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La schiavitù

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di MARIAPIA METALLO

Seneca Epistulae ad Lucilium, 47


Le Lettere a Lucilio, scritte da Seneca, sono un monumento di sapienza e ci dimostrano che la ragione umana, rettamente usata, può raggiungere i principi fondamentali della morale.
Che cos’era per i romani la schiavitù? Essa era l’assenza della libertà. Lo ‘status libertatis’ era il primo presupposto per essere ‘titolari di diritti’. Nell’ordinamento romano si può nascere ‘liberi’ oppure ‘schiavi’ e allo stesso modo schiavi si nasce e si diventa. Secondo il diritto romano nasce schiavo il figlio della madre schiava, e questo comporta che una totale disposizione da parte del padrone, il quale può alienarlo, maltrattarlo e ucciderlo, con il solo limite della convenienza di non distruggere ciò che ha un valore economico. Lo schiavo, come cosa e bene economico, non può essere titolare di diritti; non esistono per lui proprietà, matrimonio, capacità professionale. Con il progresso del diritto romano, allo schiavo viene riconosciuta una certa umanità. Ad esempio la “lex Cornelia de sicariis” punisce l’ingiustificata uccisione dello schiavo proprio; oppure da la possibilità allo schiavo di invocare la vendita, extra ordinem, cioè di essere venduto ad altro padrone. Inoltre, per la stessa lex lo schiavo può concludere alcuni negozi giuridici. In questo caso lo schiavo potrà acquistare dei beni, ma gli stessi non saranno di sua proprietà, ma del suo padrone. Come possiamo vedere, la condizione giuridica dello schiavo, sia pure con il progresso del diritto romano, dall’età arcaica, all’età imperiale e della pax Romana, fino alla fine del diritto giustinianeo, cambia progressivamente, ma sostanzialmente di poco.


Servi sunt. Immo homines Libenter ex iis qui a te ueniunt cognoui familiariter te cum seruis tuis uiuere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. "Serui sunt". Immo homines. "Serui sunt". Immo contubernales. "Serui sunt". Immo humiles amici. "Serui sunt". Immo conserui, si cogitaueris tantundem in utrosque licere fortunae. II. Itaque rideo istos qui turpe existimant cum seruo suo cenare: quare, nisi quia superbissima consuetudo cenanti domino stantium seruorum turbam circumdedit? Est ille plus quam capit, et ingenti auiditate onerat distentum uentrem ac desuetum iam uentris officio, ut maiore opera omnia egerat quam ingessit. III. At infelicibus seruis mouere labra ne in hoc quidem, ut loquantur, licet; uirga murmur omne conpescitur, et ne fortuita quidem uerberibus excepta sunt, tussis, sternumenta, singultus; magno malo ulla uoce interpellatum silentium luitur; nocte tota ieiuni mutique perstant. IV. Sic fit ut isti de domino loquantur quibus coram domino loqui non licet. At illi quibus non tantum coram dominis sed cum ipsis erat sermo, quorum os non consuebatur, parati erant pro domino porrigere ceruicem, periculum inminens in caput suum auertere; in conuiuiis loquebantur, sed in tormentis tacebant. [……….]


Ho appreso volentieri da costoro, che provengono da dove tu ti trovi, che tu vivi in familiarità con i tuoi schiavi: questo si addice alla tua saggezza ed alla tua educazione. "Sono schiavi" - ma sono anche uomini. "Sono schiavi" - ma sono anche compagni di tenda. "Sono schiavi" - ma anche umili amici. "Sono schiavi" - ma anche compagni di schiavitù, se avrai riflettuto che la fortuna ha egual potere su entrambi. Così rido di costoro, che ritengono disdicevole cenare con il proprio schiavo: per quale ragione, se non che una consuetudine superba ha fatto sì che la folla degli schiavi ritti in piedi circondasse il padrone mentre cena? Egli mangia più di quanto può contenere ed appesantisce con la sua enorme ingordigia il ventre rigonfio ed ormai disavvezzo al suo compito di ventre, perchè espella tutto con maggior sforzo di quanto lo ingoiò: invece agli schiavi sventurati non è concesso muovere le labbra neppure per parlare. La frusta reprime ogni mormorio e neppure i rumori fortuiti vengono sottratti alle frustate, la tosse, gli starnuti ed il singhiozzo: il silenzio interrotto da una qualunque voce viene fatto scontare con un gran male; tutta la notte rimangono in piedi a digiuno e muti. così accade che parlino ( male ) del padrone costoro ai quali non è concesso parlare apertamente al padrone. Invece quelli che non solo potevano parlare ai padroni apertamente, ma avevano con loro una conversazione amichevole, ai quali non veniva cucita la bocca, erano pronti a dare la propria testa per il padrone, a deviare verso il proprio capo il pericolo imminente: parlavano ai banchetti, ma tacevano sotto tortura.[……….]