righe.  Il testo in greco era leggibile e traducibile e, giustamente, si supponeva che le altre due scritture avessero lo stesso contenuto. Siccome, però, si era convinti che la scrittura egizia fosse esclusivamente ideografica, le varie decifrazioni degli altri due testi, risultarono assai fantasiose e, a dir poco, bizzarre.

Iniziò in tutta Europa una straordinaria corsa alla deci-frazione del testo, cui seguì un periodo di dichiara-zioni e di controdichiarazioni, frutto di ricerche e studi non sempre condotti con criteri scientifici.

Già nel 1802, lo svedese Akerblad e il francese De Sacy riuscirono ad identificare alcune significative parole e ad evidenziare il carattere alfabetico di alcuni segni; le loro ricerche, come quelle di ogni altro  stu-dioso, si concentravano sul testo demotico, da confrontare con quello greco, perfettamente cono-sciuto. Sacy si arrese dopo un po’, mentre lo svedese ebbe maggior fortuna e partendo dallo studio  sulla sezione in demotico, tradusse i nomi di Tolomeo, Alessandro, Arsinoe, Berenice e altri e giunse a comporre un alfabeto   alquanto esatto,  ma dovette fermarsi, perché cadde nell’errore di ritenere il demotico una scrittura del tutto alfabetica.  Se avesse avuto più mezzi, forse avrebbe potuto portare a termine le sue ricerche.

La sua opera venne proseguita dallo scienziato inglese Thomas Young, di chiara fama. Questi aveva iden-tificato la parola “Tolomeo” nel testo geroglifico, scritto in caratteri fonetici, alquanto simili a quelli riportati nel testo in demotico, in cui aveva riscontrato  proprio una combinazione di caratteri fonetici e di  ideogrammi.

A queste felici scoperte, però, seguirono alcuni anni durante i quali, assurde ed improbabili decifrazioni, ad opera soprattutto di occultisti e  misterici, finirono per fuorviare il vero scopo della ricerca.

Nel 1814, però, Young la riportò alla sua giusta prospettiva. Iniziando da alcuni frammenti di papiro che un amico gli aveva portato dal Cairo, Young , che, aveva  intuito la relazione tra la scrittura greco-copta e i geroglifici, presentò, dopo alcuni anni, quelle che erano le sue traduzioni dei testi in demotico e in greco, evidenziando dei paralleli tra gruppi di segni presenti in entrambi i testi,  le parole “Tolomeo” e “Cleopatra” e dimostrando che quegli stessi segni si trovavano anche  all’interno di un cartiglio inciso su un  obelisco a Filae.

Era certamente una grande e promettente scoperta, ma non fu di grande aiuto e la ricerca continuò a rilento.

In realtà, qualcuno c’era, veramente interessato a quei risultati ed a quelle ricerche ed era un giovanissimo ricercatore francese dal genio precoce, perfetto cono-scitore di numerose lingue moderne ed antiche. Il suo nome era Jean Francois Champollion, nato nel 1790 nel mezzogiorno della Francia.

(Continua)