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Antica Roma Spettacoli & divertimenti: Venationes e Naumachie (quinta puntata)

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di MARIA PACE

Le Venationes


Se lo spettacolo gladiatorio, feroce e sanguinario, riscuoteva gran successo presso il popolo romano e non solo, un altro tipo di spettacolo, non meno feroce  ed anche  gratuitamente crudele, riscuoteva lo stesso successo ed entusiasmo ed era quello dei combattimenti contro belve feroci, le cosiddette Venationes .

Furono offerte per la prima volta nel 186 a.C. da Fulvio Nobiliore,  per la vittoria riportata in Etiopia e vennero abolite  nel  273 d.C. da Totila, re degli Ostrogoti.

Per la prima volta comparvero solo leoni e pantere, ma successivamente vennero esibiti anche orsi, elefanti e con il passar del tempo, la varietà e il numero di fiere fu sempre più alto: rinoceronti, cervi, scimmie, ippopotami, coccodrilli, giraffe, queste, esibite per la prima volta da Cesare per il suo primo Trionfo.

Il popolo romano poté conoscere in tal modo tutti gli animali esotici.

Incredibilmente alto il numero delle fiere sacrificate durante questi spettacoli: Pompeo fece uccidere 500 leoni in 5 giorni, Cesare ne sacrificò 400 in un solo spettacolo e Augusto ne sacrificò oltre  3.500 nel corso dei 26 spettacoli da lui offerti.

Peggio ancora fecero Traiano e Commodo: il primo che per celebrare la vittoria su Daci,  gettò nell’arena più di 11.000  fiere e il secondo, appassionato di questo spettacolo a cui egli stesso amava partecipare come protagonista e non solo come spettatore, che ne uccise non meno di tre mila; in un solo giorno ne sacrificò circa mille, scagliando frecce contro orsi, restando ben protetto dietro le grate della tribuna.

La cerimonia stessa di inaugurazione del Colosseo, costò l’abbattimento di 5.000 fiere.

L’importanza delle Venationes era proporzionata proprio al numero delle fiere fatte arrivare nell’arena. Trattenuti nei sotterranei dell’Anfiteatro, in piccoli ambienti chiusi, al buio e senza cibo, gli animali, incattiviti ed affamati, venivano trasferiti in gabbie fatte salire in superficie con  argani carrucole, in corrispondenza della botola che si apriva nell’arena.  La fiera, spaventata e stordita, lasciava il buio ed usciva nella luce accecante del giorno, tra le urla della folla che la eccitava ancora di più.

Gli spettacoli prevedevano combattimenti tra fiere o tra fiere e uomini, i venatores o bestiarii. Costoro venivano addestrati in scuole simili ai ludi gladiatori, ma non erano tenuti in grande considerazione, a parte qualche amino che per le sue prodezze si coprì di fama, gloria e denaro.

Tra i primi, particolare successo riscuotevano i combattimenti tra leoni e tigri, elefanti e tori, orsi e bufali. Assai apprezzato era anche il combattimento fra due animali legati fra loro che, provocati, si battevano fino alla morte di uno dei, quando un venator ne prendeva il posto fino alla fine del combattimento che vedeva sempre il soccombere dell’animale, già ferito e provato.

I venatores, abbigliati con una corta tunica segmentata e manicata, erano protetti da fasce di cuoio alle gambe ed armati  di frusta e lancia; una muta di cani, infine, era sempre al loro seguito.

Per offrire allo spettatore il pathos di una vera battuta di caccia, si creava un’atmosfera veramente  suggestiva e spettacolare, tramite complessi apparati scenici ed  iconografici: paesaggi con alberi, montagnole e collinette, laghetti e rivoli, attraverso cui si ricreavano e rappresentavano personaggi, eventi storici,  fatti mitologici e altro.

Tutto lo spettacolo, dunque, era predisposto da una scenografia ben precisa che prevedeva lo svolgersi delle azioni e l’ingresso  di uomini ed  animali.

Questi atleti, che pur non godevano del prestigio dei gladiatori, rischiavano la vita come e più di quelli e talvolta, quando si trattava di condannati o prigionieri di guerra, erano destinati a morte certa poiché affrontavano  disarmati gli animali feroci. Stava proprio qui, però, il sollazzo degli spettatori, nell’assistere, cioè, all’abilità ed all’agilità dell’atleta di sfuggire agli assalti delle fiere,  arrampicandosi, saltando, infilandosi in appositi vasi provvisti di aculei , ecc… Se lo spettacolo offerto da qualche condannato a morte fosse stato estremamente eroico o abile e fantasioso, e il condannato fosse sfuggito alla morte, per lui poteva anche esserci la libertà a furor di popolo o, perlomeno, la salvezza.

Non mancavano, però, le occasioni per offrire agli spettatori la possibilità di divertirsi intervenendo essi stessi nello spettacolo; dopo aver creato scenografici paesaggi, si lasciavano entrare animali non feroci come struzzi, cervi, daini, ecc.. e gli spettatori potevano scendere nell’arena a cacciarli con l’illusione di trovarsi in una foresta o in un pianoro , ecc.

Questi spettacoli, però, sia per l’allestimento scenografico che per la cattura, il trasporto e il mantenimento delle fiere, richiedevano ingenti somme. A sostenere tale aggravio erano, di solito, potenti privati che agivano allo scopo di acquisire popolarità e consensi,  ma anche lo stesso imperatore, per tenere occupata la plebe ed esercitare indisturbato il potere.

Naumachie

Le naumachie erano finte battaglie navali,  non meno letali degli spettacoli gladiatori, in cui migliaia di prigionieri di guerra o condannati a morte, detti naumacharii, guerreggiavano con indosso le armature del paese che rappresentavano, fino alla morte.

L’inventore di questo particolare spettacolo fu Giulio Cesare il quale  nel 46 a.C. organizzò per  il suo quarto Trionfo una battaglia navale in cui si affrontarono la flotta egiziana e quella tirana.  Egli fece scavare un grosso bacino in Campo Marzio, capace di contenere imbarcazioni da guerra vere, ed ingaggiò sei mila uomini tra combattenti e rematori. Per l’occasione, giunse a Roma una folla enorme, anche dalle province e dalle colonie, tale da provocare  risse ed incidenti.

Pure Augusto, nel 2 a.C. organizzò una naumachia  sul modello di quella di Cesare, in cui 3.000 uomini su navi provviste di rostri, biremi e triremi, si affrontarono, simulando la battaglia di Salamina. L’imperatore fece scavare un bacino di forma rettangolare per alimentare il quale fece costruire un nuovo acquedotto provvisto di un canale navigabile attraverso  cui avevano accesso le navi ancorate nel Tevere; per riempire il ciclopico invaso occorsero ben 15 gorni.

Il bacino di Augusto inizialmente rimase attivo per poco, successivamente, ai tempi di Tiberio, fu restaurato e utilizzato fino all’epoca di Tito.

Dione Cassio  racconta che  Nerone, alla fine dello spettacolo, tornava in nave al palazzo imperiale attraverso questo canale.

Quanto a Claudio, ebbe anch’egli la sua naumachia, che organizzò su un vero lago, quello di Fucino e che attirò una gran folla. Lo spettacolo, infatti, prevedeva  la ricostruzione di una delle più importanti e grandiose battaglie navali, quella tra Rodi e la Sicilia le cui flotte, di cento navi e 10 mila  uomini, come scrisse  Svetonio:

“… si affrontarono con coraggio degno di soldati coraggiosi”.
La folla accorsa, tra cui lo stesso imperatore e l’imperatrice Agrippina, si ammassarono lungo le pendici delle colline circostanti il lago. Sempre secondo Svetonio, i combattenti,  i quali erano dei condannati a morte, salutarono l’imperatore con la frase:

Morituri te salutant”,  frase  che fu pronunciata solo in quella occasione e non, come erroneamente si crede,  attribuita a tutti i gladiatori in procinto del combattimento.

Anche Domiziano e Traiano, da notizie pervenuteci da Svetonio, organizzarono combattimenti navali ed ebbero le loro naumachie, il primo  in un bacino scavato presso il Tevere e il secondo scavato nell’Ager Vaticanus.

Più che gli altri spettacoli, però, le naumachie richiedevano ingenti sforzi economici tanto per l’organizzazione della battaglia quanto per l’allestimento della scenografia, ma soprattutto per la preparazione del bacino  su cui si dovevano svolgere.

Si sa, da Dione Cassio, della naumachia di Nerone nel Colosseo e da Marziale di quella di Tito, ma nulla si conosce dei sistemi di invasione dell’acqua nell’arena e considerando l’alternanza tra giochi gladiatori e battaglie navali, lo sforzo deve essere  stato veramente notevole.

Proprio per questo, tale forma di spettacolo non era frequente e veniva organizzato soprattutto per  celebrare  eventi eccezionali.

Nondimeno, successivamente, con l’utilizzo di nuove tecnologie ci fu un incremento di tale spettacolo, ma con minor dispendio di uomini  e materiali.  Considerando, infine lo spazio limitato scelto per questi spettacoli, ossia gli Anfiteatri, nonché gli attori di quelle rappresentazioni, gladiatori addestrati e non masse di uomini impreparati, la naumachia divenne uno dei tanti spettacoli e non più una eccezionalità. Con queste prerogative, le naumachie durarono ancora a lungo e solo in epoca antoniniana cominciarono a perdere d’interesse.

(continua)