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"Occhi di sabbia", un libro di Mario Gianfrate. Restituirai vita ciò che di bello hai dato?

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di MADDALENA COVIELLO

Senza tempo per tutto il tempo ci sono storie che ognuno custodisce nei ricordi. Scrivere una fra esse in un libro fa sì che non muoia mai, oppure anche leggere una storia simile alla propria, fa sì che la preservi. In quest’ultimo caso sembra persino di non essere soli con essa e che ci sia persino qualcuno che, conoscendola, l’abbia scritta per noi.


“Occhi di sabbia” è un romanzo di Mario Gianfrate, scritto dieci anni fa, edito da Suma editore. Racconta di una travolgente storia d’amore adolescenziale che coinvolge il lettore emozionandolo passo dopo passo fino a coinvolgerlo totalmente come in un film. Il finale, come tutta la trama, amplia il bagaglio esperienziale del lettore anche laddove risposte non ci siano ma fa sì che ponga più attenzione ai comportamenti, alle relazioni, ai punti emblematici della vita. Tuttavia «non si può ipotecare il futuro. Non ci appartiene. Sfugge alla nostra volontà» com’è affermato dalle parole della protagonista del libro, chiamata Valeria o come dice nel libro il professore di filosofia «Ti dico soltanto che la vita non è quale la desideriamo. Ha ragione Shakespeare quando sostiene che gli uomini sono padroni del proprio destino, ma c’è il fato in agguato- l’imprevisto e la probabilità che sconvolgono l’andamento del gioco-, e, quindi, il destino è, anche, ineluttabilmente determinato». A ciò si aggiungono «le emozioni che sono ingestibili, sfuggono alla razionalità della ragione. Se volessimo controllarle allora, dovremmo vivere sotto una campana di vetro, appoggiata sul comò!» asserisce ancora nel racconto in modo efficace il professore di filosofia.

«Ricordo, bambini, adagiavamo lassù, partendo dalla villa, una barchetta di carta che partiva spedita, trascinata dalla piena, carica di speranze verso il suo destino. Scivolava rapida, urtando qualche scoglio, arenandosi dove la massa d’acqua si abbassava. Riprendeva, rimessa in rotta, la dissennata corsa, sfidando i gorghi e le rapide, e noi, bambini, a corrergli dappresso. Al bivio, dove il marciapiede si spezzava e l’acqua veniva giù, a getti violenti, la barchetta fu travolta e affondò. Rimaneva solo un pezzetto di carta bagnata, fragile e inutile ».

Se la vita non lascia assuefazione, si nasce e alla fine, è forse per questo che si è sottratti da una forza sconosciuta? Se c’è dannazione per alcuni o speranza per altri, è vera qualche religione che sostiene che si rinasca in questa vita per ritrovare quel che essa non ha dato o modificato? Perché si è insieme e soli?  Chi risponderà mai a queste domande?