Il SudEst

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Jul 17th
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Brenna

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di MARIO GIANFRATE

Brenna è, oggi, una tranquilla località turistica dell’Alta Slesia, in Polonia. Immersa tra i boschi, conta poco più di diecimila abitanti. A una settantina di chilometri, a nord est, c’è Auschwitz, uno tra i più orrendi campi di sterminio nazisti che racchiude la memoria di storie note e meno note di tribolazioni, di torture, di sofferenze, di morte. E’ ad Auschwitz che il cuore di Anna Frank cessò di battere, come quello di milioni di ebrei ma, anche, di zingari e polacchi, di russi e soldati italiani, di zingari e di omosessuali.


Negli anni del secondo conflitto mondiale, anche Brenna fu sede di un lager con le sue mostruosità e anche lì c’erano prigionieri italiani utilizzati dall’industria tedesca per i suoi scopi criminali.

L’andamento della guerra delinea la ormai definitiva sconfitta della Germania nazista ma la serpe, avvertendo la sua inesorabile fine, si dibatte morente sferrando i suoi ultimi colpi di coda.

Già a partire dall’inizio del 1945 la zona è sottoposta a bombardamenti da parte degli alleati che si fanno sempre più intensi; l’Armata Rossa avanza, sbaragliando l’opposizione dell’esercito germanico.

Convinti che attendere lo sviluppo degli eventi significava essere uccisi da un momento all’altro – i nazisti non intendevano lasciare testimonianza delle bestialità e dei crimini commessi nei campi di sterminio disseminati in Germania, Polonia, Austria – il 13 febbraio di quell’anno quindici italiani, approfittando di un bombardamento in atto, tentano la fuga dal lager nella disperata speranza di sottrarsi a un tragico destino. I loro nomi: Vittorio Vigiana di Potenza, caporalmaggiore; Rosario Angione di Salerno; Antonio Bernabei di Rieti; Luigi Bideri di Trento; Gennaro Calabria di Taranto; Ausonio Fantini di Parma; Felice Farrari di Bergamo; Mario Giubbolini di Palai (Pi); Primo Grassi di Milano; Marcello Migliorini di Verona, Battista Pinetti di Bergamo, Remidò Reucci di Firenze; Guerrino Rossini di Verona.

Il gruppo dei fuggitivi guadagna il riparo dei boschi di cui è piena la vallata. Si imbatte nei partigiani russi e polacchi che perlustrano la zona. La scelta di unirsi a loro è immediata e unanime: la libertà, più che un miraggio, appare adesso una certezza. Ma, in uno dei tanti scontri armati con le SS, quando ormai la libertà sembrava a portata di mano, la banda di ribelli viene annientata e i quindici evasi vengono nuovamente catturati. Per due di essi la vita viene stroncata in quel momento, finiti con un colpo di pistola alla nuca, condividendo la sorte con i pochi partigiani russi e polacchi sopravvissuti al combattimento.

Ai tredici italiani, inorriditi per il cinismo dei tedeschi e per la consapevolezza della loro fine imminente, è riservata una morte più lenta, più barbara, secondo i rituali nazisti: i prigionieri vengono rinchiusi in una baracca di legno e, dopo averla cosparsa di benzina, le SS appiccicano il fuoco.

Gli italiani, tra atroci spasimi, moriranno tutti carbonizzati.