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Antica Roma – Il Trionfo

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di MARIA PACE

Passatempi, gli antichi romani, non è che ne avessero moltissimi, ma quelli che avevano  assorbivano tutto il loro tempo libero e di tempo libero,  gli antichi romani ne avevano davvero tanto, essendo l’unico loro lavoro, quello di conquistare e governare il mondo. A lavorare per loro ci pensavano gli schiavi.


E allora, come si divertivano gli abitanti dell’Urbe e dintorni? Oltre alle tante cerimonie religiose,  avevano una vera predilezione per i giochi circensi, le terme e il teatro e.. e i banchetti, naturalmente.  C’era, però,  una ricorrenza, anche piuttosto frequente, soprattutto in epoca repubblicana, che attirava le masse: le cerimonie trionfali in onore di consoli e generali reduci di grandi imprese militari che non avessero solamente vinto in battaglia, ma vinto con estremo coraggio ed estro bellico.

Il Trionfo era, dunque, il più grande onore tributato al generale reduce da una grande e strepitosa vittoria e non c’era generale che non sognasse  di sfilare un giorno per le strade dell’Urbe vestito di scarlatto e coronato di alloro, vincitore di una guerra  in cui fossero rimasti uccisi  almeno cinque mila nemici.

Inizialmente ad accordare il Trionfo era solamente il Senato, successivamente, però, dal 449 a.C.  fu prerogativa anche dell’Assemblea del Popolo Romano.

Ma in che cosa consisteva questa Cerimonia che  costituiva la massima ambizione di ogni generale?  Naturalmente non bastava che cinquemila nemici fossero caduti sul campo di battaglia, bisognava che  il Triumphathor avesse  preso parte al combattimento e fosse il capo supremo dell’esercito al momento della battaglia, che avesse, cioè, l’imperium, ossia, il comando supremo.

L’imperium, però, si perdeva immediatamente se  il generale oltrepassava  il  pomerio, ossia il confine sacro ed ininterrotto che circondava  Roma; di ritorno dalla guerra, alla guida del suo esercito,  doveva fermarsi alle porte della città e restare in attesa della decisione del Senato, a cui inviava il resoconto degli avvenimenti.

In realtà, la decisione del Senato non era così scontata; poteva accadere che il consenso arrivasse solo dopo  molto tempo, proprio come successe a Lucullo, di ritorno dalle guerre contro Mitridate, il quale dovette attendere per ben tre anni. Peggio ancora, ci fu qualche  generale che  sostenne a proprie spese  il peso della dispendiosa e fastosa cerimonia  trionfale che attirava  ingenti masse da ogni dove.

Seguiamo queste masse e raggiungiamo il  punto di partenza, in  Campo Marzio, della grande processione che passava sotto un arco di legno preceduta da una colonna di  trombettieri.

La processione era lunghissima, ma, ad ognuno dei partecipanti era rigidamente assegnato  un posto ed una postazione.

Ad aprire il corteo erano i Senatori e Magistrati, accompagnati dai trombettisti e dalle note delle loro trombe; seguivano le tabellae, specie di cartelloni pubblicitari, in cui venivano annotati tutti gli eventi e le fasi della guerra, i campi di battaglia, i momenti salienti delle battaglie ed altro. Cesare, ad esempio, fece sfilare una tabella con le parole ormai immortali “Veni, vidi, vici.”

Dietro le Tabelle avanzano, alquanto riottosi e sotto il pungolo dei guardiani, gli animali destinati ai sacrifici. Erano splendidi esemplari di tori bianchi, ma potevano essere anche tori neri con una macchia bianca sulla fronte e con ghirlande  tra le corna.

Dietro di loro, altrettanto riottosi, avanzavano i prigionieri. Legati al carro del vincitore oppure a piedi o su un carro, se di rango superiore, giunti in prossimità del  Carcere Mamertino, venivano staccati dal corteo e condotti in quel tetro e triste ambiente, per essere giustiziati; per sottrarsi alla vergogna  della catena al carro del vincitore ed all’ignominia dell’esecuzione, molti dei prigionieri preferivano i suicidio. La massa di prigionieri comuni, invece, incatenati l’uno al vicino, era destinata ai mercati di schiavi.

Seguiva l’intero bottino che veniva portato a braccia  oppure con portantine o su carri o altro ancora: oro, argento, oggetti di valore, greggi, mandrie e molto altro ancora. A volte il bottino era così cospicuo, da richiedere  ore e anche giorni prima che la sfilata terminasse.

Ed ecco, quasi a metà del corteo, preceduto da littori, dai mantelli rossi ed i fasci in mano, seguiti di suonatori di flauto e  portatori di incenso, a bordo di un carro  inghirlandato, comparire il carro trionfale, tirato da quattro cavalli. E il Trionfatore finalmente appariva, impettito e solenne, nei triumphalia ornamenta, le insegne del trionfo: la toga picta (toga dipinta) e la tunica palmata (decorata con foglie di palma), la corona aurea e la corona laurea,  la prima in oro e la  seconda in alloro, lo scettro d’avorio nella destra e  l’alloro nella sinistra da offrire a Giove in Campidoglio e soprattutto il carrus triumphalis il carro scolpito  in legno e avorio.

Maestoso e solenne, avanzava a bordo del suo carro, vestito di rosso, con la testa  cinta dì alloro e la faccia cosparsa di polvere rossastra, proprio come la statua di Giove; seduti al suo fianco c’erano i figli e le figlie più giovani, mentre quelli più grandi, gli cavalcavano al fianco.

Alle spalle del Trionfatore, nell’allegra confusione del momento, un servo gli si chinava di tanto in tanto all’orecchio per sussurrargli:

“Ricordati che sei solo un uomo”

Seguivano, sulla scia del cocchio trionfale, gli ufficiali e i soldati in tenuta di guerra;  li affiancavano prigionieri di guerra cui era stata concessa la libertà.

A chiudere il corteo, infine, soldati con in testa corone di alloro, che, a gran voce e senza troppo rispetto, intonavano canti licenziosi e indirizzavano frasi alquanto irrispettose all’indirizzo del loro comandante.

Attraverso la Porta Triumphalis, il corteo entrava nell’Urbe e percorreva il Circo Flaminio, dove il popolo, in attesa da ore, lo accoglieva festante e chiassoso.

Procedendo in  direzione del Velabro e dopo aver costeggiato il Tempio di Vesta, eccolo attraversare il Foro Boario e il Circo Massimo, diretto verso la Via Sacra e il Tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio.

Qui, il Trionfatore si fermava per la cerimonia della consegna al Padre degli Dei, delle insegne del potere: scettro e corona di alloro e, nel momento culminante de rito, un servo , tenendo sul capo l’alloro, recitava:

Respice post te.Hominem te memento

(Guarda dietro di te. Ricorda di essere un uomo)

Seguiva un solenne sacrificio, che poneva fine al rito.

Non poteva mancare il banchetto. Anzi, due.  Il primo,  sempre nel Tempio di Giove, era offerto a Magistrati  e Senatori e i secondo, offerto dal Trionfatore stesso,  nel Tempio di Ercole Trionfale, al  popolo ed ai soldati.

Come in ogni ricorrenza celebrativa,  non mancavano doni, né giochi celebrativi:  i primi offerti ai soldati come premio per le loro partecipazione alla guerra, attraverso elargizioni di denaro, terreni e gran quantitativi di cibo e i secondi, a tutti, come segno di allegria  e abbondanza.

i Trionfi furono per la maggior parte celebrati durante l’epoca repubblicana, ma il primo risale a Romolo ed alla sua vittoria sul  re di Veio, una vittoria che si ricorda, tra l’altro, per il grande numero di prigionieri nemici catturati. Il primo,però, a sfilare su un cocchio dorato tirato da quattro cavalli, fu Tarquinio Prisco, che, da buon etrusco, sfilò  tutto impettito,  esibendo una tunica palmata ed una toga ricamata in oro, al cospetto di un popolo tenace e temerario, ma piuttosto  impressionabile.

I Trionfi concessi,  dall’inizio fino ad epoca imperiale, furono più di trecento; nei tempi  successivi, invece, non ve ne furono più di trenta e l’ultimo fu quello di Diocleziano.

Con Augusto, poiché i generali non possedevano più l’imperium,  saldamente nelle mani dell’imperatore, i generali reduci vittoriosi, si videro concedere solo gli ornamenta triumphalia,  il diritto, cioè,  di poter sfoggiare durante le cerimonie o farsi ritrarre  nelle statue, con  ornamenti vari.

Si è detto che anche il popolo aveva facoltà di decretate Trionfi e, a dire di Svetonio:

“« Fu molto generoso nel distribuire onori al valore militare: decretò il trionfo completo a più di trenta comandanti militari (ducibus) e a molti di più assegnò insegne trionfali.”

Il primo Trionfo decretato dal popolo fu quello riconosciuto ad Augusto, ma quello più menzionato fu, forse, il Trionfo di Vespasiano e Tito, per la vittoria della Guerra Giudaica.

Altri celebri Trionfi furono certamente quelli di Cesare, vincitore delle Gallie, che sfilò per quattro giorni interi per le strade dell’Urbe e con ben 72 littori.

Particolare anche il Trionfo di Pompeo per le campagne d’Africa, a cui fu negato di sfilare con gli elefanti che  avrebbero potuto provocare problemi alla struttura urbanistica.

Il Trionfo, dunque, era una delle tradizioni più importanti della storia romana, ma, se all’origine era visto come una cerimonia religiosa di espiazione per il sangue versato, piuttosto che come celebrazione di un evento, solo più tardi divenne una festa celebrativa della vittoria e di ringraziamento agli dei, Giove in particolare.