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May 20th
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Alla Corte di Nerone

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di MARIA PACE

Roma era cambiata da quando era partito per la Giudea, pensava Marco mentre proseguiva verso la Casa D’Oro.

 

Cambiata da quella che era stata prima che fosse divorata dal fuoco.

Lui non aveva assistito a quell’incendio, il più disastroso dei tanti che affliggevano la città. Era iniziato, gli avevano detto, dalle insulae intorno al Circo Massimo poi, favorito dal vento, si era rapidamente propagato attraverso le numerose tabernae. Edifici sproporzionatamente alti e stretti viottoli non avevano opposto resistenza. Le fiamme avevano prima aggredito le parti più elevate della città poi erano tornate in pianura, dove avevano divorato tutto quanto era rimasto ancora in piedi.

L’incendio era durato nove giorni e alla fine non era stato facile fare il conto degli edifici, dei Templi e delle case distrutte. Interi quartieri erano stati rasi al suolo: quattromila insulae e cento trenta domus, oltre ai templi e ai monumenti. Nemmeno la  grande residenza imperiale, la Domus Transitoria, era stata risparmiata, cosa che, però, non aveva risparmiato Cesare dall’accusa di essere stato egli stesso l’incendiario.

In realtà Nerone si trovava ad Anzio quando si verificò il disastroso incendio, ma i suoi oppositori avevano trovato in quell’evento ottimo terreno su cui montare le accuse.

Neppure Nerone, però, tardò a trovare il capro espiatorio su cui scaricarle: i Cristiani, una delle tante sette che approdavano di continuo a Roma, provenienti da Oriente. Naturalmente non tutti ci credevano. Nemmeno Marco ci credeva. Molti, però, ne erano fermamente convinti e così, dopo un sommario processo, si decise che i colpevoli fossero proprio loro, i seguaci del “Nazareno”.

Erano quasi sconosciuti a Roma, ma già cominciavano a circolare voci su certi riti praticati in gran segreto: sacrifici di bambini, il cibarsi del “corpo e sangue” di qualcuno di non precisamente identificato: colpevoli ideali da processare e condannare.

Marco non ne sapeva molto al riguardo; erano altre le cure che occupavano la sua mente di buon soldato romano. Sapeva invece che Nerone si era fatta costruire una nuova residenza: la Domus Aurea, immensa e magnifica,  luccicante di ori e paste vitree.

Circondata di laghetti e selve in cui animali domestici e selvaggi si muovevano in libertà, la Casa d’Oro si estendeva, pigra e lussuriosa, sopra i colli del Campidoglio, del Celio e dell’Esquilino.  Si estendeva  su terrazze contigue e due livelli del Colle Palatino: quasi un Santuario all’Imperatore, un Tempio in cui venerarlo come un Dio; Marco era assai curioso di vederla.

Attraverso il portico che suddivideva i cortili, il tribuno e i suoi uomini raggiunsero il Vivarium, nel cuore della residenza.

Da lontano il giovane vide venirgli incontro la statua dell’imperatore: colossale, alta trentasei metri e la testa circondata da raggi di sole. Si soffermò qualche attimo a contemplarla prima di proseguire verso la facciata principale che fungeva da vestibulum, un porticato enorme, con tre ordini di colonne. Si affacciava su un lago così grande da sembrare un mare; un atrio dava accesso al primo di una serie di saloni.

Un liberto imperiale lo ricevette in uno di questi, un ambiente di grande magnificenza, con le pareti affrescate con scene che vedevano Apollo all’inseguimento di  Dafne. La parete di fondo si apriva su un immenso oecus, un portico sorretto da cariatidi e colonne aggredite da edera e rampicanti.

Udì il suono di una cetra provenire da laggiù; un grosso tripode al centro del terrazzo diffondeva bagliori e profumi d’incenso. Sul terrazzo, lungo le sponde del lago e sulle radure dei boschi circostanti, vide una folla raccolta in silenzio e quasi muto raccoglimento: Cesare stava esercitando le sue qualità di citaredo.

Sul capo esibiva la corona olimpica vinta in una competizione a Napoli; nella mano destra reggeva il plettro  e nella sinistra la lira. La  clamide ricamata a stelle d’oro sulla tunica di porpora, il volto esaltato dalla barba rossiccia, la fronte riccioluta, lo sguardo vagato, a Marco parve lo stesso di tre anni prima.

Lo schebiu appeso al collo, in oro e pietre preziose tenute insieme da una maglia d’oro e i bracciali ai polsi di provenienza egizia, testimoniavano l’attrattiva che i fasti orientali esercitavano su di lui. Nerone era un uomo eccentrico: non metteva mai una veste per due giorni di seguito. Le sue stravaganze erano costose, come la  pesca con reti dorate o i ferri d’argento delle mula dei suoi carri.

Lo sguardo del tribuno cadde sui servitori mauri; alti, snelli, neri come la pece e coperti di vistosi bracciali, poi guardò concubine e cortigiane; tutte con parrucche con frangia e fili d’oro e tutte con occhi pesantemente bistrati di nero e allungati verso le tempie.

Fissandole, pensò che gli pareva di trovarsi ad Alessandria d’Egitto o ad Efeso, piuttosto che a Roma.

Tornò a guardare Cesare.

La voce era bassa, ben modulata ed a tratti tragica e drammatica.

Recitava con speditezza, ma non di corsa. Con pause e interruzioni ben studiate, capaci di allentare o aumentare  la stretta della dialettica; gesti e mimica erano calcolati e dosati, come un  artista di professione. Scuoteva la testa per raccogliere fiato e si sollevava sulla punta dei piedi per accompagnare il ritmo delle note.

La folla applaudiva e l’entusiasmo pareva sincero. E se così non fosse stato, se così non fosse apparso, c’erano gli Augustiani, sempre vigili e sempre in piedi, a prendere nota degli applausi o degli sbadigli.  C’erano perfino i perfezionisti dell’applauso, fatti arrivare da Corinto e da Alessandria d’Egitto.

Marco continuò a fissare il suo imperatore. Guardava il suo volto dal sembiante pacato, quasi disposto alla bonomia: come sempre, quando si esibiva.  Quei piccoli scatti, però, mal trattenuti e quasi regolari, quei gesti spigolosi e rigidi, per chi lo conosceva bene, erano indizi di carattere irascibile e con attitudine alla finzione.

Marco Valerio conosceva bene Cesare.

“Finzione scenica!” pensava, con indulgenza.

Sapeva che Cesare era rientrato da poco a Roma dal suo viaggio in Grecia e a Napoli, dove s’era esibito come un vero artista e dove lo avevano raggiunto le notizie della rivolta di Giulio Vindice, il Legato della Gallia, che lo aveva costretto a rientrare precipitosamente  a Roma.

“Finzione scenica!” continuava a ripetersi, ma anch’egli applaudiva e cercava su quel sembiante eccitato d’estasi, le tristi inclinazioni di cui lo sapeva accusato: voci, giunte in Giudea, di stravaganze e dissolutezze.

Egli ricordava, invece, il principe inviso a Senato e Ceto Equestre per la predilezione verso il popolo. Di lui ricordava il sovrano che il giorno dell’incoronazione aveva fatto distribuire grano alla plebe, abolire o diminuire tasse, assegnare appannaggi.

Cercò il corteggio di filosofi e poeti che era stata la sua corte: gli animatori delle Neroniae, le feste quinquennali di musica e poesia.

Non c’era quasi più nessuno. Le facce conosciute, fra quelle che lo circondavano, ora, erano poche. Molte, invece, quelle nuove, assurte da chissà quali gradi, pensò, ai favori della corte. Invano cercò la figura severa di Seneca, quella elegante di Petronio. Non c’era Burro e nemmeno Trasea. Non c’era Poppea.

Non mancava, invece, quell’anima nera di Caio Ofonio Tigellino, Prefetto dei Pretoriani, la potente e temibile Guardia Imperiale. Elegante e togato, Tigellino portava sul volto l’impronta della tendenza alla corruzione e al malcostume, vizi che ne avevano fatto il personaggio più chiacchierato della corte, che pur era  frequentata da gente priva di ogni morale. Nerone lo aveva imposto alle Coorti Pretoriae, nel 61, come comandante assieme a Rufo, in sostituzione di Seneca e Burro. Una vita politica assai tempestosa, quella di Tigellino, agrigentino di bassa estrazione, arrivato, però, a ricoprire le cariche più importanti.

Al suo fianco Marco vide Annio Fausto.  Piccolo e grasso, viso rubicondo ed espressione innocente, nessuno gli avrebbe dato mai del delatore, se non fosse che era proprio quella l’attività cui si dedicava con maggior fortuna; l’altra attività era farsi invitare a banchetti da amici e conoscenti. Di lui si diceva che, terminato il pranzo da Tizio, era pronto a buttarsi sulla cena  di Caio, intanto che da Sempronio si spremeva le meningi  su come fregare tutti e tre!

Vicino ai due sedeva Silone, centurione esente dal servizio per meriti di denaro: una categoria che, da buon legionario combattente, Marco disprezzava con tutte le forze.

L’esenzione dal servizio era riconosciuta per meriti e come tale anche apprezzata, ma negli ultimi tempi quel privilegio era concesso anche contro pagamento di somme raccolte taglieggiando i soldati: troppo, per l’innato senso di giustizia e lo spirito di disciplina che caratterizzavano il tribuno Flaviano.

Al fianco di Silone, Marco  vide il mago Tolomeo, che riconobbe dalla veste prima ancora che dal nome. Era l’unico a non indossare tunica e clamide, ma uno schebiu intorno al collo, tipico collare egizio, e una schendit: triangolo trattenuto intorno ai fianchi da un complicato nodo. In testa esibiva una nemes, il copricapo triangolare, a fasce gialle e blu; lunghi orecchini ai lobi forati delle orecchie e larghi bracciali ai polsi completavano il suo abbigliamento. Gli occhi, infine, erano bistrati di nero e allungati verso le tempia e le palpebre erano colorate di verde malachite.

Marco lo vedeva   per la prima volta,    ma sapeva     che Cesare ne aveva fatto la sua ombra e lo teneva in grande considerazione. Tolomeo era diventato il suo vates preferito e Cesare non avrebbe fatto un sol passo né mosso un dito senza prima consultarlo. Nerone era molto superstizioso. Come la quasi totalità dei suoi contemporanei.

Anche Marco Valerio, in una certa misura, lo era.

Fra i volti che invece conosceva bene, Marco riconobbe quelli di Faone, Egialo ed Epafrodito: tutti affidabili, competenti ed efficienti Amministratori Pubblici.

(continua)

Brano tratto da .LA DECIMA  LEGIONE – Marco  il Tribuno