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Manuela Sáenz: una vita ribelle

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di MADDALENA CELANO

È in un contesto rivoluzionario di lotta militare e speranze deluse che dobbiamo individuare la vita della rivoluzionaria e cospiratrice Manuela Sáenz.

 

Manuela nacque a Quito nel 1797, figlia illegittima di un mercante e ufficiale municipale spagnolo e di una madre creola e nobile. I suoi documenti battesimali ufficiali la identificano come trovatella, o hija exposita – figlia d’ignoti – il modo convenzionale in cui si riconosceva la vergogna dell’illegittimità. Eppure il padre di Manuela la riconobbe come sua prole in modo informale: con la sua ricchezza e la sua influenza fornì alla figlia una dote sostanziale e la fece ammettere al più antico e prestigioso convento della città, dove avrebbe ricevuto la migliore istruzione disponibile per le donne nobili in quel momento. La vita del convento divenne fondamentale per il raggiungimento dell’agognata “rispettabilità”. Con i suoi 60.000 abitanti, la città di Quito visse sotto l’influenza francese, perciò vi entrarono gli echi e le influenze della Rivoluzione. Manuela aveva solo 12 anni quando le campane di Tolgo suonarono per dare l’allarme di una rivolta in corso, il 10 di agosto di 1809, quando i patrioti ecuadoriani si sollevarono davanti al Presidente della Reale Udienza di Tolgo, per proclamare l’indipendenza dalla Spagna e cessare le relazioni di vassallaggio con la nobiltà locale. Manuela cominciò da giovanissima a interessarsi di questioni politiche, nonostante vivesse nell’oscurità di un convento dove però imparò a leggere e a scrivere, l’inglese e il francese. Ma a soli 17 anni Manuela fugge dal convento con un giovane ufficiale, lasciando dietro di sé una scia di pettegolezzi[1] Il 14 novembre del 1816, Manuela viaggiò per Panama con il padre, Don Simón Sáenz de Vergara. Suo padre le presenta il mercante e medico inglese, James de Thorne, combinandole un matrimonio, un uomo circa 20 più anziano di sua figlia. Domenica 27 luglio 1817, Manuela e James contrassero il matrimonio nella chiesa di San Sebastián a Lima, Manuela aveva solo 22 anni. Ma il matrimonio non fu felice, tantomeno durò a lungo. Manuela sempre più interessata a questioni politiche, cospirazioni e campagne militari, rifiutò tutte le attenzioni del marito. Nel 1821 Manuela invia degli avvocati a Quito per riscattare l’eredità della madre e del nonno materno, ormai defunti; nel 1822, viaggia con le sue due schiave (che poi farà liberare) Jonathas e Nathan, a cui dimostrerà un immenso affetto. Con il suo arrivo a Quito, si stabilisce a casa del suo fratellastro Juan Antonio Sáenz de Campo e incontra l’altro fratellastro José María, che il generale José de San Martin aveva decorato con la Cruz de los Libertadores, il 25 agosto1821. Manuela incontra gli ufficiali dell’esercito liberatore di Quito, compreso il generale Antonio Jose de Sucre, con cui instaura una bella e forte amicizia che durerà fino alla fine dei suoi giorni. Incontra anche il colonnello José María Córdoba con il quale però non ebbe un buon rapporto. In seguito, partecipa attivamente alle battaglie indipendentiste donando muli e denari per i rifornimenti militari. James de Thorne la portò a vivere a Lima, dove Manuela sostenne la lotta patriottica di Rosa Campuzano Cornejo[2] e avviò una serie di attività cospirative contro il vicereame del Perù. Con Rosa Campuzano, più nota come la “Protettrice del Protettore” di Lima, sua complice e amica, arrivarono a convincere il Battaglione realistico di Numancia a passare nelle fila dell’Esercito Liberatore, comandato dal generale José de San Martín:

La sua capacità di cospiratrice le fece guadagnare il riconoscimento del generale José de San Martín che la decorò  all'Ordine dei Cavalieri del Sole. Fece amicizia Rosita Campuzano di Guayaquil, compagna  sia d’amore che di ideali di San Martín. Tornata a Quito, e con gli eventi della Battaglia di Pichincha, Manuela si unisce alla lotta emergendo come  collaboratrice dell'esercito indipendentista. Partecipa aiutando i feriti e, dopo la capitolazione realistica, fa amicizia con Mariscal Sucre. Incontra Bolívar il 16 giugno 1822 e inizia una delle avventure più belle della nostra storia.[3]

Manuela visse sette anni a Lima, dove divenne effettivamente membro della “Rete di guerra” di San Martín e Monteagudo, abbracciando quel tipo di guerra che si porta avanti creando svantaggi materiali all’avversario, dove l’aspetto principale sono le operazioni di sabotaggio, la cospirazione e la propaganda politica. Fu in quest’occasione che Manuela organizzò una vera e propria rete femminile dedita alla congiura e alla propaganda rivoluzionaria:

A Lima aveva organizzato le donne, aveva raccolto denaro per costruire le navi; era andata di casa in casa a chiedere stoffa per le uniformi. (…) Accompagnata dalla fida Jonathans, col suo turbante rosso, e dalla graziosa Nathan, con la sua acconciatura alla moda, si rivolse alle dame di Quito. Tutte le case furono trasformate in laboratori, dove nobildonne e serve indie lavoravano insieme per cucire le uniformi del nuovo esercito. Fu organizzata anche una colletta di gioielli e argenteria per il finanziamento della prossima campagna. Manuela controllava ogni cosa, era dappertutto a chiedere, smuovere, lusingare, convincendo la gente a contribuire o costringendola, a volte, grazie alla sua conoscenza dei vecchi scandali di Quito. Tutto questo portò numerosi cimeli di famiglia nelle casse della guerra, ma non contribuì certo a migliorare la pubblica stima della Sáenz. La gente chiacchierava (...)[4]

Manuela era anche la sorella di José María Sáenz, uno degli ufficiali del battaglione “Numancia”, quello della più alta élite militare dell’esercito reale spagnolo, presente a Lima, per questo Manuela partecipò alla guerriglia chiamata “operazione Cervantes”. In realtà, l’attività cospirativa di Manuela Sáenz cominciò in tenera età: precisamente a 14 anni. A quell’età Manuelita incontrò i primi combattenti indipendentisti e conobbe la patriota e protofemminista Manuela Cañizares.[5]Dopo il matrimonio con il mercante inglese De Thorne, Manuela entrò a far parte di un circolo sociale privilegiato dagli stretti legami con i poteri politici ed economici. Nel fiorente movimento per l’indipendenza, le feste dell’élite furono inondate da dibattiti sulla strategia militare e le varie teorie politiche.[6]Sáenz fu ospite fissa alle serate danzanti tenute nelle sale da ballo del viceré spagnolo. Fu proprio durante questi incontri che divenne amica di Rosita Campusano, l’amante di José San Martín, che aveva guidato con successo la campagna per l’indipendenza in Argentina e Cile e che, in quel momento, era a capo di forze antispagnole in Perù. I due condividevano l’interesse per la politica e l’impegno per gli stessi obiettivi patriottici. Sáenz offrì se stessa e i suoi schiavi per la lotta di liberazione del Perù, e accettò di fornire informazioni sulle strategie militari realiste. Le sue convinzioni politiche erano opposte a quelle di suo marito e di suo padre che, come europei e commercianti, si sentivano minacciati dalla possibilità di una Repubblica e da una successiva rivoluzione socio-politica. Le formulazioni politiche di Sáenz erano in contrasto con l’idea diffusa circa l’incapacità delle donne di pensare e di impegnarsi politicamente.[7]

Sussisteva una visione sessista nelle norme secondo le quali le donne si sarebbero dovute coinvolgere in politica o diventare attrici del nazionalismo emergente. Reti femminili di gossip – per donne di classe alta o reti informative mediate dagli schiavi – furono al centro dell’azione politica di Sáenz. A sostegno di San Martín, Sáenz trasmise le informazioni carpite durante gli eleganti ricevimenti a Lima. Usò i suoi schiavi per inviare indicazioni a San Martín su ciò che l’elite realista pianificava. Non solo i suoi schiavi inviavano messaggi, ma raccolsero anche relazioni sui movimenti dei soldati monarchici. Poiché tale attività si basò sulla sfera domestica, allora riservata esclusivamente alle donne, Sáenz non infranse le norme di genere tradizionali, ma prudentemente estese la sfera domestica alla dimensione pubblica. In quel periodo storico, eccetto i ruoli casalinghi, la sfera d’influenza delle donne non aveva alcun impatto sul mondo dominato dalla politica maschile, giacché permanevano anche importanti dinamiche classiste ed etniche. Tuttavia, Sáenz ebbe accesso a determinate informazioni privilegiate in ragione della sua condizione di donna creola, bianca, frequentatrice di salotti elitari. Eppure senza l’aiuto degli schiavi neri e senza accesso alle loro informazioni l’efficacia del suo ruolo di spia sarebbe stato limitato. Come riconoscimento verso l’importante ruolo che Manuela aveva giocato, San Martín nominò Sáenz membro della Società Patriottica Femminile e le assegnò il titolo di Cavaliera dell’Ordine del Sole, per il quale ricevette una medaglia speciale all’onore con inciso lo slogan: “Per le più sensibili tra le patriote”. L’esistenza della Società Patriottica e l’Ordine del Sole dimostrano come l’impegno delle donne per l’indipendenza fosse piuttosto diffuso, e che quest’attivismo non fu visto come una minaccia, ma, al contrario, furono percepite positivamente le donne che lavorano per il bene delle loro società, in modo da sostenere il sesso maschile nell’ottenimento degli obiettivi politici.[8] Manuela e Rosa, per il contributo politico e militare offerto alla causa dell’emancipazione, furono premiate nel 1822 dal Generale San Martin con la decorazione dell’ordine dei “Cavallieri del Sole”, logo della nuova nobiltà repubblicana che fu consegnato anche a altre 111 donne combattenti e patriottiche di Lima. Per questo vicenda, più tardi, Bartolomé Mitre, storiografo e presidente dell’Argentina oligarchica, etnocida e centralista, e dichiarato nemico e calunniatore di San Martín, si scandalizzerà dell’ordine dei Cavalieri del Sole, che riconosceva e includeva gli indigeni e, peggio ancora, le donne. Manuela ritornò a Tolgo, dove ospitò nella sua casa José di Sucre: nacque da allora un’amicizia e un cameratismo permanente. Prestò servizio e consegnò la sua fortuna personale all’Esercito Liberatore che sigillò con la battaglia di Pichincha (24 maggio 1822) l’indipendenza dell’Ecuador, la sua patria nativa. Il giovane Sucre, asceso a generale rivoluzionario a 21 anni, diventa uno dei più limpidi sostenitori del progetto d’indipendenza, unità continentale e soprattutto eguaglianza sociale. Manuela partecipa attivamente alla Battaglia di Pichincha vinta dai patrioti e, durante una festa indetta per la vittoria militare, conobbe il Libertador Simón Bolívar. Sáenz presto fu coinvolta, per la causa dell’Indipendenza, a un livello militare più alto. Manuela face parte della commissione che preparò un ricevimento per Bolívar dopo la sua decisiva vittoria nella battaglia di Pichincha, e coordinò le azioni di pulizia delle stanze che avrebbero accolto il generale Bolívar, ancora una volta un ruolo politico tradizionale, tipicamente femminile e “domestico”. Ma fu durante l’accoglienza che si verificò il fatidico incontro tra il Sáenz e il generale Bolívar. Il 16 giugno del 1822, in mezzo a razzi, fuochi d’artificio e al suono delle campane, il Libertador Simón Bolívar si unì a Quito (Ecuador) con Manuela Sáenz, il grande amore della sua vita e la sua più fedele difensora. Quel giorno Bolívar entrò a Quito tra applausi e festeggiamenti, avendo di recente liberato la città dal dominio spagnolo. J. Antonio Sucre, l’eroe della battaglia di Pichincha (Ecuador), lo precedette. La gente osannava i libertadores in una grande festa. Dai balconi le giovani donne gettarono splendidi fiori sulla testa dei patrioti a cavallo. Tra loro c’era Manuelita Sáenz; al tempo aveva 24 anni e quello stesso giorno si innamorò di Bolívar, durante il balletto comune, dopo aver gettato l’alloro ai suoi piedi. Manuelita divenne amante e compagna di Simón Bolívar fino al 1830, abbandonando definitivamente il marito a lei imposto, James de Thorne. Manuelita Sáenz aveva 27 anni, Simón Bolívar 39. Da quel giorno sigillarono il loro amore e lei accompagnò il generale nelle sue battaglie. Si introdusse nel suo Stato Maggiore e fu promossa Capitano degli Ussari, dopo la Battaglia di Junín nel 1824. Dal fronte di Ayacucho, nel dicembre dello stesso anno, il maresciallo Antonio José di Sucre riconobbe che Manuela aveva combattuto valorosamente e assistito i soldati feriti, per questo motivo chiese che le fosse concesso il grado di Colonella dell’Esercito colombiano e Bolívar accettò. Quando Bolívar ritornò a Bogotá per riassumere la Presidenza della Gran Colombia e affrontare la minaccia della separazione del Venezuela, uno dei suoi primi desideri fu chiedere che Manuelita lo accompagnasse.[9] Lei presenterà, a Bolívar, Bernardo de Monteagudo, suo amico e compagno di lotta, veterano e rivoluzionario dall’epoca della prima rivoluzione nell’attuale Argentina e Bolivia, diretta dal mitico Mariano Bruno. Più tardi divenne anche Ministro di San Martín in Perù, uno dei più brillanti promotori dell’integrazione continentale latino-americana e della giustizia sociale. Arriverà a essere un quadro importante del progetto di Bolívar ma sarà assassinato a Lima nel 1825. Durante i sette anni di convivenza con Bolívar, Manuela partecipò agli allenamenti militari e sostenne logisticamente le truppe, fu spia e messaggera degli insorti. La vita di Manuela Sáenz è essenziale per comprendere la realtà della donna in un’epoca di transizione, nella quale cominciarono a nascere e in seguito a definirsi le nazioni ispano-americane: la Gran Colombia doveva essere il sole, intorno alla quale ruotavano gli altri stati americani minori.[10] La storiografia tradizionale ha preteso di mostrarci una donna dissoluta che ostentò la sua condizione di amante come un affronto, una donna che non rispettava la morale, né le buone abitudini; dimenticò che Manuela fu la stessa donna che difese il Liberador dai suoi nemici, contro i suoi detrattori, contro chi desiderava assassinarlo; la stessa donna che affrontò cospirazioni e tradimenti e che una notte fece fucilare il fantoccio di Francisco de Paula Santander, per ingannare i sicari; in un’altra occasione salvò Bolívar da un agguato mortale organizzato da Santander. Per diversi anni Manuela Sáenz diresse complessi servizi d’intelligence, prima quello dell’Esercito indipendentista, in seguito l’intelligence dello Stato della Nuova Colombia. Y. Añazco, infatti, scrive:

Dal momento in cui Manuela si lega a Bolívar, avvia l’istituzione di organismi di difesa per proteggere il Libertador; ed è così che organizza squadre d’informazioni per creare un servizio d’intelligence tattico e strategico di livello. [11]

Añazco rileva anche come l’esercito indipendentista guidato dal generale San Martín, lo stesso in cui operò per diversi anni anche Manuela Sáenz, fosse piuttosto “democratico”, giacché composto da soldati di varia provenienza, alcuni indios e neri, gruppi che in precedenza non ebbero mai l’opportunità di servire l’esercito o interessarsi di politica. Añazco frequentemente evidenzia una Manuelita ostile, in tutti i modi, alla egemonica cultura sciovinista e razzista della nobiltà coloniale.[12] Per la battaglia di Junín (1824) Bolívar promosse Manuela come archivista dello Stato Maggiore e Patriota. Ordina a Manuela di non entrare nella prima linea di fuoco, come invece desiderava ardentemente. Lei rispetta l’ordine superiore, ma grida in protesta davanti a tutto l’esercito: “Indosso sfortunatamente il mio sesso!” Nelle fasi finali della lotta per l’indipendenza, quando già si consolidano le forze contrarie al progetto di sovranità, uguaglianza e unionismo di Bolívar, Manuela salvò in due occasioni Bolívar da cospiratori e attentatori contro la sua vita. Bolívar perciò la chiamerà “la “Libertadora” del Libertador. Grazie al suo carattere appassionato, impulsivo e a volte tumultuoso, la chiamerà anche la “mia dolce pazza”. A tal proposito, M. Fajardo nota:

La sua relazione amorosa con Bolívar è piena di difficoltà e, soprattutto, di assenze. La maggior parte del tempo sono separati a causa dei vari viaggi del Libertador. Manuela poco a poco acquisisce sempre più titoli militari come quello di ussaro, capitano degli ussari e tenente degli ussari grazie alla sua permanente abnegazione e lavoro al servizio della causa dell’Indipendenza. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar affinché la autorizzi a partecipare alla Battaglia di Junín e lui, che glielo aveva sempre vietato, accetta.[13]

Quando Simón Bolívar prenderà la decisione di concederle un’onorificenza, questo gli provocherà gravi problemi con il vicepresidente della Colombia, il generale Francisco de Paula Santander, che, indignato, chiederà a sua volta al Libertador di recedere, considerando denigratorio per i militari che si conceda questo tipo di titolo a una donna. Bolívar rifiuta e risponde:

¿Que la degrade? ¿Me cree usted tonto? Un Ejército se hace con héroes (en este caso heroínas), y éstos son el símbolo del ímpetu con que los guerreros arrasan a su paso en las contiendas, llevando el estandarte de su valor —y continúa— usted tiene razón de que yo sea tolerante de las mujeres a la retaguardia: pero yo le digo a usted S.E. que esto es una tranquilidad para la tropa, un precio justo al conquistador el que su botín marche con él. ¿O acaso usted olvidó su tiempo?[14]

A Bogotá nel 1828, Manuela salvò la vita a Bolívar. Una notte, mentre si trovavano in una delle ampie sale del Palazzo del Governo riservate al riposo e alla privacy, impegnati in una tranquilla partita a carte, il rumore di zoccoli di cavalli, di porte sbattute e passi concitati allarmò Manuelita. Immediatamente si lanciò verso il generale, l’afferrò per un braccio e lo spinse verso il balcone aiutandolo, poi, a calarsi di sotto. Immediatamente dopo, irruppero nella stanza con le armi puntate gli ufficiali realisti, che si fermarono sorpresi nel vedere la donna che faceva un solitario. Decisa e gelida disse che il generale non si era visto a Palazzo. La sua calma e risolutezza disorientarono i soldati che persero minuti preziosi per l’inseguimento di Bolívar, ormai in salvo. Fu questo il gesto che le valse il titolo di “Libertadora del Libertador”.[15] Ma il loro rapporto volgeva al termine, seguendo la parabola del generale, che stanco, malato, deluso, si avviava verso il suo ultimo rifugio a Santa Marta, dove poco dopo sarebbe morto. Oramai sconfitto definitivamente il progetto di un Bolívar che stava morendo, Manuela si autoesiliò in Colombia. Membro della prima generazione di rivoluzionari e patrioti sconfitti, vicini al progetto di Bolívar di sovranità continentale e di giustizia sociale, contro le oligarchie latino-americane e i poteri imperiali internazionali, che finiranno abbattuti, esiliati, assassinati o condannati alla miseria. Anche Manuela fu imprigionata con l’accusa di “immigrazione irregolare” in Colombia. Liberata, si trasferisce in Giamaica ma, dopo tre anni è esiliata nella regione di Paita, un porto peruviano, accompagnata solo dalle sue fedeli domestiche Nathán e Jonathan, due vecchie schiave nere comprate da suo padre e liberate per lei, che rimasero sempre al suo fianco come compagne di lotta e di vita. Nonostante abbia goduto di un’immagine romantica alimentata dalla sua relazione sentimentale con Bolívar, Manuela Sáenz non visse serenamente gli ultimi anni della sua vita; morì indigente, invalida e sola, sebbene abbia conservato fino alla fine la sua dignità. Alcuni storici identificano la fine della sua attività politica con la morte del suo amante nel 1830. In realtà Sáenz visse quasi trent’anni in più ma per i suoi biografi, questo periodo è solo un tragico epilogo.[16] Nel piccolo porto polveroso del nord del Perù, povera, non più bella, costretta su una sedia a rotelle da malattia e obesità, accoglieva di tanto in tanto qualche visitatore noto e illuminato che consolava la sua triste esistenza: tra questi il patriota italiano Giuseppe Garibaldi, lo scrittore peruviano Ricardo Palma e il suo omologo nordamericano, Herman Melville. Morì nel corso di un’epidemia di febbre gialla il 23 novembre 1856, il suo corpo fu gettato in una fossa comune, i suoi effetti personali bruciati per evitare il contagio. Almeno così si suppone: in realtà, i suoi resti non furono mai trovati. In questo momento i suoi presunti o simbolici resti mortali (un pò di polvere tratta da una fossa comune di Paita), sono depositati nel Pantheon Nazionale di Caracas (Venezuela), dove riposano anche quelli del Libertador. Manuela anche in esilio continuò la sua attività politica, che si sviluppò attraverso la stesura di diari e una fitta corrispondenza con amici e conoscenti. La società quiteña, alla quale apparteneva, non comprese la situazione in cui visse e tantomeno i suoi sentimenti, perciò rimarcò, dopo la sua morte, più le sue mancanze che le sue qualità morali e il suo talento. Lo storiografo Alfonso Rumazo González,[17]reagì contro lo stigma che distorse la sua immagine, offrendo un profilo più dignitoso e normalizzato, mentre il poeta cileno Pablo Neruda l’immortalò nel suo Canto General:

¿Quién vivió? ¿Quién vivía? ¿Quién amaba? / ¡Malditas telarañas españolas! / En la noche la hoguera de los ojos ecuatoriales, / tu corazón ardiendo en el basto vacío: / así se confundió tu boca con la aurora. / Manuela, brasa y agua, columna que sostuvo / no una techumbre vaga sino una loca estrella. / Hasta hoy respiramos aquel amor herido, / aquella puñalada de sol en la distancia.[18]

Gli ideali rivoluzionari di Manuela Sáenz

Il “primo grido d’indipendenza” avvertito a Quito ebbe luogo il 10 agosto 1809, quando era presidente della Real Audiencia[19]lo spagnolo Don Manuel de Urriez, Conde Ruiz de Castilla. Tutto il processo rivoluzionario coinvolse un grande contingente femminile, donne poco conosciute nella storiografia nazionale. Nella notte del 9 agosto i patrioti di Quito avevano organizzato un Consiglio Supremo attraverso una riunione cospirativa che si tenne a casa di Manuela Cañizares, patriota ed eroina nata nel 1769 che fin da giovane s’indentificò con la lotta dei creoli contro le autorità che avevano governato l’Audiencia di Quito. Fu questo il motivo per cui prestò la sua casa per diversi incontri clandestini, dove i quiteños progettarono le prime mosse contro le autorità spagnole, in particolare contro il presidente Don Manuel de Urriez. Così nella notte del 9 agosto 1809, quando i patrioti quiteños riunitisi a casa sua ebbero un momento di debolezza che avrebbe potuto far deragliare il movimento rivoluzionario, diventò l’eroina spirituale dell’azione, affrontandoli con determinazione. Li arringò con queste parole che la resero protagonista della storia: “Vigliacchi ...! Uomini nati per la servitù ... di che cosa avete paura ...?! Non c’è tempo da perdere ...!”. Fu allora che con coraggio, determinazione e decisione, i quiteños portarono a termine con successo la rivoluzione del 10 agosto 1809. La scintilla della rivoluzione fu la mancanza di sostegno da parte di altre province e i conflitti interni al Consiglio Supremo che portò all’arresto dei suoi membri, processati e infine giustiziati il fatidico 2 agosto 1810. Quel giorno morirono più di sessanta eroi, compresi i leader più radicali del Consiglio Supremo. Il massacro radicalizzò la lotta a Quito, dove qualche anno dopo si formò un nuovo Consiglio Supremo, che continuò la guerra e convocò un Congresso che emise la nota Costituzione di Quito del 1812, su cui si sarebbe poi istituito lo Stato ecuadoriano. Dopo il massacro degli eroi, il villaggio fu attaccato per le strade e casa per casa da soldati affamati e la città fu definitivamente sconfitta dalle truppe coloniali. Il risultato finale fu la morte dell’uno per cento della popolazione. Il movimento di liberazione quiteño ricevette perciò il suo primo battesimo di sangue e restò senza élite intellettuale per molti anni. La Rivoluzione quiteña del 1809 fu sostenuta quasi esclusivamente da donne native e nobili. Le più note sono state: Manuela Cañizares, Manuela Espejo, Josefa Tinajero e Mariana Matheu.[20] Chi erano queste donne? Perché sono state coinvolte nel movimento della prima indipendenza di Quito? In che condizioni hanno sviluppato quella lotta? Finora si sa poco, è noto solo che si trattò di donne benestanti e colte, finanziatrici e animatrici di salotti letterari e filosofici, e aderenti alla massoneria, precisamente alla loggia “Ley Natural”.[21] Manuela Sáenz Aizpuru sviluppò il suo pensiero rivoluzionario assistendo a questi eventi, soprattutto dopo aver assistito all’“esecuzione” dei patrioti del 10 agosto 1810, da parte del battaglione reale di Lima. Questo avvenimento, lungi dal fermare la ribellione patriottica, alimentò l’odio di Manuela contro i monarchici e cominciò a incontrarsi in segreto con altri giovani patrioti di Quito. Influenzata dagli scritti di Eugenio Espejo,[22]la proposta politica di Bolívar e i pensieri di Plutarco, Manuela Sáenz crede nella democrazia come regime e forma di governo, crede nell’eguaglianza economica, nei diritti politici di cittadinanza, nei diritti delle donne, nell’unità e nell’integrazione del paese. L’idea libertaria era già presente in Manuela e la portò alla rivoluzione sociale. Le fece tradurre il pensiero in azione, combinando politica, ideologia e strategia militare. Inoltre comprese subito che meticci, indios e neri avrebbero dovuto costituire la spina dorsale dell’indipendenza. Come rivoluzionaria, ebbe l’accortezza di mobilitare la società in settori particolarmente secondari (gli indigeni e i pardos). In uno dei suoi diari di Paita, Manuela scrive la seguente nota:

(...) juntos movilizamos pueblos enteros a favor de la revolución, la Patria. Mujeres cociendo uniformes, otras tiñendo lienzos o paños para confeccionarlos y lonas para morrales. A los niños les arengaba y les pedíamos trajeran hierros viejos, hojalatas para fundir y hacer escopetas o cañones, clavos herraduras etc. Bueno yo era toda una comisaria de la guerra y no descanso nunca hasta ver el final de todo (Saá, 2008, p. 82).[23]

Uno dei pensieri più importanti e forti che compongono l’idea di unità nazionale è: “Il mio paese è il continente americano. Sono nata sotto la linea dell’Ecuador”.[24] È importante rilevare anche l’attività militante di Manuela a favore della causa libertaria delle città “grancolombiane” che non comincia per nulla dal rapporto con il Libertador, giacché quando si recò in Perù, dove andò a vivere con il marito inglese, James de Thorne, Manuela aveva già ottenuto una posizione rilevante nella storia dell’Indipendenza peruviana svolgendo molteplici mansioni a favore della rivoluzione, aiutando la rivoluzionaria e patriota Rosita Campuzano e altri indipendentisti che si riunivano a quel tempo a Lima per svolgere un lavoro di spionaggio o di propaganda politica.[25] L’11 gennaio del 1822, una volta liberato il Perù, il generale José de San Martín, con il consiglio del suo ministro Don Bernardo Monteagudo, emise il Decreto Supremo che creò l’Ordine del Sole del Perù, un ordine onorifico, con cui premiò e valorizzò (anche) le donne che avevano contribuito alla causa dell’indipendenza. Tra le donne che ebbero accesso al titolo onorifico di Caballeresas del Sol troveremo la marchesa de Torre Tagle, così come Rosita Campuzano, e, naturalmente, Manuela Sáenz Aizpuru. In qualche modo, Manuelita fu influenzata molto dalle donne che l’hanno preceduta nel pensiero libertario, diffuso presso l’Audiencia di Quito, dove si svolsero le prime sanguinose e memorabili battaglie indipendentiste (1809-1810) a cui parteciparono diverse donne, donne tuttora molto note alla storiografia nazionale ecuadoriana come Manuela Espejo (sorella del patriota Eugenio Espejo), Manuela Cañizares (nella cui casa si riunivano i cospiratori), Josefa Tinajero, Mariana Matheu de Ascásubi (la scrittrice ecuadoriana più importante del tempo), María Ontaneda e Larrayn, Antonia Salinas, Josefa Frost, Rosa Zárate (eroina e martire), Maria de la Vega, Rosa Montufar e molte altre che saranno ignorate con un ingiusto anonimato. Manuela ha già nel suo cuore una profonda spaccatura, da un lato suo padre, un recalcitrante reazionario, e dall’altra parte sua madre, difensora dell’indipendentismo. Durante la battaglia di Pichincha del 24 maggio 1822, in cui suo fratello José María combatte sotto gli ordini del generale Sucre, Manuela offrirà supporto materiale (in denaro) e logistico. Solo più tardi Manuela conoscerà Simón Bolívar, il Libertador, il 16 giugno 1822. Nel momento in cui s’incontrano, s’innamorano all’istante, ballano tutta la notte, come se nessun altro esistesse, e inizia una relazione tra loro che sarà molto criticata a causa dello stato civile di Manuela. Manuela sfidò la doppia morale coloniale e sarà coerente con quell’amore fino alla sua morte. Il suo rapporto d’amore con Bolívar è pieno di difficoltà e di assenze.  Lei supporta le attività militari del Libertador, non a caso sarà nominata colonnella degli Ussari. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar per essere ammessa come combattente nella battaglia di Junin, e lui, che aveva sempre resistito, accettò.[26] Il passaggio della corrispondenza è così chiaro che ci inibisce altri commenti:

Huaràs, Quartier Generale, 9 giugno 1824

Manuelita, mia diletta,

Tu mi parli dell’orgoglio che senti per la tua partecipazione a questa campagna militare. Bene, amica mia: ti chiedo di accettare le mie congratulazioni e allo stesso tempo i miei ordini! Desideri provare le disgrazie di questa lotta? Andiamo! La sofferenza, le angustie, l’impotenza numerica e la mancanza di vettovagliamenti fanno dell’uomo più coraggioso un fantoccio di guerra. Un successo che incoraggia è rappresentato dall’incontrarsi da qualsiasi parte con una colonna di Goti ritardatari e togliergli i fucili. Tu desideri provare ciò! Bisogna essere disposti al maltempo, a strade tortuose marciando a cavallo senza tregua; la tua raffinatezza mi dice che meriti un alloggio decente e in battaglia non ve ne sono. Io non dissuado la tua decisione e la tua audacia, ma nelle marce non si può tornare indietro. Per ora ho solo un’idea che etichetterai come scabrosa: far passare l’esercito per la via di Huaras, Olleros, Chovein e Aguamina a sud di Huascaran. Pensi che io sia pazzo? Questi luoghi nevosi servono a temperare l’umore dei patrioti che gonfiano le nostre fila. Scommetto che non parteciperai? Ci aspetta una pianura che la Provvidenza ci dispone per il trionfo. Junin! Che ne pensi?

All’amante idolatrata. Bolívar

Huamachuco 16 giugno 1824

A V. E. el Libertador Simón Bolívar

Mio caro Simón,

Mio diletto, le condizioni avverse che si presentano nel cammino della campagna militare che pensate di realizzare non intimidiscono la mia condizione di donna. Al contrario, io la sfido. Cosa pensate di me! Mi avete sempre detto che ho più audacia dei vostri ufficiali. No? Di cuore vi dico, non avrete compagna più fedele di me e le mie labbra non emetteranno alcun reclamo che farà rimpiangere la decisione di accettarmi. Mi porterete con voi? Beh, io verrò. Questa decisione non è avventata, ma viene dal coraggio e dall’amore per l’indipendenza (non sentitevi geloso).

Per sempre vostra Manuela

Andahuaylas, Quartier Generale

26 settembre 1824

(Confidenziale)

Manuela Mia,

Per il 3 del prossimo mese, il desiderio è che ti senta con “Héctor”, al fine di coordinare ciò che più ci preoccupa. Il Colonello Salguero porta i dispacci sulla strategia, affinché Héctor veda l’opportunità di agire a Huamanga di fronte al Condorcunga. Il motivo è che tutti i battaglioni sappiano che il Libertador e Presidente sarà lì, con loro, nella sua tenda di campagna, benché “ammalato”. Il Generale Solom verrà con la mia mula bruna affinché si creda che sia io.

Tu sarai molto utile al fianco di Héctor, ma è una raccomandazione per te, e un ordine del tuo Generale in Capo, che tu resti passiva dinanzi all’incontro col nemico. La tua missione sarà di “servirmi”, entrando e uscendo dalla tenda dello Stato Maggiore, portando brocche d’acqua per “rinfrescarmi”, e così a ogni uscita farai arrivare un mio ordine (i dispacci che sto inviandoti) a ogni Generale. Non disattendere le mie accortezze e la mia preoccupazione per la tua incolumità. Ti voglio viva! Se muori io muoio!

Tuo Bolívar

Quartiere Generale di Huancavelica, 20 dicembre 1824

Signora Manuela  Sáenz.

Apprezzata Manuelita:

Ricevendo la lettera del 10, il messaggio di Sucre, non mi resta altro da fare che sorprendermi della tua audacia perché il mio ordine di conservarti al margine di qualunque incontro pericoloso col nemico, non fu rispettato; inoltre la tua sorda condotta, lusinga e nobilita la gloria dell’Esercito Colombiano, per il bene della Patria che “come esempio superbo di bellezza, si impone maestosa sulle Ande”. La mia strategia mi diede la proverbiale ragione che tu saresti stata utile lì,[27]mentre io raccolgo orgogliosamente per il mio cuore, lo stendardo del tuo eroismo, per nominarti come mi si chiede: Colonnella dell’Esercito Colombiano.

Tuo Bolívar [28]

Le difficili condizioni del viaggio non permisero a Manuela di raggiungere in tempo il campo di battaglia, ma tre giorni dopo, fu assorbita nell’esercito per curare feriti e seppellire morti dopo la battaglia di Junin. Partecipò invece attivamente alla battaglia di Ayacucho, al punto che il generale Sucre inviò una lettera al Libertador in cui descrive il coraggio di Manuela Sáenz e chiede che Manuela venga promossa al grado di colonnella. Simón Bolívar decide di concedere la promozione militare a Manuela ma questa decisione causa dei problemi con il vicepresidente della Colombia, Francisco de Paula Santander, che protestò indignato ed esortò Bolívar a degradare Manuela Sáenz, perché considerò indegno vergognoso concedere dei riconoscimenti militari a una donna. Bolívar rifiuta la richiesta di Santander, rispondendo che un esercito è fatto di eroi (in questo caso eroine) e questi sono simbolo di lotta e di valore.[29]

Junin, Quartier Generale, 6 agosto 1824

Alla signora tenente degli Ussari da parte di S. E. il Libertador e Presidente della Colombia[30]

Signora Manuela Sáenz.

Mia cara Manuela,

in considerazione della risoluzione del Consiglio dei Generali di Divisione, e dopo aver ottenuto il loro consenso e presa nota della vostra ambizione personale a partecipare alla selezione; visto il vostro coraggio e il vostro valore, la vostra grande umanità nell’aiutare a pianificare, dalla vostra colonna, le azioni che culminarono nel glorioso successo di questa giornata memorabile, mi affretto, essendo le ore 16.00, a concedervi il grado di Capitano degli Ussari,[31] affidandovi le attività economiche e strategiche del vostro reggimento, essendo voi la massima autorità in quanto sarà necessario prestare attenzione agli ospedali, considerando che questo è l’ultimo grado di contatto tra i miei ufficiali e le vostre truppe.

Compio così con la giustizia di offrirvi il riconoscimento della vostra gloria, congratulandomi di avervi accanto come il mio più amato ufficiale dell’esercito colombiano.

Il vostro affezionatissimo, V.E. Libertador Bolívar[32]

Come stratega politica e militare, Manuela influenzò la creazione di una regione intermedia che potesse consentire un equilibrio periferico tra il sud del continente e la regione equatoriale, e insistette sulla nascita della “nazione Bolívar”, più avanti chiamata Bolivia. In questa nazione cercò di consolidare una certa stabilità politica ed economica, con cui garantire al popolo condizioni di vita adeguate. Subito dopo la vittoria nella battaglia di Ayacucho, Bolívar come leader di tutte le repubbliche emergenti, affrontò il problema di definire i confini degli Stati, che in precedenza erano semplici amministrazioni all’interno dell’unità coloniale spagnola. Il maschilismo locale e la mancanza di visione unitaria dei popoli favorirono inevitabilmente gli interessi della nascente oligarchia locale e delle avide potenze straniere. In questo contesto, il generale Sucre riceve una comunicazione dall’Alto Perù, l’odierna Bolivia, che lo informa che i rappresentanti locali stavano per definire il destino della regione, allora formalmente parte del Vicereame del Perù coloniale e il Rio de La Plata. Il giovane e brillante Sucre era il membro più stretto e leale del progetto Bolívariano, nonché amico di vecchia data di Manuela. In questa realtà oggettiva, Manuela Sáenz vede l’opportunità politica di creare un nuovo stato, sotto il nome simbolico di Bolívar (che significava per lei amore incontenibile e libertà), un nuovo stato come laboratorio sociale per un progetto di sovranità, giustizia e inclusione, valori sconfitti nel resto del continente. Con una bella metafora, in una lettera d’amore a Bolívar, paragona questo nuovo stato repubblicano a una figlia. Nella lettera si legge:

29 de febrero de 1825

Mi Libertador:

Sabe usted cómo ansío compartir el nacimiento de la vida. Conoce las veces que levanté mi voz airada por las condiciones ingratas que estamos compartiendo, de privación de sentimientos, de distancias y de ausencias reiteradas. ¿Cómo cambiar el sino que nos acompaña? ¿Qué debemos hacer para protestar frente a la realidad, y vencerla? ¿No podré, con usted, caminar llevando de la mano la ilusión convertida en la inocencia de voces infantiles? ¿Es que no fuimos elegidos para ser, además de amantes, hombre y mujer, padre y madre?He interpelado a los Dioses de estas y otras tierras. Mi voz la han escuchado, si existen, los Achachilas de los Andes y el Cristo de la cruz de mis desvelos. Vea usted la fuerza que sale a borbotones del pecho que le da ritmo a su sangre, y que termina convertida en remanso cuando acepto resignada que otros son los mandatos que debo cumplir en este tiempo.Y cuando llego a ese punto de sosiego, otra vez me vienen los rumores que acompañan mis angustias y me mantienen en vela buscando otras respuestas. No utilice su energía para reprender el acto de amor que voy a relatarle.He recogido de usted la necesidad de encontrarle solución política a las diferencias que mantienen los patriotas de Lima y del Río de la Plata. En medio de ellas, están las provincias del Alto Perú, primeras en levantar las banderas de la libertad y las que mayor dificultades están debiendo sortear para alcanzarla.La posición reflexiva del General San Martín en Guayaquilhace tres años, fortalece la necesidad de resolver la situación del Alto Perú con un estatuto político que le faculte a desarrollarse, respetando la decisión que le han hecho saber con insistencia y firmeza sus representantes. Por eso resulta injusta la airada comunicación que le hiciese llegar al General Sucre por la convocación a los diputados del Alto Perú a discutir su destino.Si usted escucha la voz de su experiencia, desde Charcas, La Paz y Potosí, será más fácil establecer una relación positiva con V.E., que desde otras ciudades que mantienen algunas dificultades para resolver sus propias diferencias. Pero, y lo más importante, permitiría la construcción de un nuevo Estado en el que usted podría, desde el inicio, desarrollar la fuerza de la libertad sin las mezquindades que enfrenta permanentemente en la Gran Colombia. Esta república podría servirle para plasmar en ella los modelos democráticos tan caros a sus sueños y alejar las insinuaciones que rechaza tan airado cuando pretenden cambiar su condición de ciudadano por otra similar a la que termina de vencer.Un pueblo agradecido con su espada y su voluntad de usted, puede ser el abono más extraordinario para que fortalezcan la justicia y las instituciones republicanas. He recogido de manera reservada algunas opiniones de la gente que le es fiel, y comparten el entusiasmo de ver nacer un estado con su nombre que tenga de usted el amor irrefrenable por la libertad.Por eso le he puesto tanto empeño a esta encomienda que nadie me dio pero le pertenece, de dar nacimiento al fruto de mi entrega y que sobrevivirán nuestras vidas perpetuando su nombre. Permítame ayudar a multiplicar la libertad y juntos habremos logrado procrear una hija, que sólo usted y yo, sabremos es el producto de este sentimiento que desafía la barrera de los tiempos. Ahora, que ya lo sabe, repréndame con indulgencia y con la dulzura con la que corrige los desvaríos de pueblos que aprenden a vivir su independencia. Su enojo será la mejor prueba que la Historia se construye con locuras de amor y de coraje. Y yo, veré nacer una hija que mantendrá en la eternidad mi tributo de reconocimiento a usted, gestado entre los nueve meses que están pasando desde el triunfo de Ayacucho y el primer aniversario de Junín.

Aliente la multiplicación de la vida y la libertad. Todos esperan su palabra para hacer más fácil el esfuerzo de ayudar a la Historia a reconocer su entrega por la causa de los pueblos.Gozo con la idea como lo hago las veces que estoy en su compañía.

Manuela[33]

In Bolivia, Manuela ricoprì cariche pubbliche e divenne anche editorialista di alcuni giornali del tempo. L’idea di una nazione per la regione meridionale dell’America si riflette anche nella sua raccomandazione a Bolívar di partecipare alla riunione di Guayaquil con il generale San Martín, per risolvere alcuni problemi politici legati a tentativi di sabotaggio e cospirazione. La Gran Colombia fu l’esperienza libertaria che diede pieno significato all’intensa vita di Manuela Sáenz, che aveva sempre diffidato di alcuni membri del processo libertario, di cui spesso denunciò le tendenze separatiste e le ambizioni, in particolare quelle del generale Santander, considerato un sovvertitore della causa “grancolombiana”. Così nel paese si costituì una lotta aperta contro il tradimento incarnato dal cosiddetto “Gruppo di P”, Padilla, Paez e Paulo Santander, cospiratori permanenti contro la Gran Colombia. La colonnella Manuela Sáenz, grazie alla sua straordinaria coscienza rivoluzionaria e la sua coerenza con la causa libertaria, fu in grado di eliminare buona parte dei cospiratori: este es el pensamiento más humano: que mueran diez para salvar millones.[34]



[1]M. Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, tesi di laurea, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma3, 2014, pp. 1-2, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/MANUELITA-SÁENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf, ultimo accesso il 12/06/2016

[2]Rosa Campuzano Cornejo fu una rivoluzionaria, patriota e spia peruviana. Soprannominata “la protectora” per essere stata l’amante del Generale José de San Martín , denominato come “el protector del Perú”. Dal Dizionario Biografico dell’Ecuador. Su internet: http://www.diccionariobiograficoecuador.com/tomos/tomo6/c3.htm, ultimo accesso il 12/06/2016.

[3]A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte, Caracas-Venezuela, 2005, T. d. A., p. 20, disponibile all’indirizzo: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso il 28/12/2016

[4]A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 199

[5] Y. Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 20

[6] Ivi, p.31

[7] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte,Caracas-Venezuela, 2005. p. 122-123, su internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso 05/05/2017

[8] P. S. Murray, For Glory and Bolívar: the Remarkable Life of Manuela Sáenz 1797-1856,University of Texas Press, Austin, 2008, pp. 266-272, su internet: https://www.ncsu.edu/acontracorriente/fall_09/reviews/Sobrevilla_rev.pdf, oppurehttps://muse.jhu.edu/book/3118, ultimo accesso il 24/11/2016

[9]V. J. Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario de Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario del Ecuador y América Latina Propuesta: Elaboración de un Ensayo Literario, Universidad Central del Ecuador, Facultad de Filosofía Letras y Ciencias de la Educación, Carrera De Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, pp. 31-40, su internet: http://www.dspace.uce.edu.ec/bitstream/25000/3342/1/T-UCE-0010-398.pdf, ultimo accesso il 12/06/2016.

[10]A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 199

[11] Y.Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005,  T. d A., p. 82

[12] Ibidem.

[13] M. Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma3, 2014, pp. 5-7, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/MANUELITA-SÁENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf, ultimo accesso il 12/06/2016

[14] Ibidem

[15] A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 201

[16] M. J. Vilalta, European Review of Latin American and Caribbean Studies 93, Published by CEDLA – Centre for Latin American Research and Documentation, Centro de Estudios y Documentación Latinoamericanos, Amsterdam, October 2012, pp. 61-78, su internet www.cedla.uva.nl. Historia de las mujeres y memoria histórica: Manuela Sáenz interpela a Simón Bolívar (1822-1830), p.69. Oppure: http://www.cedla.uva.nl/50_publications/pdf/revista/93RevistaEuropea/93-Vilalta-ERLACS-ISSN-0924-0608.pdf, ultimo accesso il 28/11/2016

[17]Alfonso Rumazo González (Latacunga, 1903 – Caracas, 2002), scrittore, storiografo, saggista e critico letterario ecuadoriano. Per ulteriori dettagli consultare la voce Alfonso Rumazo González nel Dizionario Biografico dell’Ecuador, della Biblioteca Rodolfo Pérez Pimentel, tomo 16, su internet: http://www.diccionariobiograficoecuador.com/tomos/tomo16/r5.htm, ultimo accesso il 15/06/2016

[18]C. Triviño Anzola, Manuela Sáenz, la Libertadora del Libertador, Centro Virtual Cervantes © Instituto Cervantes, 1997-2016, literatura, su internet: http://cvc.cervantes.es/literatura/mujer_independencias/trivino01.htm, ultimo accesso 28/11/2016

[19] La Real Audencia de Quito fu istituita il 29 agosto 1563, da Sua Maestà Don Felipe II, che emise nella città di Guadalajara, in Spagna, il Decreto Reale con lo scopo di concedere a Quito una forma di autonomia rispetto al Vicereame di Lima che appartenne alla Corona spagnola, sin dal 1541; fonte: E. A. Pino, Real Audencia de Quito, Historia del Ecuador,   Enciclopedia del Ecuador, Quito, su internet: http://www.enciclopediadelecuador.com/historia-del-ecuador/real-audiencia-de-quito/, ultimo accesso 04/01/2017

[20] J. Núñez Sánchez, Rivista Afese, Masonería y independencia, Academia Nacional de Historia, p. 242, disponibile all’indirizzo: http://www.afese.com/img/revistas/revista51/masoneria.pdf; ultimo accesso il 29/11/2016

[21] Ivi, pp. 242 -243

[22]E. Espeio fu un avvocato, medico, scrittore, giornalista e ideologo politico dell’Ecuador. È considerato un precursore dell’indipendenza ecuadoriana. Una sua interessante biografia si trova sul sito dell’Università di Alicante, in Ecuador: http://web.ua.es/es/histrad/documentos/biografias/eugenio-espejo.pdf., ultimo accesso il 29/11/2016

[23]V. J. Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario De Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario Del Ecuador y América Latina; Propuesta: Elaboración de un Ensayo Literario; informe final del proyecto socio educativo presentado como requisito para optar por el grado de licenciatura en Ciencias de la Educación mención Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, T. d. A. p. 27; su internet: http://www.dspace.uce.edu.ec/handle/25000/3342 , ultimo accesso il 18/06/2016

[24]Ivi, p. 27

[25] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015, pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, ultimo accesso10/10/2017

[26] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015, pp. 66- 78, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017

[27] Bolívar si riferisce alla battaglia di Ayacucho alla quale partecipa Manuela. Infatti, il Generale Sucre, inviò a Bolívar, il 10 dicembre, una missiva in cui chiede di concedere a Manuela il grado di Colonnella degli Ussari, per essersi particolarmente distinta in battaglia.

[28] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, pp. 44-52, T. d. A..

[29] R. M. Grillo, Manuela Sáenz Before And After Bolívar, Università degli Studi di Salerno, Cultura Latinoamericana, Volume 21, numero 1, Salerno, 2015, pp. 69- 80, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, consultato il 10/10/2017

[30] Questa è una comunicazione ufficiale che Bolívar invia a Manuela, come Generale in capo dell’Esercito, premiando la valida partecipazione di Manuela alla battaglia di Junín.

[31] Ussari è il nome di uno dei battaglioni dell’esercito colombiano che si crea durante la battaglia di Boyaca e che inciderà molto nella liberazione di Nueva Granada. Il nome deriva dalla loro cavalleria leggera e dalla divisa molto simile a quella degli omologhi soldati polacco-ungheresi dell’esercito del Regno di Polonia, del 16° secolo.

[32] M. Espinosa Apollo (a cura di), Simón Bolívar y Manuela Sáenz, correspondencia intima, Centro de Estudios Felipe Guamàn Poma, Trama Ediciones, Quito, 2006, p. 46, T. d. A.

[33] Testo originale tratto da Dermatologia y Arte. Edicion 207. Dermatología y género epistolar. Simón Bolívar y Manuela Sáenz, a cura di R. M. Ramos, 2008, dal sito: http://piel-l.org/blog/wp-content/uploads/2008/08/dermatologia-y-arte-edicion-207.pdf; ultimo accesso: 02/09/2016, il documento si trova anche nel sito del professore, saggista, scrittore e poeta Julio Carmona: http://www.juliocarmona.com/bosque-de-palabras-2/carta-a-simon-bolivar-manuela-Sáenz/, ultimo accesso il 02/09/2016.

[34]V. J. Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario De Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario Del Ecuador Y América Latina; Propuesta: Elaboración De Un Ensayo Literario; informe final del proyecto socio educativo presentado como requisito para optar por el grado de licenciatura en Ciencias de la Educación mención Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, p. 29. Su internet la tesi è disponibile all’indirizzo: http://www.dspace.uce.edu.ec/handle/25000/3342 , ultimo accesso il 18/06/2016.