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Antica Roma, gli imperatori adottivi: Geda e Caracalla

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di MARIA PACE

La morte inaspettata di Settimio Severo gettò la capitale in un clima di incertezza ed instabilità a causa della rivalità tra Caracalla e Geta,  i figli dell’Imperatore.


La correggenza  non era  considerata  un problema per la stabilità dell’impero e, tanto il Senato  quanto l’esercito, erano pronti a servire entrambi gli Augusti  e così pure il popolo. I due fratelli, però, pur uniti in un profondo sentimento di avversione nei confronti di Plauziano, consigliere dell’imperatore, erano fortemente rivali.

Ma chi era  Geta? E chi era Caracalla?

Publio Settimio Geta, il minore dei due fratelli, nacque a Milano (o Roma) e fu associato al trono,  su richiesta del Senato stesso e dell’esercito, dopo l’associazione anche dell’altro figlio, Caracalla. Pare, invece, che il padre lo avesse insignito del titolo di Caesar, già all’età di nove anni: una benevolenza che accese la gelosia del fratello maggiore,  gelosia  che covò in segreto, fino a diventare odio e rancore.

Il giovanissimo Geta, infatti  partecipò attivamente sia alla politica che alle operazioni belliche, come la guerra in Britannia, durante la quale assunse incarichi amministrativi, mentre al padre  ed  al fratello maggiore andava il comando delle operazioni.

L’Imperatore aveva voluto condurli entrambi con sé nella speranza che la vita  militare li avvicinasse e riappacificasse.

Ciò non fu.

I due tornarono a Roma, alla morte del padre, con le sue spoglie; si stabilirono  in palazzi diversi,  sul Palatino, ma ognuno sotto la protezione dei propri soldati

Fisicamente, il giovane Geta era un ragazzo di bell’aspetto. Ce lo dicono le poche immagini pervenuteci e lo confermano gli storici. Portamento elegante e raffinato, Geta amava vestirsi con ricercatezza ed era interessato agli studi letterari, soprattutto quelli antichi.

Gentile e disponibile, Geta era benvoluto dal popolo e godeva  del favore dell’esercito. Di carattere mite, fin da quando era ancora ragazzo, egli prese più volte le difese di cittadini  caduti nell’ingranaggio  perverso della politica, perché ritenuti pericolosi per  lo Stato. Dione Cassio,  storico contemporaneo,  riporta una frase di rimprovero da lui pronunciata in una di queste occasioni:

“Non sei capace di perdonare nessuno, saresti capace di assassinare tuo fratello”

Parole profetiche! Sarà proprio ciò che accadrà  da lì a pochissimi anni, Geta, infatti , morirà poco più che adolescente, ucciso da un fratello assai maldisposto a dividere con lui  potere.

Alla morte dell’imperatore Settimio, infatti, avvenuta il 4 febbraio del 211 d.C. i due fratelli erano stati acclamati entrambi  Imperatores , ma sicuramente  Caracalla progettava già di disfarsi del fratello  ed aspettava solamente l’occasione giusta.

Questa si presentò il 19 dicembre dello stesso anno.

La madre, Giulia Domna, più volte aveva tentato di di far  riconciliare i due fratelli. Fu proprio durante uno di questi tentativi che avvenne  il fratricidio.

Nel 219, infatti, a Caracalla venne affidato  il governo  della Gallia con il titolo di Augusto assieme al fratello.

Il disaccordo fra i due fratelli spinse Caracalla ad ipotizzare una divisione dei territori: l’Oriente andava a Geta e. l’Occidente a Caracalla. La madre, però, si oppose fermamente e questo fece maturare in lui l’idea di sbarazzarsi definitivamente  del fratello.

Geta che si trovava presso la madre, d’improvviso fu  assalito da un gruppo di centurioni armati, sicari assoldati dal fratello e morì fra le braccia della madre.    Le parole premonitrici da lui pronunciate, trovavano conferma.

Il giorno successivo, il fratello assassino si presentò, accompagnato da un legionario armato, davanti al Senato,  affermando di essere sfuggito ad un agguato tesogli dal fratello e di essere salvo  solo per intercessione divina.

Per ringraziare gli Dei della miracolosa salvezza, lo spergiura fratricida, depose come  dono votivo la spada con cui il povero fratello era stato  ucciso,  nel tempio di Serapide.

Non paga,la sua brama si spinse ben oltre, attraverso una spietata  vendetta nei confronti di coloro che avevano simpatizzato o sostenuto il fratello. Tutti, nobili e plebei, furono uccisi o esiliati.

Per contro, si procurò il consenso  del popolo, ma soprattutto quello dell’esercito, attraverso lauti e generosi donativi  ai primi e   congruoi aumento di paga ai secondi.

Completamente solo al potere, Caracalla non ebbe più freni: eccessi di collera ed episodi di estrema  violenza  e crudeltàratterizzarono il suo principato..

Ma chi era Caracalla? Da dove gli veniva quel soprannome)

Era il figlio primogenito di  Settimio Severo e Giulia Domna e di  un  anno maggiore del fratello Geta; deve il suo soprannome alla lunga  veste gallica, un  mantello con  cappucio  che usava indossare,  il  cui uso introdusse anche  nella capitale.

Il suo nome er Lucio Settimio Bassiano, che il padre volle cambiare in Marco Aurelio  Antonino per  dimostrare  parenTela con la dinastia  degli Antonini.

Era, dicono le cronache dell’epoca, un ragazzo normale e dai comportamenti normali.  Nato  a Lione quando suo padre era Governatore di quella regione e se era geloso del fratello, non lo era ancora nella misura i ncui arrivò successivamente.(?).

Mite e compassionevole, sempre secondo le fonti dell’epoca, di animo sensibile di fronte alla sofferenza umana, si  mostrò poco amante dei cruenti spettacoli circensi, nei quali, sempre secondo quelle fonti, distoglieva snelle scene più violente.

Un quadro a tinte molto sfumate, per non avere carattere di propaganda ed infatti, subito dopo la morte del padre e quella del fratello il suo comportamento  mutò  radicalmente.

Sempre quelle fonti, però, cercarono di spiegarsi le cause di quel mutamento e lo attribuirono ai crescenti dissapori con il fratello Geta ed  alla incondizionata ammirazione  di un mito del passato: Alessandro Magno, di cui  il Princes, sognava di emularne  le gesta.

La sua, ammirazione per il grande Macedone si spingeva oltre ogni misura, al punto da volerlo imitare anche nell’aspetto fisico, in base ai tanti ritratti ed alle tante descrizioni, ma  anche nel  carattere  e negli atteggiamenti,  noti sempre  attraverso i numerosi ritratti pervenuti..

Rimasto, dopo la morte del fratello, unico arbitro della scena, Caracalla prese saldamente in mano le redini del comando.

Il suo potere crebbe oltre ogni misura e lo spinse verso una forma di dispotismo assoluto, assistito dalla madre che, superato l’orrore della morte dell'altro figlio, si era posta  al suo fianco e non lo abbandonò mai fino alla fine.

Questo non gli impedì di mostrare presto la sua matura violenta,  crudele e  vendicativa.

Cominciò proprio dal fratello e dai seguaci di lui.  Celebre la sua frase,  subito dopo averlo fatto assassinare:

“… che possa ameno essere divino, dal momento che non  è più  vivo…”.

In realtà, più che alla divinizzazione, egli procedette alla cancellazione  del nome del fratello  da tutte le iscrizioni  ufficiali, inoltre, sull’Arco di Settomio Severo,  nel Foro,  ne fece cancellare il nome, facendolo sostituire dalla seguente iscrizione: “.. optimis  fortissimisque  princibus

Buon  stratega militare,   già come il padre,  per garantirsi la fedeltà  dell’esercito, attuò una importante riforma che prevedeva  molte concessioni  alle truppe, prima fra tutte, un congruo aumento della paga.  La più grande innovazione bellica, però, fu, forse, l’introduzione della  falange macedone.  Questa, inventata  da Epaminonda, sul modello di quella di  Pagonda, era stata riformata da Filippo II di Macedonia,  con l’introduzione della fanteria pesante e la rivalutazione di quella leggera.

Tutte queste  innovazioni  gli permisero di condurre vittoriose campagne  militari  contro  popolazioni stanziatesi lungo i confini della Germania Superiore e gli guadagnarono il titolo di Germanicus es Alemannicus.

Di  parere contrario alcune voci secondo cui  quelle intese non furono frutto di vittorie, ma  di compromessi  e di generosi donativi.

Qualunque sia stata l’intesa,  tale politica richiedeva un grosso sforzo  economico per coprire l’eccessiva spesa  militare  e Caracalla  lo compì  attingendo alle province, estendendo, cioè la cittadinanza romana dietro  pagamento di una congrua cifra  a chiunque ne facesse   richiesta..

Tutto questo ancora non bastò ed allora dovette ricorrere  ad una riforma monetaria piuttosto  drastica: abbassò  del 25% la percentuale dell’argento contenuto nelle monete.

A Caracalla,  però, va il grande merito di aver reso ancora monumentale  la capitale con costruzioni varie  e soprattutto con le immense terme che portano il suo nome.

Questo era Caracalla, l’uomo pubblico e  comandante militare. Come era l’uomo privato?

Sposato  contro la sua volontà con la giovane Fulvia Plautilla, figlia del Prefetto Plauziano,  da lui fortemente odiato e osteggiato,  Caracalla finì,  tre anni dopo,  per ucciderlo con le proprie mani,  secondo quanto asserisce Dione Cassio, contemporaneo e testimone diretto delle vicende:  lo storico fu addirittura presente alle  nozze  con la povera Fulvia.  Povera perché subito dopo la morte del padre,  la sventurata fu fatta relegare assieme al fratello  Ortensiamo sull’isola Lipari  e poco dopo giustiziare.

L’avversione del Princes  verso la povera Fulvia era così  profonda da rifiutarsi di dormire con lei e perfino ritrovasi a tavola con lei. Non ebbe figli, dunque,  e non poté  assicurarsi una discendenza.

Uomo di grandi contraddizione, Caracalla fu , dunque, un misto di crudeltà e genrosità,  grandezza  e meschinità, implacabilità  e rimorso, ma fu soprattutto un uomo infelice  e solo. Con intorno  a sé  un grande vuoto di affetti familiari,nonostante la costante presenza materna,  tanto da giungere  a piangere il fratello fatto uccidere.

Un uomo pronto ai ripensamenti, dunque.

In età adulta, infatti,si accostò ai giochi  gladiQtori ed agli esercizi fisici.

E un uomo collerico e vendicativo. Dispotico,  come racconta Cocceiano, secondo cui, Caracalla non gradì la satira fatta nel teatro di Alessandria d’Egitto su di lui, intorno alla morte del fratello, ed ordinò alle sue truppe il saccheggio della città,  tenendo fede alla fama di dispotico guadagnatasi dopo la morte del padre.

Fu  proprio questa fama  a condurlo verso la morte. Erodiano riporta che ad ucciderlo sia stato  Marziale,  un uomo della sua guardia del corpo imperiale a cui Caracalla aveva fatto uccidere il fratello; Casso, sostiene invece  che Marziale lo abbia fatto per non essere stato nominato centurione, ma fu  a  sua volta  ucciso.

La morte inaspettata di Settimio Severo gettò la capitale in un clima di incertezza ed instabilità a causa della rivalità tra Caracalla e Geta,  i figli dell’Imperatore.

La correggenza  non era  considerata  un problema per la stabilità dell’impero e, tanto il Senato  quanto l’esercito, erano pronti a servire entrambi gli Augusti  e così pure il popolo. I due fratelli, però, pur uniti in un profondo sentimento di avversione nei confronti di Plauziano, consigliere dell’imperatore, erano fortemente rivali.

Ma chi era  Geta? E chi era Caracalla?

Publio Settimio Geta, il minore dei due fratelli, nacque a Milano (o Roma) e fu associato al trono,  su richiesta del Senato stesso e dell’esercito, dopo l’associazione anche dell’altro figlio, Caracalla. Pare, invece, che il padre lo avesse insignito del titolo di Caesar, già all’età di nove anni: una benevolenza che accese la gelosia del fratello maggiore,  gelosia  che covò in segreto, fino a diventare odio e rancore.

Il giovanissimo Geta, infatti  partecipò attivamente sia alla politica che alle operazioni belliche, come la guerra in Britannia, durante la quale assunse incarichi amministrativi, mentre al padre  ed  al fratello maggiore andava il comando delle operazioni.

L’Imperatore aveva voluto condurli entrambi con sé nella speranza che la vita  militare li avvicinasse e riappacificasse.

Ciò non fu.

I due tornarono a Roma, alla morte del padre, con le sue spoglie; si stabilirono  in palazzi diversi,  sul Palatino, ma ognuno sotto la protezione dei propri soldati

Fisicamente, il giovane Geta era un ragazzo di bell’aspetto. Ce lo dicono le poche immagini pervenuteci  e lo confermano gli storici. Portamento elegante e raffinato, Geta amava vestirsi con ricercatezza ed era interessato agli studi letterari, soprattutto quelli antichi.

Gentile e disponibile., Geta era benvoluto dal popolo e godeva  del favore dell’esercito. Di carattere mite, fin da quando era ancora ragazzo, egli prese più  volte le difese di cittadini  caduti nell’ingranaggio  perverso della politica, perché ritenuti pericolosi per  lo Stato. Dione Cassio,  storico contemporaneo,  riporta una frase di rimprovero da lui pronunciata in una di queste occasioni:

“Non sei capace di perdonare nessuno, saresti capace di assassinare tuo fratello”

Parole profetiche! Sarà proprio ciò che accadrà  da lì a pochissimi anni, Geta, infatti , morirà poco più che adolescente, ucciso da un fratello assai maldisposto a dividere con lui  potere.

Alla morte dell’imperatore Settimio, infatti, avvenuta il 4 febbraio del 211 d.C. i due fratelli erano stati acclamati entrambi  Imperatores , ma sicuramente  Caracalla progettava già di disfarsi del fratello  ed aspettava solamente l’occasione giusta.

Questa si presentò il 19 dicembre dello stesso anno.

La madre, Giulia Domna, più volte aveva tentato di di far  riconciliare i due fratelli. Fu proprio durante uno di questi tentativi che avvenne  il fratricidio.

Nel 219, infatti, a Caracalla venne affidato  il governo  della Gallia con il titolo di Augusto assieme al fratello,

Il disaccordo fra i due fratelli spinse Caracalla ad ipotizzare una divisione dei territori: l’Oriente andava a Geta e. l’Occidente a Caracalla. La madre, però, si oppose fermamente e questo fece maturare in lui l’idea di sbarazzarsi definitivamente  del fratello.

Geta che si trovava presso la madre, d’improvviso fu  assalito da un gruppo di centurioni armati, sicari assoldati dal fratello e morì fra le braccia della madre.    Le parole premonitrici da lui pronunciate, trovavano conferma.

Il giorno successivo, il fratello assassino si presentò, accompagnato da un legionario armato, davanti al Senato,  affermando di essere sfuggito ad un agguato tesogli dal fratello e di essere salvo  solo per intercessione divina.

Per ringraziare gli Dei della miracolosa salvezza, lo spergiura fratricida, depose come  dono votivo la spada con cui il povero fratello era stato  ucciso,  nel tempio di Serapide.

Non paga,la sua brama si spinse ben oltre, attraverso una spietata  vendetta nei confronti di coloro che avevano simpatizzato o sostenuto il fratello. Tutti, nobili e plebei, furono uccisi o esiliati.

Per contro, si procurò il consenso  del popolo, ma soprattutto quello dell’esercito, attraverso lauti e generosi donativi  ai primi e   congruoi aumento di paga ai secondi.

completamente solo al potere, Caracallanon ebbe piùfreni: eccessi di collera edepisodi di estrema  violenza  e crudeltàratterizzarono il suo principato..

Ma chi era Caracalla? Da dove gli veniva quel soprannome)

Era il figlio primogenito di  Settimio Severo e Giulia Domna e di  un  anno maggiore del fratello Geta; deve il suo soprannome alla lunga  veste gallica, un  mantello con  cappucio  che usava indossare,  il  cui uso introdusse anche  nella capitale.

Il suo nome er Lucio Settimio Bassiano, che il padre volle cambiare in Marco Aurelio  Antonino per  dimostrare  parenela con la dinastia  degli Antonini.

Era, dicono le cronache dell’epoca, un ragazzo normale e dai comportamenti normali.  Nato  a Lione quando suo padre era Governatore di quella regione e se era geloso del fratello, non lo era ancora nella misura i ncui arrivò successivamente.(?).

Mite e compassionevole, sempre secondo le fontiydell’epoca, di animo sensibile di fronte alla sofferenza umana, si  mostrò poco amante dei cruenti spettacoli circensi, nei quali, sempre secondo quelle fonti, distoglieva snelle scene più violente.

Un quadro a tinte molto sfumate, per non avere carattere di propaganda ed infatti, subito dopo la morte del padre e quella del fratello il suo comportamento  mutò  radicalmente.

Sempre quelle fonti, però, cercarono di spiegarsi le cause di quel mutamento e lo attribuirono ai crescenti dissapori con il fratello Geta ed  alla incondizionata ammirazione  di un mito del passato: Alessandro Magno, di cui  il Princes, sognava di emularne  le gesta.

La sua, ammirazione per il grande Macedone si spingeva oltre ogni misura, al punto da volerlo imitare anche nell’aspetto fisico, in base ai tanti ritratti ed alle tante descrizioni, ma  anche nel  carattere  e negli atteggiamenti,  noti sempre  attraverso i numerosi ritratti pervenuti..

Rimasto, dopo la morte del fratello, unico arbitro della scena, Caracalla prese saldamente in mano le redini del comando.

Il suo potere crebbe oltre ogni misura e lo spinse verso una forma di dispotismo assoluto, assistito dalla madre che, superato l’orrore della morte dell'altro figlio, si era posta  al suo fianco e non lo abbandonò mai fino alla fine.

Questo non gli impedì di mostrare presto la sua matura violenta,  crudele e  vendicativa.

Cominciò proprio dal fratello e dai seguaci di lui.  Celebre la sua frase,  subito dopo averlo fatto assassinare:

“… che possa ameno essere divino, dal momento che non  è più  vivo…”.

In realtà, più che alla divinizzazione, egli procedette alla cancellazione  del nome del fratello  da tutte le iscrizioni  ufficiali, inoltre, sull’Arco di Settomio Severo,  nel Foro,  ne fece cancellare il nome, facendolo sostituire dalla seguente iscrizione: “.. optimis  fortissimisque  princibus

Buon  stratega militare,   già come il padre,  per garantirsi la fedeltà  dell’esercito, attuò una importante riforma che prevedeva  molte concessioni  alle truppe, prima fra tutte, un congruo aumento della paga.  La più grande innovazione bellica, però, fu, forse, l’introduzione della  falange macedone.  Questa, inventata  da Epaminonda, sul modello di quella di  Pagonda, era stata riformata da Filippo II di Macedonia,  con l’introduzione della fanteria pesante e la rivalutazione di quella leggera.

Tutte queste  innovazioni  gli permisero di condurre vittoriose campagne  militari  contro  popolazioni stanziatesi lungo i confini della Germania Superiore e gli guadagnarono il titolo di Germanicus es Alemannicus.

Di  parere contrario alcune voci secondo cui  quelle intese non furono frutto di vittorie, ma  di compromessi  e di generosi donativi.

Qualunque sia stata l’intesa,  tale politica richiedeva un grosso sforzo  economico per coprire l’eccessiva spesa  militare  e Caracalla  lo compì  attingendo alle province, estendendo, cioè la cittadinanza romana dietro  pagamento di una congrua cifra  a chiunque ne facesse   richiesta..

Tutto questo ancora non bastò ed allora dovette ricorrere  ad una riforma monetaria piuttosto  drastica: abbassò  del 25% la percentuale dell’argento contenuto nelle monete.

A Caracalla,  però, va il grande merito di aver reso ancora monumentale  la capitale con costruzioni varie  e soprattutto con le immense terme che portano il suo nome.

Questo era Caracalla, l’uomo pubblico e  comandante militare. Come era l’uomo privato?

Sposato  contro la sua volontà con la giovane Fulvia Plautilla, figlia del Prefetto Plauziano,  da lui fortemente odiato e osteggiato,  Caracalla finì,  tre anni dopo,  per ucciderlo con le proprie mani,  secondo quanto asserisce Dione Cassio, contemporaneo e testimone diretto delle vicende:  lo storico fu addirittura presente alle  nozze  con la povera Fulvia.  Povera perché subito dopo la morte del padre,  la sventurata fu fatta relegare assieme al fratello  Ortensiamo sull’isola Lipari  e poco dopo giustiziare.

L’avversione del Princes  verso la povera Fulvia era così  profonda da rifiutarsi di dormire con lei e perfino ritrovasi a tavola con lei. Non ebbe figli, dunque,  e non poté  assicurarsi una discendenza.

Uomo di grandi contraddiziono, Caracalla fu , dunque, un misto di crudeltà e genrosità,  grandezza  e meschinità, implacabilità  e rimorso, ma fu soprattutto un uomo infelice  e solo. Con intorno  a sé  un grande vuoto di affetti familiari,nonostante la costante presenza materna,  tanto da giungere  a piangere il fratello fatto uccidere.

Un uomo pronto ai ripensamenti, dunque.

In età adulta, infatti,si accostò ai giochi  gladitori ed agli esercizi fisici.

E un uomo collerico e vendicativo. Dispotico,  come racconta Cocceiano, secondo cui, Caracalla non gradì la satira fatta nel teatro di Alessandria d’Egitto su di lui, intorno alla morte del fratello, ed ordinò alle sue truppe il saccheggio della città,  tenendo fede alla fama di dispotico guadagnatasi dopo la morte del padre.

Fu  proprio questa fama  a condurlo verso la morte. Erodiano riporta che ad ucciderlo sia stato  Marziale,  un uomo della sua guardia del corpo imperiale a cui Caracalla aveva fatto uccidere il fratello; Casso, sostiene invece  che Marziale lo abbia fatto per non essere stato nominato centurione, ma fu  a  sua volta  ucciso.