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Scipione l'Africano

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di MARIA PACE

S’intitola «La clemenza di Scipione» (1640) questo dipinto dell’artista francese Nicolas Poussin (1594-1665) conservato “ “Qui,  noi portiamo la guerra  e la pace. Scegliete voi quale delle due volete.”


La famosa frase che Quinto Fabio pronunciò davanti al Senato  cartaginese alla vigilia della Seconda  Guerra  Punica, ma anche  l’altrettanto celebre risposta:

“Scegli tu come meglio credi.”

Si scelse la guerra.

E mentre  i romani attendevano la prima mossa dei cartaginesi, Annibale, il grande condottiero, decideva di portare la guerra in Italia, ben sapendo che in mare  gli avversari erano superiori.

Dopo cinque mesi di estenuante marcia, Annibale valicò le Alpi con il suo esercito e i suoi elefanti e scese nella pianura padana dove  si  accampò.

Correva l’anno 218 e il console romano PubIio Scipione affrontava Annibale sul Ticino e subiva una pesante disfatta, restando gravemente ferito durante la battaglia;  al suo fianco c’era Cornelio Scipione, il figlio diciassettenne, colui che,  sedici anni dopo avrebbe sconfitto  l’invincibile Annibale e che in quella occasione avrebbe  salvato  la  vita  del padre.

Lo storico greco Polibio così racconta l’episodio:

« [...] suo padre gli aveva affidato il comando di una turma di cavalieri scelti, destinati a garantire la sicurezza personale del console; egli [Publio], quando nel corso della battaglia vide che suo padre, insieme a soli due o tre cavalieri, era stato circondato dal nemico ed aveva subito pericolose ferite, inizialmente provò ad incitare gli uomini che aveva vicino a sé affinché portassero soccorso al padre, quando vide che questi, davanti al grande numero di nemici che circondavano suo padre, erano titubanti e impauriti, si racconta che egli, con incredibile audacia, si lanciò da solo alla carica contro i nemici che avevano accerchiato il padre. A quel punto anche gli altri cavalieri si sentirono obbligati ad attaccare. I nemici, spaventati, si diedero alla fuga e Publio Scipione [padre], salvato in modo tanto insperato, fu il primo a salutare alla presenza di tutti il proprio figlio come suo salvatore. »

Per questo comportamento eroico, il console chiese che al figlio fosse assegnata la Corona Civica, massimo riconoscimento,  ma Scipione rifiutò, dicendo che

«quell'atto si ricompensava da sé».

Chi era Cornelio Scipione Africano?,

Publio Cornelio Scipione Africano, detto semplicemente Scipione l’Africano, nacque nel 236 a.C in una delle famiglie più antiche, illustri e potenti di Roma: la gens  Cornelia. Figlio e nipote di soldati, Scipione  fin da bambino fu avviato alla  carriera militare.

Figlio del console Publio Cornelio Scipione e dalla plebea Pomponia, ma. la leggenda lo voleva figlio di un Dio  che, prendendo le sembianze di un serpente, si era accoppiato con sua madre e  il popolino, soprattutto dopo la strepitosa vittoria su Annibale, ne era convinto.

Non lo era di sicuro Scipione, anche se Tito Livio esplicitamente insinuava  che la sua abitudine di ritirarsi in solitudine in un luogo sacro fosse una recita a beneficio del popolo.

Fisicamente era un uomo di gradevole aspetto, calvo e naso aquilino, costituzione robusta; la sua  formazione culturale,  come quella di ogni nobile romano, era orientata verso le lettere greche, ma più di altri, forse, risentì  ed assimilò la cultura greca.

Tollerante e generoso di carattere, era un uomo sobrio ed equilibrato, senza eccessi.

Si sposò  una sola volta con Emilia Paola Terzia,  appartenente  ad  una una delle più importanti famiglie del Patriziato romano, figlia del generale romano Lucio Emilio Paolo,  morto  nella battaglia di Canne durante la seconda Guerra Punica  e sorella di un altro grande generale, Lucio Emilio Paolo Macedonico.

Il matrimonio di Scipione ed Emilia, celebrato con ogni probabilità prima della partenza del condottiero per la Sicilia, fu, secondo Polibio, Tito Livio ed altri, molto felice  e coronato dalla nascita di diversi figli; di parere diverso, invece, Valerio Massimo che parla di un rapporto di Scipione  con una donna plebea; aggiunge, però, che Emilia non si lamentò mai per questo. Era pienamente consapevole, la bella Emilia, che, come  tutte le donne romane, soprattutto di nobile estrazione sociale, il solo scopo di vita doveva essere la cura della casa e dei figli.

Di figli, Scipione e Emilia nio Scipione e ebbero  quattro, due maschi e due femmine,  la più giovane delle quali fu  Cornelia, la Madre dei Gracchi, Tiberio e Gaio..

Grande stratega militare, Scipione respirò, dunque, “aria di guerra” fin dalla più  tenera età: il padre e lo zio, Gneo Cornelio Scipione, erano i comandanti dell’esercito romano inviati in Spagna allo scoppio della seconda guerra contro Cartagine..

Publio Cornelio Scipione non fu mai battuto: da Cartagena a  Beacula, da  Ilipa  a Zama.

Dotato di grande coraggio e tenacia, era anche un uomo assai determinato, come dimostrerà dopo la disfatta di Canne, nel  216, in cui l‘esercito romano era  rimasto quasi decimato.

Invece di arrendersi, Scipione, forte del suo ascendente,  convinse i superstiti, sbandati e confusi, ad affidarsi a lui e li guidò, di notte, sfuggendo alla cavalleria cartaginese che perlustrava la zona  in cerca dei fuggiaschi. Li guidò verso Canosa dove, insieme ad Appio  Claudio provvide ad una prima riorganizzazione dell'esercito.

Numerosi patrizi volevano fuggire e lasciare la città,  preoccupati della presenza  dell’esercito di Annibale a poche miglia di distanza. Scipione li fermò, minacciandoli anche con il gladio. Per contro, si fece raccontare dai superstiti le fasi della battaglia, allo scopo di studiare la tattica dell'avversario.

Ponderato, misurato e deciso, Cornelio Scipione possedeva le doti necessarie ad esercitare il comando sugli altri. A soli ventisei anni si trovò  ad essere il capo della sua gens e il capo di un esercito di 30 mila uomini  e confidava nel sostegno degli  Dei per svolgere al meglio il ruolo di “vendicatore della Patria e della famiglia”verso cui si sentiva “chiamato. I due  Scipione, infatti,  il padre  e  lo zio, erano rimasti uccisi  nel 211, in due diverse imboscate tese loro in Spagna e Roma in quel momento  si trovava  impegnata su diversi fronti.

Fu proprio in  quella  occasione che gli venne affidata la guerra di Spagna in cui dette prova di straordinarie capacità militari: conquistò Cartagine Nuova,  capitale della Spagna punica e  tappa importante  per gli approvvigionamenti cartaginesi, sconfisse Asdrubale a Baecula, e l’anno dopo sconfisse Magone a Ilipa, concludendo così in soli tre anni la conquista della Spagna.

Uomo generoso  e clemente. Scipione mostrò più volte  questo aspetto del suo carattere. Come dopo la conquista di  Nuova Cartagine in Spagna quando il grande condottiero ricevette come bottino di guerra anche una bellissima fanciulla; appena saputo che era già promessa, egli fece chiamare il promesso sposo e gliela riconsegnò senza abusare di lei.

Generoso anche con i nemici, nella battaglia di Beacula, fece  prigioniero Massiva, nipote di Massinissa, re della Bitinia,  alleato di Cartagine;  portato al suo cospetto, appena conosciuta la sua identità, Scipione lo rimandò  dallo zio senza chiedere alcun riscatto. Riconoscente del gesto, Massinissa fu al suo fianco nella battaglia di Zama

Di lui diceva Tito Livio:

“  …compiva la maggior parte delle sue azioni affermando davanti alla gente di aver avuto premonizioni - Forse, prosegue Livio -  davvero il suo animo era dominato da una certa superstizione o piuttosto, era la gente stessa ad assecondare i suoi ordini e i suoi progetti»,

In realtà, la gente, come dice Livio, ossia i suoi soldati  eseguivano facilmente  i suoi ordini, perché chiari e manifesti.

Un altro tratto spiccato della sua personalità era l’intraprendenza, accompagnata dalla tenacia,  che adoprò tutta per  realizzare un progetto accarezzato  fin dal 205  ed osteggiato dagli oppositori: quello di portare  la guerra  in Africa,  così da costringere Annibale a lasciare l’Italia

Era stato appena eletto Console, neanche trentenne, quando presentò al Senato la richiesta.

Fabio Massimo, però, si oppose, proponendo, invece, di continuare la guerra in Italia mediante una tattica difensiva: egli era il Temporeggiatore e ostacolò  sempre l’intraprendenza dell’Africano.

Il Senato cercò un compromesso: gli assegnò la Sicilia, ma con  il permesso di invadere l’Africa solo se a richiederlo fosse il bene dello Stato, oltretutto  non gli vennero concessi i finanziamenti necessari, né  il permesso di reclutare una nuova leva di soldati.

Scipione, però, era troppo testardo e non aveva intenzione alcuna di rinunciare all’impresa che sentiva come ispirata da un Nume. Furono gli alleati italici a venirgli incontro ed a finanziargli l’impresa: 7000   volontari. 30  navi da guerra, 20 quinqueremi, 10 quadriremi gli permisero di salpare per la Sicilia e nel 204 Scipione traghettò le sue forze in Africa, appena  25  mila uomini, deciso a sferrare l’attacco decisivo a Cartagine.

Qui, si alleò con  Massinissa e per  due volte sconfisse i cartaginesi che alla fine  richiamarono Annibale, proprio come  voleva Scipione.

Nel 202 Scipione ed  Annibale ai affrontano nei pressi di Zama  e Scipione ottenne una strepitosa, completa vittoria, nonostante il valore tattico mostrato  da Annibale

Da quel momento, Scipione fu chiamato l’Africano.

Come già aveva fatto con Massiva, anche con Annibale Scipione si comportò  assai generosamente. Invece di giustiziarlo o trascinarlo a Roma in catene, Scipione gli concesse salva la vita. Non solo,ma gli permise di riprendere la sua vita politica.

Nel 195, però, Roma inviò degli osservatori e il grande condottiero cartaginese fu costretto alla fuga. Riparò prima  a Efeso e poi in Bitinia e non tornò  più a Cartagine.

Tornato a Roma, Scipione fu accolto trionfalmente. Ma a Roma, gli esponenti politici oppositori, guidati da Catone, il  Censore, individuo grossolano e conservatore, i quali vedevano con sospetto  il prestigio sempre crescente degli Scipioni  e con preoccupazione l’influsso ellenistico nella cultura romana,  intentarono  ai suoi danni  ed ai danni del fratello Lucio Cornelio Scipione Asiatico una serie di processi.. Entrambi vennero accusati da Catone di essersi indebitamente appropriati del  denaro che Antioco di Siria aveva versato  a  risarcimento della guerra; Scipione, che difendeva il fratello, strappò i registri su cui era registrata ogni operazione.

Marco Nevio, tribuno della Plebe, lo sollecitò a comparire in pubblico per difendersi dall’accusa di Alto Tradimento e di dissolutezze varie nella vita privata, accuse assolutamente prive di fondamento:

“… indicando in lui - riferisce Tito Livio  - Un politico che voleva farsi Dittatore”

Spiegando, continua Livio, che a muovere l’Africano,  secondo i suoi oppositore  era:

“«soltanto per mostrare chiaramente alla Grecia, all’Asia e a tutti i popoli d’Oriente ciò di cui ormai da tempo erano convinte la Spagna, la Gallia, la Sicilia e l’Africa, cioè che un uomo solo era il capo e l’architrave del dominio romano, che la città signora del mondo spariva sotto l’ombra di Scipione, che i suoi cenni prendevano il posto dei decreti del Senato e delle decisioni del popolo».

Come fu che si arrivò a tanto?

Aveva solo 35 anni, Scipione, quando tornò dall’Africa  coperto di gloria e di una popolarità senza precedenti.  Per onorarlo della grande impresa di aver sconfitto nientemeno che Annibale, gli fu dato il nome di Africano e i  suoi soldati lo acclamarono Imperator, ossia Comandante. Anche il Senato gli riservò onori e lo nominò Senatore e Scipione si rivelò anche abile uomo politico; fece anche eleggere al consolato ben sette membri della sua famiglia e due dei suoi clienti,  pur  nel rispetto delle tradizioni.

Una tale posizione di predominio nella politica della Repubblica, intollerabile per i suoi oppositori, non poteva che accendere invidie e risentimenti. Presto l’ala più oltranzista  e conservatrice imbastì contro di lui  un serie di accuse  del tutto infondate. Dopo vari dibattiti  e rinvii,  l’azione giudiziaria venne finalmente  annullata, ma Scipione, troppo orgoglioso per difendersi, preferì  ritirarsi dalla vita pubblica.

Era un momento  delicato della sua vita; deluso e amareggiato, scopriva, dopo gli osanna, d’essere più temuto che amato  e così,  scelse una  sorta di esilio volontario in Campania,  in una località presso Cuma;  nell’allontanarsi dalla città alla quale aveva dedicato tutta la vita, , pronunciò la famosa frase che tutti conosciamo:

“Ingrata patria, non  avrai le mie ossa.”

La morte lo raggiunse in esilio nel 183 a.C, a Liternun  nella sua casa di campagna, dopo una lunga malattia, ma,  durante quegli anni, i suoi ultimi anni, egli scrisse le sue memorie. In  lingua greca.