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Little Big Horn, l’ultima battaglia di Custer

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di MARIO GIANFRATE

George Armstrong Custer doveva essere  accecato da una presunzione davvero irragionevole se a Little Big Horn – “piccolo corno”, per la configurazione a imbuto del territorio- decise di attaccare gli indiani senza attendere l’arrivo delle truppe del Generale Terry, suo diretto superiore, come prestabilito dai piani di battaglia. Certo è che questa ottusa ricerca di accrescere popolarità e prestigio , tanto da indurre uno dei suoi biografi a definirlo “cacciatore di gloria”,  lo esorta a contravvenire agli ordini ricevuti e ad attaccare con iniziativa personale,  contro i pellerossa.


E’ il 25 giugno 1876, una torrida domenica di inizio estate. Manca una manciata di minuti a mezzogiorno quando gli squadroni del 7 Cavalleria,  divisi in due tronconi e guidati da Custer, il “generale dai lunghi capelli d’oro”, come lo hanno definito gli indiani per la sua chioma bionda ma che, proprio alla vigilia di questa battaglia si è fatti tagliare, muovono verso gli accampamenti Cheyenne; in prossimità del villaggio, li attende, però,  la reazione dura  e vigorosa dei guerrieri di Cavallo Pazzo, Gall, Due Lune, mentre non è ancora entrato nella battaglia Toro Seduto, capo Sioux.

Si combatte ormai da alcune ore. Alle tre, Custer comincia ad acquisire consapevolezza che le cose si mettono male e affida al trombettiere un messaggio da recapitare al grosso del reggimento per chiedere rinforzi. E’ la sola ancora di salvezza. Il messaggero riesce a superare le linee indiane ma la speranza di un aiuto si affievoliscono bel presto di fronte alla indecisione del comandante della pattuglia al quale viene richiesto l’aiuto sul poter far poco o niente tanto la situazione appare compromessa. In realtà teme, anche, per la sua incolumità e per quella dei suoi dipendenti.

La battaglia, intanto, infuria violenta, la resistenza dei cavalleggeri è ben presto piegata. Alle 16,30 la svolta decisiva della disfatta. I “soldati blu” sono circondati e uccisi, uno per uno, senza possibilità di scampo.

Alle 17, di quello che fu il glorioso battaglione del 7° Cavalleria dell’Esercito degli Stati Uniti d’America non è rimasta traccia. I pochi superstiti che arresisi e, terrorizzati e piangendo invocano pietà, vengono invece ammazzati senza tentennamenti. La crudeltà degli indiani trova una valida ragione nel fatto che è vivo in loro, soprattutto tra i Cheyenne, la drammatica visione del fiume Washita dove Custer aveva fatto spietatamente e letteralmente a pezzi donne e bambini.

Little Big Horn  ha un prezzo altissimo per il 7° Cavalleria: 252 soldati, 26 guide indiane, 9 civili e 16 ufficiali hanno pagato con la vita l’irresponsabile condotta del generale Custer proteso alla vana ricerca di una insana e insensata gloria e di una sfrenata ambizione.

I cantori  tramanderanno la leggenda dell’eroe Custer, inficiata di enfasi e di retorica. Di tutt’altro tenore i racconti degli indiani. Uno dei loro canti alzati durante i festeggiamenti per la vittoria riportata, recita: “Lunga capigliatura, molla quel fucile, non sei uomo che possa batterci. Mi fai proprio ridere! Lunga capigliatura… Nessuno sa dove si trovi. Piangono e lo cercano dappertutto. E Lunga capigliatura giace qui, sul Crinale”.

In realtà la colonna del generale Terry, giunta sul luogo due giorni dopo, ritroverà il suo corpo completamente nudo, seduto tra altri due soldati, con un foro in pieno petto e auno alla tempia sinistra; gli accertamenti balistici escluderanno che possa essersi suicidato. Gli indiani, invece, non lo hanno riconosciuto a causa del taglio dei capelli effettuato prima della partenza da Fort Lincoln. E  che  evita al suo corpo di essere profanato da uno scalpo.