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Il Morgante di Luigi Pucci

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di MARIAPIA METALLO

Il successo facile ha sempre attratto...


 

Quand'io varai la mia barchetta prima
per obedir chi sempre obedir debbe
la mente, e faticarsi in prosa e in rima,
e del mio Carlo imperador m'increbbe;
ché so quanti la penna ha posti in cima,
che tutti la sua gloria prevarrebbe:
è stata questa istoria, a quel ch'io veggio,
di Carlo, male intesa e scritta peggio.

Diceva Leonardo già Aretino
che s'egli avessi avuto scrittor degno,
com'egli ebbe un Ormanno e 'l suo Turpino,
ch'avessi diligenzia avuto e ingegno,
sarebbe Carlo Magno un uom divino,
però ch'egli ebbe gran vittorie e regno,
e fece per la Chiesa e per la Fede
certo assai più che non si dice o crede.

Guardisi ancora a San Liberatore,
quella badia là presso a Menappello
giù nell'Abruzzi, fatta per suo onore,
dove fu la battaglia e 'l gran flagello
d'un re pagan, che Carlo imperadore
uccise, e tanto del suo popul fello,
e vedesi tante ossa, e tanti il sanno
che tante in Giusaffà non ne verranno.

Ma il mondo cieco e ignorante non prezza
le sue virtù com'io vorrei vedere.
E tu, Fiorenzia, della sua grandezza
possiedi e sempre potrai possedere:
ogni costume ed ogni gentilezza
che si potessi acquistare o avere
col senno, col tesoro e colla lancia,
dal nobil sangue è venuto di Francia.

Pulci è un autore colto, che fa parte della corte di Lorenzo de’ Medici al quale è legato da personale amicizia, ma sceglie una forma espressiva di sicuro e facile successo, creando nel suo Morgante una trama che solo negli ultimi canti della seconda stesura diventa organica, ma che privilegia invece, in tutto il corso del poema, la narrazione di singoli episodi, facilmente estrapolabili dal contesto e immediatamente godibili dal pubblico. I personaggi, soprattutto il gigante Morgante e il mezzo gigante Margutte sono personaggi caricaturali, che hanno caratteristiche estreme e, spesso, costituiscono la parodia dei personaggi del genere cavalleresco tradizionale (il gigante Morgante, vinto e convertito al cristianesimo da Orlando, gli sarà fedele fino alla fine, per morire a causa del morso di un granchiolino; il gigante Margutte, cresciuto solo a metà, morirà scoppiando dalle risa nel vedere una scimmia calzare i suoi stivali; il diavolo Astarotte, saggio e gentile, discute con profonda conoscenza di argomenti scientifici e teologici, rispecchiando, forse, le opinioni stesse del poeta).
Anche i paladini smarriscono sovente il senso profondo della loro missione religiosa e morale, preda delle loro passioni, di innamoramenti repentini e totalizzanti. Significativa novità, che sarà ripresa sia da Boiardo sia, soprattutto, da Ariosto, è il frequente intervenire dell’autore, che si rivolge direttamente al suo pubblico, quasi ammiccando. Del resto, Pulci era noto per il suo carattere giocoso e gioviale, e non è difficile immaginare il suo desiderio di ‘colloquio’ con il pubblico, reso ancora più evidente dal tono colloquiale tipico del genere.